Se riavvolgiamo per un istante la pellicola della nostra mente veniamo di colpo catapultati al pieno dell’estate, e tutto a un tratto ci accorgiamo di quanto il tempo trascorra veloce, ed eccoci qui, ad ottobre: il mese della prevenzione del tumore al seno.

Come sempre, anche in questi circostanze, la protagonista indiscussa da cui partire è lei: la Storia. In questo caso, però, si tratta di una branca specifica di questa intrigante e affascinate disciplina: la storia della senologia, appunto. Una data significativa per questa scienza è il 2 luglio 1981, anno in cui la prima pagina del New York Times, firmata dalla giornalista Jane Brody, pubblicò la scoperta di un nuovo studio sul cancro al seno, guidato dal grande medico chirurgo Umberto Veronesi. La grande novità di questa trasformazione nel campo della medicina dimostrava che la mastectomia (cioè l’asportazione totale della mammella) poteva essere evitata. Fino a quel momento questa operazione era stata l’unica soluzione adottata e ritenuta possibile. In pochissimo tempo, però, la notizia di un metodo meno invasivo ed efficace attivò un gruppo di donne, le quali si unirono in comitati di azione e protesta per fare in modo che la rimozione totale del seno fosse evitata.
Come tutte le grandi scoperte, per poter giungere a un tale risultato bisogna studiare in modo approfondito per avere ben chiaro il male da debellare.

E’ utile dunque porsi una domanda: che cos’è il tumore al seno?
“Il tumore al seno è una formazione di tessuto costituito da cellule che crescono in modo incontrollato e anomalo all’interno della ghiandola mammaria” e che, a seconda della sua estensione, ha diversi stadi che vanno dal 1° al 4°. Inoltre, per una giusta presa di coscienza ed educazione alla prevenzione, è importante sapere che il cancro alla mammella non è unico, ma, al contrario, può presentarsi con diversi tassi di crescita e risposta alle varie terapie cui il paziente può essere sottoposto a seconda dello stadio del carcinoma al momento della diagnosi.
Questo tipo di tumore è assai diffuso tra le donne del mondo occidentale, nella maggior parte delle quali viene diagnosticato in età superiore ai 50 anni. Ad ingrigire questo panorama, però, è una recente indagine che testimonia come il numero delle donne colpite dal cancro alla mammella al di sotto di questa soglia (i 50 anni) sia in considerevole aumento. Ma questo cambiamento in negativo a cosa è dovuto? Diversi sono i fattori che entrano in campo, primi fra tutti quelli legati alla genetica e alle condizioni ambientali in cui si vive e cresce. E’ infatti dimostrato scientificamente come in zone ad alto tasso di inquinamento il livello di persone che, anche in giovane età, possono sviluppare un tumore costituisce un dato allarmante.

 

Ma in modo più dettagliato: quali possono essere le cause della formazione del tumore al seno?
Innanzitutto, la crescita del 60% di donne colpite dal cancro alla mammella sotto la soglia dei 50 anni è legata alla scelta di queste ultime di non procedere allo screening accompagnato dalla mammografia. E’ stato infatti dimostrato come, negli ultimi anni, l’adesione a questo progresso medico e scientifico abbia determinato importanti risultati: un aumento di guarigioni di circa l’87% nel nostro Paese. Eppure, nonostante questi significativi risultati, il programma di screening fatica ad affermarsi e diffondersi nelle varie zone di Italia, con notevoli divari tra Nord (63% di adesioni) e Sud (appena il 36%).
Ad aggiungersi a questa mancanza di prevenzione, i fattori di rischio sono molteplici e diversi, primo fra tutti l’età, collocato ai vertici di ogni sito medico. Primo, ma non unico.

Non bisogna infatti sottovalutare una prolungata e intensa sollecitazione ormonale, causata da un menarca precoce (vale a dire la prima mestruazione in età inferiore degli 11 anni) o da una menopausa tardiva (dopo i 55 anni); dalla prolungata assunzione della pillola anticoncezionale; un’assenza di gravidanza o, al contrario, una gravidanza tardiva oltre i 35 anni e, legato ad entrambi i casi, la mancanza di allattamento al seno per i primi sei mesi.
Tra queste cause si ricorda anche la familiarità, spesso considerata come unico fattore determinate, e le annesse mutazioni di alcuni geni, definiti “errori di trascrizione”.
Se da un lato però vi sono diverse molle generatrici del tumore assodate, ve ne sono tante altre non solo sottovalutate, ma spesso ignorate. Ne è un esempio rilevante l’obesità (dopo la menopausa) che causa la produzione nel tessuto adiposo di maggiori quantità di insulina ed estrogeni capaci di aumentare la formazione cellulare. Una soluzione a questo rischio è un’adeguata attività fisica, la cui assenza contribuisce al pericolo di sviluppare un carcinoma al seno.
Attività fisica e alimentazione sono strettamente legate. Infatti, un’alimentazione a scarso consumo di frutta a verdura, che troppo spesso viene sostituita da diete ipercaloriche, ad alto contenuto di grassi, zuccheri raffinati, carni rosse, il tutto affiancato da un regolare consumo d’alcol, intensificano la possibilità del generarsi del cancro.
E a tutto ciò si aggiunge l’ormai consolidato, ma ignorato, fumo (passivo e attivo).

Avendo fatto luce sulle principali cause, come possiamo riconoscere la possibile presenza di un tumore al seno?
L’autoesame del seno, seppur indispensabile, non può essere visto come un vero metodo di diagnosi del cancro alla mammella. Si chiama autopalpazione, ed è fondamentale che ogni donna di qualsiasi età (comprese le adolescenti) impari a praticarla correttamente per poter conoscere il proprio seno e accorgersi di eventuali cambiamenti nella struttura nodulare.
A far accendere un campanello di allarme nel corpo di ogni donna devono essere inoltre: una retrazione del capezzolo o della pelle, il rossore intorno ad esso o una sua secrezione, variazioni di forma della mammella e, in ultima analisi, una tumefazione ascellare, ossia una forte infiammazione dei linfonodi ascellari che provocano irritazioni cutanee come cisti sebacee.

 

 

 

Queste due domande sorgono spontanee: quali sono le diagnosi? E come possiamo curarlo?
L’esame comunemente conosciuto ed essenziale sia per la diagnosi della malattia, sia per una giusta prevenzione, è la mammografia, cioè “una radiografia dei tessuti interni della mammella, che permette di evidenziare la presenza di un nodulo”. Questa forma di diagnosi è in grado anche di evidenziare la presenza di piccoli depositi di calcio, chiamati microcalcificazioni, le quali possono evolversi in un tumore al seno.
Nonostante questo metodo sia il più diffuso ve ne sono altri ugualmente efficaci: la risonanza magnetica con mezzo di contrasto e l’ecografia mammaria, attraverso l’uso di ultrasuoni al fine di studiare i tessuti della mammella.
Nel caso di esito sospetto, si eseguirà un agoaspirato (cioè il prelievo di un campione di cellule dal nodulo mammario) sotto prescrizione medica.

A questo punto, dunque, si può parlare delle cure possibili, nuove e assodate.
A seconda dello stadio di avanzamento della malattia si può ricorrere a diverse operazioni terapeutiche, le quali possono essere utilizzate da sole o in molteplici e diversi accostamenti. Nella scelta del tipo di cura incidono due fattori importanti: l’età della donna e la sua brama di poter avere una gravidanza dopo la terapia, in quanto uno dei rischi collaterali di questi trattamenti può essere lo sviluppo di una menopausa precoce.

La chirurgia, grande caposaldo della medicina, ha compiuto grandi passi in avanti negli ultimi anni. Come abbiamo già ricordato, il progresso più notevole fu compiuto da Umberto Veronesi, che rese possibile l’asportazione della sola massa tumorale e non dell’intera mammella (se l’estensione del tumore lo consente). Questo tipo di intervento, infatti, è praticato per ogni paziente che non ha metastasi diffuse in altri organi del corpo, come i polmoni, e può essere eseguito in parallelo a chemioterapia o radioterapia.
Per chiarirci le idee, la radioterapia e la chemioterapia possono essere combinate all’operazione chirurgica per ridurre le dimensioni del tumore facilitandone l’asportazione durante l’intervento. La chemioterapia, però, può essere una cura sottoposta alla paziente anche dopo l’intervento, per ridurre il rischio di una riformazione del tumore.
La chirurgia, come ben sappiamo, è una grande branca della medicina, e proprio per questo può estendersi a diverse tecniche, alcune poche conosciute o ignote.
Una tra queste è la nodulectomia, alla quale si aggiunge la quadrantectomia.
Come già sappiamo l’operazione più invasiva è la mastectomia, la quale può assumere a sua volta forme diverse. Abbiamo la mastectomia skin sparing, la mastectomia totale, la mastectomia radicale (oggi quasi abbandonata) e, in ultima istanza, la mastectomia radicale modificata.

Anche la terapia ormonale, che si traduce nell’assunzione di farmaci che bloccano l’attività degli ormoni estrogeni coinvolti nello sviluppo del tumore al seno, viene ritenuta una cura efficace poiché riduce la crescita delle cellule tumorali.
Vi sono infine le terapie mirate, chiamate così perché agiscono unicamente sulla cellule tumorali portatrici di quell’enzima. Queste cure, definite anche terapie biologiche, possono includere vaccini e terapie genetiche e vengono somministrate con altri tipi di trattamenti come le cure chemioterapiche tradizionali.

Ultimamente si sta parlando di nuove strategie mediche per curare il cancro al seno; una serie di novità e progressi medici di cui si è discusso al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago a giugno 2017.

Qualcosa di più…
La storia dei tumori al seno non è fatta solo di numeri e cifre, ma anche di donne che si sono esposte per raccontare la loro personale esperienza, fatta di rabbia, dolore e sofferenza. Il nemico più grande da affrontare è la chemioterapia, un dolore che penetra nelle vene e brucia le proprie speranze. E’ in questi casi che l’assistenza di medici e infermiere diventa indispensabile, un aiuto e un grande sostegno nella dura realtà contro cui ci si trova a combattere. Almeno questa è la storia di Erika, che ha sconfitto il tumore all’età di 32 anni.

Un male che colpisce chiunque, a qualunque età. Sono numerosi i casi di celebrità che nella frenesia di una vita sempre sotto i riflettori hanno dovuto fermarsi un istante per affrontare una battaglia con il proprio seno. Non solo Angelina Jolie che, con grande coraggio, si è sottoposta nel 2013 ad una duplice mastectomia per ridurre il rischio del formarsi di un cancro al seno. Forse non tutti sanno che anche alla cantante Anastacia all’età di solo 29 anni è stato accertato il tumore, con una ricaduta nel 2012, a fronte della quale si è sottoposta a doppia mastectomia. E la lista è ancora lunga: Sharon Osbrourne, Kylie Minogue, Kathy Bates e tanti altri.

I progetti
E’ dal grande impegno della fondazione Veronesi che è nato nel 2013 il progetto Pink is good, con due grandi obiettivi: educare alla prevenzione e sostenere la ricerca attraverso donazioni ed eventi. Ogni anno questa associazione di donne che hanno affrontato la malattia partecipa a una maratona portando in gara il “Running team” con le sue magliette rosa, a dimostrazione che uno dei primi fattori di prevenzione è una buona ed equilibrata attività fisica.

Una corretta prevenzione è il punto di partenza per ridurre il numero di donne colpite da questa malattia, il tutto accompagnato dai continui progressi in campo medico.

 

 

 

Fonti:

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