Noi andremo via…e il tempo resterà“. Parola di Pino Daniele.

Prende il via più o meno così il biopic curato da Giorgio Verdelli sulla vita del cantautore napoletano, scomparso prematuramente nel 2015, uscito a marzo in visione limitata nelle sale cinematografiche d’Italia e riproposto in chiaro su Rai 3. Una pellicola di 108 minuti che descrive, testimonia e ripercorre la strada musicale di Pino Daniele in un’ideale macchina del tempo – che si sposta dagli anni ’80 ai giorni nostri – viaggiante sempre sui connotati tipici di vitalità e creatività canora del bluesman partenopeo.

Pescara, Verona, Milano, Roma e le sue Terme di Caracalla fanno da scenario al racconto, in vari momenti e concerti del percorso musicale di Daniele, ma poi c’è soprattutto lei: Napoli. La città da cui tutto è partito e dove Pino probabilmente non smetterà mai di vivere.

Pino Daniele sta a Napoli come Lucio Dalla sta a Bologna. La città campana viene esplorata dal collage del regista in quasi quattro decenni. Si parte da quello a cavallo degli anni ’80, dove Pino Daniele – dopo gli esordi e l’ingresso nel gruppo dei Napoli Centrale – si erge più che mai a simbolo della città, insieme ai film dell’amico fraterno Massimo Troisi ed alle giocate magiche del Napoli di Maradona in quello che è il trionfo della “napoletanità”, con canzoni come Napul’è, ‘Na tazzulella ‘e cafe’ (entrambe dall’album Terra Mia), Je so’ pazzo (Pino Daniele), Appocundria, Quanno Chiove, A me me piace ‘o blues (le ultime tre contenute all’interno del disco Nero a metà, votato da molti come il miglior album pensato dal cantautore). Poi si giunge al decennio degli anni ’90, quando il bluesman regalò un brano irriverente come O’Scarrafone, per poi dedicarsi alla stesura della colonna sonora del film di Troisi Pensavo fosse amore…invece era un calesse, componendo una delle canzoni d’amore più apprezzate di sempre della musica italiana, ovvero Quando.

Ma non è finita qui: con i cd Non calpestare i fiori nel deserto e Dimmi cosa succede sulla Terra, prodotti il 1995 e il 1997, l’interprete si apre la strada a quelle sperimentazioni che attuerà pienamente negli anni 2000, quando Napoli diventerà per lui un punto di partenza per lanciarsi in sperimentazioni  di genere, epoca e tipo, sino al ritorno alle origini, in una perfetta chiusura del cerchio.

Nel cuore del Biopic testimonianze di colleghi e artisti si alternano: dall’incipit di Jovanotti, che, insieme a Ramazzotti, ha voluto, durante la tappa del tour 2015 allo Stadio San Paolo, rendere omaggio a Pino Daniele, definendolo una persona dotata di umanità, umiltà e semplicità; ai pensieri di Vasco Rossi e Giorgia. Senza dimenticare i partenopei di oggi Clementino, Daniele Sanzone di A67 e Maldestro, che della sua musica si sono nutriti. Un gruppo di amici intimi capitanato dal drammaturgo Beppe Lanzetta e personaggi dello spettacolo del calibro di Renzo Arbore.

Il tutto però, ruota intorno a loro: i musicisti di Pino. Il compianto Rino Zurzolo (basso), Tullio De Piscopo e Tony Esposito (percussioni), Joe Amoruso (piano) e James Senese (sax). Loro, che hanno costituito il “Neapolitan Power” facendosi apprezzare in tutto il mondo.
Nel film salgono su un’ideale autobus dei ricordi, guidato per l’occasione dall’attore Enzo de Caro, ripercorrendo le tappe della memoria in cui è impossibile non trovare un posto per il concerto del 1981 in Piazza del Plebiscito (luogo dove i cinque poi decideranno idealmente di scendere dall’autobus) davanti a circa 200.000 persone.

Un docu-film quindi che vale la pena di vedere perchè, come spiega Raffaella Giancristofaro sul sito mymovies.it, non ci sono sbavature da fan club, ma opinioni competenti: come quelle di Ezio Bosso e Stefano Bollani, che si focalizzano sull’idea polifonica di Pino Daniele, o la stima e il gradimento di molti artisti internazionali quali Wayne Shorter, Al Di Meola, Eric Clapton, Pat Metheny, e Chick Corea.

Fonti: Wikipedia, MyMovies, Youtube

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