Cosmo, l’ultimo romanzo di Gombrowicz (1904-1969), è una favola spiazzante. Nonostante la semplice sequenzialità di eventi banali, ma assurdi, è difficile stabilirne una trama. Due studenti trovano alloggio in una pensione tra le montagne polacche e qui, vinti dalla noia, danno avvio ad una insensata investigazione interpretando segni, combinazioni, dettagli insignificanti. La vicenda si snoda così in una galassia di gesti ossessivi e ambigui personaggi.

Fin dalle prime pagine siamo immersi in un’atmosfera malata e misteriosa. Proprio come in un romanzo giallo ogni personaggio che fa il proprio ingresso in scena sembra nascondere un segreto macabro e una pazzia latente. Tra torbidi sospetti, allucinate apparizioni canicolari ed inequivocabili simboli di morte, la realtà pare deformarsi in una casualità indecifrabile.

Si delinea quindi una bizzarra architettura sotto le mani del lettore. Il romanzo prende forma nelle fitta rete di richiami e associazioni che oggetti insignificanti sembrano tessere tra di loro. O almeno questo è quello che crede il protagonista. Cosmo è una macchina che può svilupparsi all’infinito poiché infinite sembrano essere le possibilità combinatorie dei suoi elementi. La verità rimane dunque intrappolata in questa ragnatela che può dilatarsi esponenzialmente in tutte le direzioni, comprese quelle più perverse. La vicenda rischia di esplodere: il caos e la follia che ne derivano iniziano a dilagare e Gombrowicz non può che troncare bruscamente la narrazione nell’insensato finale.

E’ un romanzo poliziesco-filosofico in cui lo scrittore polacco indaga sulla formazione della realtà e sul problema del determinismo. L’ironia surreale e la carica eversiva tradiscono quindi un’ambizione filosofica. Come un critico d’arte che, nel tentativo di attribuzione di un quadro, si sofferma sui minuscoli particolari anatomici e decorativi, così il protagonista di Cosmo affronta una realtà caotica e multiforme cercando di mettere insieme i pezzi e gli indizi che solo lui sembra vedere. La sua è un ricerca senza meta ma così umanamente eterna.

Infatti l’ordine che il protagonista cerca di imporre alla confusione fenomenica è follemente soggettivo.  Vengono eletti a indizi rivelatori oggetti e segni assolutamente arbitrari e così una crepa sul muro può diventare una freccia, un segnale. Per Gombrowicz infatti ogni individuo crea la propria realtà selezionando arbitrariamente determinati elementi. Qualsiasi ordine non può quindi che essere personale e privato. Si creano infiniti mondi possibili e paralleli, tanti quanti i soggetti che li pensano.

Alla luce di questo soggettivismo conoscitivo e feticista va ricondotta pure la creatività artistica. L’arte è infatti la più libera delle vie per poter imporre al caos una propria forma, comunque condannata all’imperfezione.

Un feticismo, dunque, che determina il rapporto tra soggetto e oggetto. C’è una carica erotica nell’ossessione ordinatrice di Cosmo poiché la relazione uomo-mondo è innanzitutto incontro di corpi. La corporeità, e quindi la sessualità, si sostituisce ad una coscienza sempre più impotente. Il corpo ribadisce prepotentemente le proprie ragioni tradendo così la vera natura degli uomini.

Quello presente in Cosmo è certo un erotismo subliminale e deviato. Eppure nel romanzo acquista valenze auto liberatorie e addirittura comunicative. Leon, il più pazzo dei personaggi, nasconde dietro il termine “berg” pulsioni e appetiti sessuali che il protagonista riesce a cogliere nonostante la parola non abbia nessun significato in sé. Il “berg”, che potrebbe ricordare l’ “ehm” di Vittorini, rappresenta un mezzo di fuga dalla realtà, una farneticante autoaffermazione di sé un po’ come capita nei giochi infantili, durante i quali spesso viene istituito un linguaggio ludico e iniziatico. Si potrebbe definire la sessualità come una lingua franca comune a tutti gli uomini, unico vero terreno d’incontro con l’altro.

In Cosmo, Gombrowicz fa sue le tensioni tipiche del nouveau roman. Questo “mare dell’oggettività”, per usare un’espressione calviniana, travolge ogni senso possibile e il romanzo dichiara i propri limiti in una resa nichilista. Infatti, in un mondo dove ogni ordine è arbitrario e precario decade qualsiasi possibilità di senso. Le diramazioni della realtà, appunto perché infinite, non significano niente e si annullano a vicenda.

Cosmo è quindi la paranoica storia di un’ossessione e forse non tutti possono coglierne l’inquieta bellezza. E’ uno di quei libri crudeli che non lasciano scampo, capaci in poche pagine di spazzare via secoli di illusioni. Ma nel delirio fenomenico che trascina il lettore nella pazzia dell’incomprensibile e nell’assurdità che presiede ad ogni gesto umano, si aprono gli sprazzi di una poesia rivelatrice che, sebbene impietosa e brutale, commuove.


 

FONTI
F. Cantaluccio, L’ordine della follia, postazione a W. Gombrowicz, Cosmo, Il Saggiatore