L’arte ama indugiare sul particolare, e anche noi. Ci prendiamo il rischio di scrivere un articolo davvero poco interessante: pazienza. Arte per arte, particolare per particolare, che indugio sia.

Il particolare, come primo indugio, sono le figure retoriche. Quella lunga lista di nomi che rimandano a parole a loro volta intrise di significato. Ornamenti al testo, piccoli vezzi, presuntuose autocelebrazioni, ostentazioni di poeti bravi -e non-. Non perderemo tempo a convincervi che siano interessanti: non è così. Noi, però, siamo stati obbligati a impararle. Per cui adesso, con un po’ di pazienza, ve le beccate anche voi.

Primo indugio, la catacresi. E che indugio. Dunque, ci è sembrato giusto farvi sapere che con un semplice calcio a una gamba di un tavolo potreste gettare le basi per una perfetta catacresi. Servirsi in senso proprio di un termine usato in senso estensivo o figurato, cioè servirsi di una gamba in senso di tavolo. Continua a essere poco chiaro, ma ci faceva gola il gioco di parole. Insomma, niente di così complicato: la gamba è un termine generico, estensivo, figurato, ma se usato in senso proprio -o in senso di tavolo- diventa una catacresi. Punto.

Antonomasia: sostituire il nome di una persona con un appellativo o con una perifrasi. “Il ghibellin fuggiasco”, dice Foscolo di Dante. E crea un’antonomasia, da presuntuoso, autocelebrativo, poeta (bravo) quale è.

Metonimia, altrimenti detta sostituzione di un termine con un altro con cui è in rapporto. Quale sia il rapporto poco importa: causa-effetto, effetto-causa, materia-oggetto, contenitore-contenuto, astratto-concreto e così via. Se leggiamo Manzoni, ad esempio, oltre a compiere un gran bel gesto, stiamo anche pronunciando una metonimia. Due piccioni con una fava.

Fava che potremmo usare anche per un ipotetico terzo piccione, se ci svegliassimo una mattina con un irrefrenabile desiderio di caffè e prosopopea. Attribuire sentimenti umani a cose o animali, facendoli parlare o rivolgendogli la parola. Una miniera d’oro, più che una fava.

Se invece insieme al caffè volessimo rapportare più membri coordinati e paralleli di una frase a un unico elemento, desiderio ambizioso e singolare ma tutto sommato lecito, avremmo realizzato uno zeugma. O saremmo stati presi da un’improvvisa pigrizia, che sarebbe perfetta per la mattina e spiegherebbe anche il caffè. In ogni caso, lo zeugma non è una bella figura retorica. Mortifica la grammatica, va a ribasso, per sottrazione, leva ciò che ritiene superfluo. Marta va a Milano, Arianna al mare. Arianna, al mare, cosa esattamente? Nuota, gioca, va, si diverte? Decisamente una brutta figura retorica.

Ma passavam la selva tuttavia/la selva dico […] Un altro poeta (bravo) che ama le ostentazioni, gli indugi e le figure retoriche. E che, nel caso specifico, si è servito di un’anadiplosi per mettere in risalto la sua cara selva oscura.

Fermiamoci un attimo adesso, perché spiegare il chiasmo non sarà facile. Ci vorrebbe un disegno, in mancanza di questo useremo la matematica. Dunque, pensate a una proporzione: tavolo sta a gamba come figurato sta a proprio, per dire. Torna, no? Se non dovesse tornare, rileggete quanto abbiamo detto sulla catacresi e, per cortesia, questa volta con un pizzico di attenzione. Comunque, tutto questo al chiasmo non interessa. Il chiasmo prende una frase ordinata, bella, pulita e ne sconvolge l’ordine. Come se, all’improvviso, la gamba stesse a proprio come tavolo a figurato. Assurdo. E quindi laddove una bella ragazza vorrebbe accanto a sé un ragazzo simpatico, ecco che arriva il chiasmo e le piazza vicino un simpatico ragazzo, rovinando tutto: gamba, tavolo, ragazza e ragazzo. Uno tsunami.

Ultimi due indugi, poi ci fermiamo e vi promettiamo che la prossima volta che ci verrà voglia di indugiare lo faremo in separata sede, da soli e soprattutto non a scapito vostro.

Enallage è una bella parola perché fa pensare a un’altalena e questo ci è sembrato un motivo sufficiente per spiegare anche a voi di cosa si trattasse. Nella pratica, non è niente di particolare: usare una parte del discorso con la funzione di un’altra. Nella pratica, insomma, non è neanche così corretta. Sappiate, comunque, che la prossima volta che userete “tardo” al posto di “tardivamente”, da qualche parte, nel mondo, farete muovere un’altalena.

E poi l’ultimo indugio, l’ultimo particolare. In questo caso, e davvero nel caso specifico, è stato il poeta (bravo) a trasformare una figura retorica di per sé banale in un capolavoro. Amor ch’a nullo amato amar perdona, diceva il ghibellin fuggiasco quando si divertiva a venir chiamato per antonomasia –se avete ricostruito questo, touché-. Tecnicamente, si tratterebbe di ripetere nello stesso verso due o più parole con la stessa base etimologica, ma questo è davvero poco interessante. Praticamente, significa scrivere una delle più belle frasi della letteratura italiana –e non-. Questo nel caso di un poeta bravo, naturalmente: in caso contrario, ci rifacciamo alla definizione appena citata. Non ci soffermeremo sulla meraviglia stilistica rappresentata da questo verso perché cadremmo in un umiliante e adulatorio panegirico dantesco.

Quindi, nonostante ci vengano in mente righe su righe da scrivere e nonostante le nostre dita abbiano già cominciato a fremere, avremo pietà di voi e ci fermeremo qui: di fronte al più bell’esempio di figura etimologica che sia mai stato scritto.

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