Lo sport è fatica. E’ sudore, affanno, è arrivare al temine dell’allenamento allo stremo o quasi delle forze, ma è anche entusiasmo, euforia, soddisfazione. È una gioia fisica e mentale. Ma la fatica resta e una delle sfide di chi si dedica ad uno sport consiste proprio nell’allenare il proprio fisico a resistere allo sforzo cui lo si sottopone.

Ha destato un notevole stupore la foro postata sul proprio profilo dal ciclista Pawel Poljanski delle proprie gambe al termine della 16° tappa del Tour de France (una foto simile era stata diffusa da Bartosz Huzarski e aveva subito scatenato dibattiti su di un possibile utilizzo di sostanze dopanti, subito smentite) la foto infatti mostra le gambe dell’atleta visibilmente provate, con le vene gonfie e le gambe di uno strano colore.

Eppure, nonostante lo sconcerto, è una conseguenza normale per chi, come questi atleti, svolge un’attività fisica ad un tale livello di agonismo.

Per questo motivo, quando ci si trova davanti a sportivi non più giovanissimi (secondo gli standard delle diverse discipline) non ci si può non stupire per la tenacia e per la resistenza fisica che quotidianamente dimostrano. Ci sono atleti che vincono una medaglia e poi spariscono, come meteore nel cielo, altri che continuano a far parlare di sé per anni, ma più per la propria presenza che per i risultati ottenuti. Ci sono atleti poi che non solo proseguono l’attività agonistica oltre il tempo limite medio, ma che lo fanno continuando a dominare nella propria disciplina.

L’ultimo esempio è quello della nuotatrice Federica Pellegrini. Dopo 13 anni dalla prima medaglia (Atene 2004), e dopo una decade e più passata a imporsi (seppur tra alti e bassi) nei 100 e 200 sl, ha inciso il proprio nome nella storia del nuoto, vincendo sette medaglie nei soli mondiali, fino all’oro nei mondiali di Budapest di quest’anno.

Come lei pochi altri. I nomi più noti e immediati sono Federer, 36 anni e 8 titoli conquistati, e Nadal, con 10 anni di gare ai massimi livelli, nel tennis; Valentino Rossi, 20 anni di carriera iridata, e Loris Capirossi, 17 anni dal primo titolo, nel motociclismo; Jeannie Longo, che vinse l’ultimo oro 32 anni dopo i primi successi, e Gino Bartali, 16 anni di storia sportivi incisi, nel ciclismo; George Foreman, 37 anni sul ring prima del ritiro definitivo, e Bernard Hopkins, con i suoi 20 anni di dominio nei pesi medi, nella boxe. O ancora Boris Shakhlin, ginnasta che nella sua carriera vanta 6 medaglie d’oro in tre edizioni olimpiche, Edoardo Mangiarotti, schermidore che detiene il record  italiano di medaglie olimpiche, senza contare le 26 vinte ai mondiali, la nuotatrice Jennie Thompson, con le sue qauttro olimpiadi o la canoista Birgit Fisher, che gareggiò e vinse per più di 24 anni.

Sono atleti e persone fuori dalla norma, capaci di sfidare il tempo e vincere, stravolgere quelli che per tutti sarebbero i limiti imposti dall’età, dal corpo che cambia, dalla voglia che cala, ma non solo: sono atleti che vivono e osservano e fanno loro i cambiamenti in atto nelle proprie discipline e non se ne curano. Cambiano i costumi, cambiano le regole, cambiano gli strumenti, le tecnologie e gli allenamenti, ma non cambiano loro. Per loro nulla conta, nulla cambia. Sono atleti superiori, per cui nulla ha peso più della propria volontà di vincere.

Come dimenticare le olimpiadi di Atene 2004 in cui un non più giovane Yuri Chechi mise in gioco se stesso per sfidare gli invece giovani ginnasti, ottenendo la medaglia di bronzo? Non vinse l’oro, è vero, eppure la forza di volontà e la passione per il proprio sport rimangono un ricordo indelebile nella memoria di chi seguì la diretta della finale. Un uomo in pace, che metteva tutto se stesso in quello che faceva e non badava a chi gli ricordava che era ormai fuori tempo massimo. Lui, come gli altri, ha dimostrato che un individuo può vincere qualunque avversario, anche il tempo che passa.

Fonti: CorrieredelloSport, ilPost, rainewsrepubblica,

Credits: img1, img2, img3,