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20 novembre 2017

I tesori di Damien Hirst sorprendono Venezia

I tesori di Damien Hirst sorprendono Venezia

Nel 2008, al largo della costa orientale dell’Africa, è stato ritrovato il relitto di una nave naufragata. Gli indizi forniti dalla natura del carico dell’imbarcazione hanno spinto gli studiosi a pensare che il proprietario della nave fosse Cif Amotan II, un liberto turco vissuto tra la metà del I secolo e l’inizio del II secolo d.C. Lo schiavo, in seguito all’affrancazione, accumulò un’immensa fortuna che gli permise di mettere insieme una ricca collezione di manufatti provenienti da ogni angolo del mondo antico. Sulla nave Apistos vennero caricati più di cento cimeli del collezionista, per essere trasportati in un tempio dove potessero trovare una collocazione degna della loro magnificenza. Invece, un terribile naufragio consegnò l’intera collezione ai fondali dell’Oceano Indiano. Già nel Medioevo e nel Rinascimento la leggenda di Cif Amotan II e del prezioso carico del vascello affondato si diffuse in tutto il mondo. Fino allo straordinario ritrovamento del 2008, quando il recupero dell’imbarcazione ed il restauro delle opere vengono finanziati dall’artista inglese Damien Hirst, che ha poi deciso di esporre l’intera collezione a Venezia. Le sculture sono coperte da coralli e concrezioni marine, che testimoniano la loro permanenza lunga duemila anni sui fondali oceanici.

Ma è davvero andata così? Osservando le incrostazioni da vicino, ci si accorge che sono fittizie, così come le statue, realizzate da Hirst e dai suoi assistenti. L’ex Young British Artist racconta al pubblico una storia, e lo sfida a crederci. Tutto fa parte della messa in scena, dai pannelli lungo il percorso espositivo alla guida cartacea fornita all’inizio della mostra, ai video che mostrano i sub durante il recupero delle opere dal fondo dell’oceano. Le sculture sono realizzate in materiali tipici della statuaria antica, come marmo, bronzo, malachite, oro, giada, cristallo. I soggetti sono recuperati da tradizioni antiche e lontane, ma è palese la contaminazione contemporanea. Ecco allora che il busto di una principessa egizia diventa quello di Rihanna, un faraone ha le sembianze di Pharrell Williams, un Transformer dorato ricoperto di coralli trova spazio tra piccoli idoli di civiltà passate e personaggi come Topolino e Pippo emergono dalle incrostazioni marine come simulacri di potenti divinità ancestrali.

Tra le altre sculture, due autoritratti di Hirst che si spaccia per Cif Amotan II rendono ancor più labile il confine tra realtà e leggenda. Una delle opere più spettacolari è certamente la statua bronzea di un demone mesopotamico alta più di diciotto metri, che stupisce e affascina nell’atrio di Palazzo Grassi. La mostra sta avendo un grandissimo successo tra il pubblico, la critica però si divide. Certamente va riconosciuta l’unicità della mostra di Hirst, niente di simile infatti si era mai visto prima. I video di misteriosi recuperi dalle acque, rilasciati prima di svelare l’oggetto della mostra, hanno generato curiosità e grande aspettativa nel pubblico. Lo storytelling che accompagna l’esperienza dei visitatori prima, durante e dopo la mostra rende la favola di Cif Amotan II più reale. Ciò che ha fatto discutere è principalmente il costo dell’intera operazione, a partire dalla preziosità dei materiali utilizzati per costruire le opere, motivo che ha spinto alcuni a reputare la mostra un esperimento molto costoso, troppo ambizioso e kitsch. In ogni caso, Treasures from the wreck of the unbelievable è un’operazione dalle molteplici funzioni: è una mostra, un gioco, una messa in scena, una riflessione sul mondo dell’arte, è tutto ciò che si vuole credere.

 

 

Treasures from the wreck of the unbelievable fino al 3 dicembre sarà visitabile presso Palazzo Grassi e Punta della Dogana, a Venezia. La mostra, curata da Elena Geuna, ha richiesto 4 mesi di allestimento e 10 anni di ideazione.

Per ulteriori informazioni http://www.palazzograssi.it/it/mostre/in-corso/damien-hirst-a-palazzo-grassi-e-punta-della-dogana-nel-2017-1/

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