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19 novembre 2017

Il poeta di Recanati: Giacomo Leopardi

Il poeta di Recanati: Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno del 1798 a Recanati dal conte Monaldo Leopardi e da Adelaide Antici, sin dalla prima età inizia a scrivere traduzioni, opere erudite e grandi prove poetiche. Come troviamo in un diario del 5 settembre del 1834, il suo aspetto ha qualche cosa di orribile: è piccolo, gobbo con un viso sofferente. Abbiamo un uomo che vive intorno ad un sentimento di emarginazione nei confronti della socialità, una condizione di emarginazione fisica ma anche civile; forse dovuta anche dalla piccola città di Recanati: cittadina troppo tranquilla e sonnolenta.

Grande formazione da autodidatta, con una grande predisposizione nell’imparare il greco e l’ebraico da solo dovuto certamente alla presenza di una grande biblioteca paterna nella sua dimora, che conteneva fino a circa 16.000 volumi di ambito teologico, storico ed erudito. Non sorprende affatto che il figlio, sotto la totale ispirazione di una grande figura paterna come il padre “scrittore di una certa finezza ed arguzia stilistica” come sostiene Marini, abbia portato lo stesso Giacomo ad iniziare a scrivere dal 1809, con grandi prove poetiche, tra le quali troviamo due tragedie ed indagini di tipo filologico che dimostravano la forte competenza che fecero di lui uno dei più grandi filologi dell’Ottocento. In un passaggio dall’erudizione al bello, Leopardi, si trovò a voler introdursi nel mondo; volontà nata da un grande rapporto epistolare che lui stesso intrecciava con Pietro Giordani (1774-1848) che lo portò a prendere consapevolezza del proprio valore, poi, dal primo grande amore provato per Geltrude Cassi, ventiseienne cugina del padre, ospite in casa Leopardi. Un passaggio che venne, in seguito, segnato “dal bello al vero”, dove la frustrazione per la mancata fuga da Recanati, lo portò ad un forte esaurimento psicofisico che colpì profondamente la sua vista. Un 1817 che Leopardi vedeva come un anno che portava il suo peso dei mali; nel Luglio dello stesso anno iniziò a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà fino al 1832 le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere.

Proprio Giovanni Papini in “Felicità di Giacomo Leopardi” (1939), diceva: “cantare il dolore fu per lui rimedio al dolore, cantare la disperazione salvezza dalla disperazione, cantare l’infelicità fu per lui, e non per gioco di parole, l’unica felicità. In quei canti veramente divini il Leopardi trasformò l’angoscia in contemplativa dolcezza, il lamento in musica soave, il rimpianto dei giorni morti in visioni di splendore”, da questa meravigliosa descrizione del nostro poeta di Recanati vediamo proprio la legge che dominava il suo io: il pessimismo, nella totale ricerca di ciò che sarà la sua ricerca di “Infinito” su quel Monte Tabor con un ostacolo percettivo che permette la fuga della mente dalla esperienza immediata dei sensi.

Fonti: letteratura.it

Crediti immagini

 

 

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