di Federico Lucrezi

Abbiamo visto tutti quelle immagini.

Una donna trascinata per alcuni metri, imprigionata dalle porte di un vagone della metropolitana.

Il bilancio della giornata vede la donna trasportata in ospedale con qualche osso rotto e l’autista del treno sospeso dal servizio in attesa che le indagini accertino le effettive responsabilità. Una conseguenza abbastanza dura, inasprita dalle immagini delle telecamere che ritraggono chiaramente l’uomo intento a pranzare in cabina mentre chiude le porte e riprende la marcia.

In che percentuale negligenza e sfortuna abbiano giocato una parte nella vicenda saranno gli inquirenti a stabilirlo. Sicuramente però dall’immancabile gogna mediatica che ne è scaturita, tra chi accusa senza riserve l’autista e chi prova a giustificarlo chiamando in causa i turni di lavoro massacranti a cui gli autisti in servizio sono sottoposti, è bene fare un piccola riflessione spostando lo sguardo verso la parte a destra dello schermo, dove la malcapitata rimane impigliata nelle porte della metro.

Le porte si stanno chiudendo, la donna prova a salire ugualmente salvo cambiare idea all’ultimo istante quando ormai è troppo tardi e rimane incastrata.

Le immagini riportano alla mente scene di ordinaria amministrazione, a Milano come a Torino, a Palermo come a Roma, per chiunque viaggi abitualmente sui mezzi pubblici.

C’è chi a gomitate si fa largo su mezzi già pieni oltremisura, chi incurante della pericolosità si lancia sull’autobus provando a salire prima che le porte siano completamente chiuse. C’è chi porta animali e biciclette sui mezzi senza aver letto le disposizioni in merito e chi semplicemente si lancia all’arrembaggio dei posti a sedere liberi all’apertura delle porte scavalcando letteralmente chi sta cercando di scendere.

Finché la maleducazione rimane puro costume male che vada inorridisce qualche turista nordeuropeo per nulla avvezzo a certe scene. Quando però dal folklore si passa a spiacevoli episodi come quello di Roma è bene fermarsi un attimo e raccontarsi che così no, non va bene.

È troppo semplice sguazzare felici in un mare di inciviltà pronti a lamentarsi appena ci scappa l’osso rotto. Senza mai assumersi le proprie responsabilità. È sempre colpa di qualcun altro. In questo caso con ogni probabilità a farne le spese sarà l’autista che non dimenticherà quel piatto di pasta così facilmente. L’avesse mangiato un paio di stazioni dopo forse non starebbe rischiando il lavoro. D’altra parte la tendenza a trovare un responsabile, un capro espiatorio a cui dare la colpa è un fenomeno squisitamente italiano, anch’esso parte dell’italico costume che ci rende famosi nel mondo.

Eppure a volte è così semplice, basterebbe un po’ di sano buon senso per evitare spiacevoli situazioni con conseguenze anche molto gravi.

Come sempre puntare il dito verso qualcun altro da accusare è più comodo che assumersi la responsabilità delle proprie azioni. D’altra parte, parafrasando il cantautore romano Mannarino, per ogni dito puntato verso un povero fesso …ce ne sono altre tre che indicano se stesso.

 

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