Scritto, elaborato, partorito a più riprese a soli ventisei anni, I Buddenbrook di Mann restituisce una perfetta visione d’insieme dell’alta borghesia anseatica del primo e secondo Ottocento. Quello che compie Mann è un ritratto e al contempo una cronologia: “vanno a vicenda ciascuna al giudizio” le quattro generazioni della famiglia lubecchese e appaiono date, spostamenti, luoghi, persino lettere in quello che è il primo romanzo dell’autore, mentre la vicenda, che risente anche del clima esterno di quegli anni (un esempio è l’onda rivoluzione che scalfisce la Lubecca del 1848), si svolge fra 1835 e 1875.

Il romanzo colpisce il lettore fondamentalmente per un fattore preciso: l’ordine e il rigore. La scrittura di Mann, nonostante si tratti del suo primo romanzo, appare rigida e ben formata, distesa, con un gusto che tende maggiormente alla paratassi e ai lunghi periodi composti da frasi brevi. Ciò che risulta affascinante consiste anche nella formulazione di un linguaggio fortemente caratterizzato da sostantivi derivati dalla mobilia, dal cibo, dal vestiario: vengono appurate descrizioni ineccepibili di ambienti domestici e di altri elementi che raggiungono la massima luce entro la casa dei Buddenbrook. Si fa attenzione alla cucina, ai pasti, sempre enumerati e di cui ci vengono fornite le caratteristiche legate al gusto, all’olfatto e alla vista, agli abiti, su cui si indugia con fervore lasciando che tutto l’interesse spazi dalla sensazione tattile dei diversi tessuti alla loro gamma cromatica che risente dei cambiamenti di luce.

Verrebbe da dire che il romanzo è tutto un equilibrato horror vacui, dove il tutto è in realtà il nulla più assoluto: le stanze piene sono in realtà vuote, i personaggi paiono solo cibarsi e non nutrirsi, le persone hanno più del manichino vestito di tutto punto anziché dell’essere umano fatto e finito. A ciò si aggiunga l’estrema insistenza, anch’essa studiata e voluta, dello svolgimento dell’azione nell’unico luogo possibile, ossia l’ambiente domestico: le mura della casa Buddenbrook sono i muri erti contro il popolo e altre famiglie concorrenti, comprese quelle nobili, verso cui la famiglia non è mai coerente nell’ammettere la propria cauta invidia. I muri crollano, tuttavia, se si considera la mentalità che contraddistingue i Buddenbrook: essi sono solo una delle numerosissime famiglie che vedono nella religione protestante, nella realizzazione economica e nel mantenimento del prestigio i fattori principali per assicurarsi un posto nel mondo. La città appare dunque essere estremamente collegata nelle sue parti (se si rimane naturalmente al livello dell’alta borghesia) dalla rete dei valori condivisi: un tema importante, perché permette di rendere la famiglia Buddenbrook una sineddoche di una intera società.

Sembra essere dunque il caso di un romanzo enfant prodige, non perché l’autore fosse molto giovane, ma perché la giovinezza risiede nel fatto per cui si tratta del primo esperimento compiutamente romanzesco di Mann. Lo scrittore aveva già esplorato il campo della prosa mediante vari racconti e brevissimi romanzi (o racconti lunghi, per dir meglio), ma non aveva mai affrontato la forma del romanzo, vale a dire quella forma che si può considerare figlia del Romanticismo e quindi una veritiera discendente della Germania degli inizi dell’Ottocento. Se si considera questo fatto si può allora pensare che il romanzo non parta dal 1835, come afferma la narrazione, ma da ben prima, dall’epoca romantica, e che sia in un certo qual modo l’equivalente tedesco de I miserabili di Hugo, in quanto entrambi si configurano come romanzi epici; Mann potrebbe altresì essere accostato a Tolstoj in questo caso. Del resto, pur sempre di miserabili si tratta. Ma i miserabili di Mann non sono né nobili né poveri rivoluzionari che combattono per la sopravvivenza della propria integrità: l’unica integrità che si difende è quella della famiglia e mai quella dell’individuo singolo.

E’ dunque normale che venga alla mente quel verso celeberrimo in Romeo and Juliet di Shakespeare che recita “What’s in a name?”, “Cosa c’è in un nome?”. Nel nome Buddenbrook c’è appartenenza, soprattutto, a una condizione, a un tempo che pare eterno e immutabile, all’assenza di contingenza, alla ricchezza, alla religione. Al nome Buddenbrook sembra che si appartenga per necessità e per inevitabilità del destino: il nome è percepito come un passaggio di testimone da una generazione all’altra, tutte ligie alla soddisfazione della manutenzione (nel vero senso della parola) della famiglia e di ciò che ne comporta. Chi nasce entro questa famiglia (e chi entra, per via di matrimoni) consiste in un automa che vive la vita nell’annullamento delle proprie aspettative di uomo e di donna, eliminando completamente il valore della scelta libera e consapevole, voluta, desiderata ai fini di soddisfare un proprio desiderio; i membri della famiglia non si percepiscono apparentemente come membri tutti di un gruppo, singolarmente ma insieme, ma si percepiscono come un intero organismo vivente, pur senza sapere che ogni organismo ha una vita e come tale possiede un inizio, uno svolgimento e una fine. Essere un Buddenbrook è uno stile di vita che ha tre capisaldi fondamentali: la famiglia, il mantenimento della ditta (dunque del denaro) e la religione, tutti elementi che ruotano attorno alla più grande sfera del potere. Non c’è spazio per arti o cultura veramente sentita: tutto ruota attorno a quella “bella faccia” che è necessario che si mostri in società. Sono la consuetudine e la convenzione ad esigere qualcosa, non la ricerca di una soddisfazione personale, anche intellettuale; attorno alla casa ruotano personaggi quali il poeta Jean-Jacques Hoffstede e il professor Marcellus Stengel, ma nulla più. Ogni tentativo, specie compiuto da Christian, di focalizzare l’attenzione sulla bellezza e sul benessere interiore che apportano arti quali la recitazione, il teatro, la musica e la danza è immediatamente messo da parte e bollato come “inutile” e “stupido”. Per i Buddenbrook vale assai comodamente il detto “il tempo è denaro”: meglio allora non sprecarsi in faccende inutili che non solo non portano frutto, ma sono dispendiose in senso economico e recano danno all’azienda e alla famiglia stessa, che si manifesta in ogni individuo come un centro di gravità permanente. I personaggi, volenti o nolenti, decidono sempre di appartenere all’ordine delle cose.

Esiste nel romanzo la forma di un compromesso importante, o forse meglio definibile come una bipolarità nemmeno nascosta: la monumentalità ottocentesca e l’odore modernista. Potremmo infatti dire che tale monumentalità, pesante, maestosa e vecchia sta all’ambiente domestico, alle regole e ai dettami famigliari esattamente come l’odore modernista sta nel trattamento di alcuni dei personaggi da parte dell’autore stesso. La grandezza di Mann non consiste certo nell’aver elaborato uno splendido quadro della società anseatica dell’Ottocento, nell’aver fotografato una parte della propria famiglia che ebbe lunga vita, o nella grande capacità di rendere la cronologia degli eventi con un’accuratezza tale da sembrare quella che si richiede a un qualsiasi storico; la formidabilità di Mann sta nella sua coscienza ante litteram del termine “narratore”. I pensieri dei personaggi non sono resi autonomi, quasi come fossero appunto vite nuove e diverse da quelle del demiurgo letterario, ma sono indiretta espressione del pensiero dell’autore. Vi sono alcuni personaggi per l’appunto in cui il sentimento dell’autore è coerentemente espresso e, attenzione, non si tratta necessariamente del compiuto pensiero di Mann: Tony, Christian, Hanno possiedono naturalmente alcuni caratteri che li fanno erroneamente pendere dalla bocca dei pensieri che contraddistinguono la visione del mondo di Mann, ma non si concentrano solo su questo. Il narratore si concede uno spazio di distanza fra l’autore e le sue creature, essendo anch’essa creatura dell’autore: è dunque il pensiero del narratore che si esprime, non quello dello scrittore tedesco. Sarebbe opportuno e interessante compiere un’attenta analisi narratologica circa il romanzo, in quanto solo nei confronti dei personaggi sopracitati viene adottato il discorso indiretto libero, uno dei più alti ingredienti del modernismo europeo in ambito narrativo.

L’intervento di Mann, e quindi dell’autore, viene comunque percepito nell’estrema lucidità attraverso cui sono stati prima vissuti, poi elaborati e messi per iscritto i diversi eventi. La razionalità non lascia mai il passo all’irrazionale, all’irragionevole: tutto si svolge entro i confini di causa e conseguenza, quasi come se tutto fosse spiegabile attraverso una legge fisica di necessità; questo “approccio scientifico” mette da parte l’induttivismo e si fonda per intero sul deduttivismo, in quanto c’è spazio solo per le leggi e le teorie e mai per le esperienze. Potrebbe altresì essere importante ai fini di quest’analisi l’apporto positivista, il quale per decadenza intende prima di tutto la disgregazione di un fattore organico che è pronto a sottomettersi alla legge della necessità. A differenza de “I Malavoglia”, dove in fin dei conti i personaggi avevano scelta di intraprendere un cammino differente pur consapevoli della propria dannata fine, in questo romanzo borghese non sono contemplati né la scelta né il danno: essi sono semplicemente non considerati.

Fonti

Testo:
T. Mann, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia, Introduzione di Cesare Cases e traduzione di Anita Rho, Einaudi, Torino 2014 [1952]

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