01:12 am
20 novembre 2017

Mattinate di comune convivenza nel periodo ipotetico dell’irrealtà

Mattinate di comune convivenza nel periodo ipotetico dell’irrealtà

La prima luce del mattino filtra dalla serranda e mi accarezza il viso. Strizzo gli occhi, prima di riuscire lentamente ad aprirli. C’è l’odore del cappuccino nell’aria, e quello del cornetto caldo. Le tue dita sfiorano la mia pelle, delicatissime, e scivolano fino ad intrecciare la tua mano alla mia. Sorrido, ancora assonnata. Mi dai un morsetto amoroso sul braccio e io ridacchio. “Buongiorno, dormigliona” dici sorridendo. “Che ore sono?”, ti chiedo dopo il solito bacio. “Le otto” “Mpf, avrei potuto dormire molto di più …” “Lo so. Ti ho preparato la colazione” “Aaah, ecco cos’era questo profumino”. Il nostro appartamentino a Milano è piccolo e siamo in affitto, ma mi hanno offerto un buon lavoro, e prima o poi cambieremo casa. Anche tu hai un buon lavoro. Perlomeno ti danno uno stipendio decente. Stiamo insieme da anni, e siamo abbastanza felici. Sì, certo, litighiamo. Più spesso di quanto mi piaccia ammettere, in realtà. Ma poi riusciamo sempre a fare pace e a trovare dei compromessi, e alla fine non è questo che conta?

“Ha chiamato tua madre prima” mi informi mentre sorseggio il mio cappuccino al tavolo davanti alla finestra. Il sole se ne è già andato, scomparso tra coltri di nubi grigie. “Come se non sapesse che dormo a quell’ora” “Lo sa, per questo chiama me” dici con un sorriso sornione. Ricambio il sorriso e finisco di bere. “Come farei se non ci fossi tu?” Chiedo retoricamente mentre ti do un buffetto sulla guancia, enfatizzando il tono melodrammatico. Mi baci e mi prendi in braccio; arriviamo al divano mentre tengo ancora le mani intrecciate intorno al tuo collo. Ti sto per baciare quando vedo l’ora sull’orologio appeso al muro. “Porca miseria, è tardissimo!” Salto giù cercando di precipitarmi in bagno per trucco e parrucco, ma tu mi trattieni. “Non andare oggi, datti malata” “Ma tu non devi andare a lavoro?” “Mi darò malato anche io … Restiamo a casa, dai” dici mentre mi stampi altri baci sulla mano e sul braccio. “E da quando possiamo permetterci di darci malati?” dico sogghignando cercando di liberarmi dalla tua presa. Mi attiri verso di te e mi baci ancora, cercando invano di convincermi. “Amore, domenica staremo qui tutto il giorno a coccolarci, ok? Ma oggi è giovedì, dobbiamo andare …” mi allontano mentre tu resti ancora sul divano, “Entrambi, possibilmente, e di corsa! L’affitto non si paga da solo!” Esclamo dall’altra stanza mentre scelgo i vestiti. Dallo specchio del bagno ti vedo buttare la testa all’indietro e sbuffare, ma poi ti alzi e ti prepari anche tu. Le tue smorfie mentre ti lavi i denti mi fanno ridere come una matta; come sempre è difficile convincerti a farti la barba, almeno un po’, e qualche volta non ci riesco. Stamattina usi la scusa della fretta per non prendere il rasoio. Sulla porta ci salutiamo. Un bacio a stampo. “Buona giornata, amore” “Buona giornata anche a te, ci vediamo stasera”. E partiamo, ognuno incontro alla propria vita frenetica.

È solo una mattinata come tante, nell’universo parallelo in cui non ci siamo persi. Un universo in cui né io né te abbiamo avuto altre storie, altri  traumi, altri fallimenti. È l’universo in cui ci siamo detti ciò che provavamo, in cui siamo stati coraggiosi. Quante pene ci siamo risparmiati, in quella dimensione? Non è perfetta, ma siamo abbastanza felici. In quell’universo le mattine sanno di baci e cappuccino, ed entrambi facciamo del nostro meglio. Ma in questo non è andata così. Non dico che non facciamo del nostro meglio anche qui. Ma lo facciamo da soli, in vuote mattinate di gelo.

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