Dante Alighieri era un misogino, ma lo Stilnovo è ormai poesia sublime e dolcissima… e poi erano altri tempi.
Cecco Angiolieri non lo nomino neanche, ma è ormai poesia irriverente e goliardica… e poi erano altri tempi.
Certo, un tantino volgare Bukovsky, ma è pur sempre Bukovsky, e poi… erano altri tempi.

Ma siamo sincere: un uomo dei nostri tempi – che sia un poeta, un cantautore, persino un pubblicitario – per muoversi con sincerità e spontaneità all’interno del panorama poetico ( o anche solo espressivo-comunicativo) contemporaneo, deve usare guanti, scarpe di gomma e guardarsi sempre bene le spalle.
Ce lo dimostra Roberto Vecchioni, che con le Donne, vere o allegoriche, ci ha costruito un’intera carriera, in fondo “la sua ragazza è il suo mestiere”. (La mia ragazza, 1985)
Il professore sa bene come muoversi, sceglie di camminare sul filo dell’essenza delle parole, gioca con l’espressività e i sottintesi al punto da finire, con “Voglio una Donna” nel 1992, a piedi all’aria e con moltissime dita smaltate puntate contro.

Abbiamo un mare di figli da pulirgli il culo:
Che la piantasse un po’ di andarsene in giro”
“Prendila te quella col cervello,
che s’innamori di te quella che fa carriera,
quella col pisello e la bandiera nera
la cantatrice calva e la barricadera
che non c’e mai la sera”

Non c’è dubbio che ad una prima, una seconda, forse anche ad una terza lettura, il testo sia irriverente e misogino.
Un testo scritto da un uomo di poco spessore, uno di quelli che non vede oltre il suo naso, oltre il suo piatto di pasta -sempre caldo- dopo il lavoro.
Insomma, un uomo pacca sul culo e calzini sporchi a terra.
Un uomo innamorato del suo essere uomo.

“Prendila te la signorina Rambo
che s’innamori di te ‘sta specie di canguro
che fa l’amore a tempo
che fa la corsa all’oro
veloce come il lampo
tenera come un muro
padrona del futuro”

“Prendila te quella che fa il “Leasing”
che s’innamori di te la Capitana Nemo,
quella che va al “Briefing”
perché lei è del ramo,
e viene via dal Meeting
stronza come un uomo
sola come un uomo”

 

E’ superficiale, quanto scontato, ribadire quello che Vecchioni disse più volte nel 1992.
Questo pezzo è una provocazione, una provocazione su più fronti.
Ma le provocazioni sono fatte per chi sa raccoglierle.
Chiaramente andare oltre la terza lettura non è un lavoro per pigri, vero anche che durante l’ora di italiano non tutti eravamo sempre attenti quando ci spiegavano il significato di lettura denotativa e connotativa, sottotesto, interpretazione.
Ma ribadiamolo ancora: per comprendere un testo, non è sufficiente leggerlo.
Fatelo per la vostra professoressa di lettere: impegnatevi, datevi tutti alla sensibilità, solo per pochi minuti.
La critica di Vecchioni è una critica agli eccessi, ai fondamentalismi, agli stereotipi, alle gabbie mentali: vecchie e nuove.
Non è un uomo borioso, pieno del suo potere e della sua superiorità quello che ribadisce a fine testo:

“stronza come un uomo
sola come un uomo”.

NB: la posizione di termini, di frasi, o di interi periodi è fondamentale ai fini dell’interpretazione di un testo: il fatto che proprio queste parole siano state scelte come chiusura, denota di certo un interesse particolare al loro significato.

Ma nello stesso tempo il professore di latino e greco, che conosce bene se stesso, sente di poter dire che non vuole una

“che fa l’amore a tempo
che fa la corsa all’oro
veloce come il lampo
tenera come un muro
padrona del futuro”

Si sente libero di contestare un certo tipo di femminismo, quello che rinuncia e fa la guerra alla femminilità, vista come debolezza, stereotipo fisso o strumento sessuale; un femminismo che paradossalmente si rivela ancor più misogino di ciò che combatte da decenni.

Sono proprio questi toni, che invitano il lettore spaesato a non fermarsi alle prime linee, ma ad addentrarsi nel disegno più complesso dell’espressività, a ribadire all’intero universo femminile qualcosa di fondamentale:
Niente da sacrificare, per ottenere qualcosa che è già tuo di diritto.

Per questo e per tanti altri motivi non vi offendete quando canta “Il tuo culo e il tuo cuore”

La tua intelligenza
Non ha limiti:
È fuori discussione.
Io però con quella,
Amore scusami,
Non ci faccio una canzone..
Preferisco
Quel tuo modo unico
Di piangere e sognare,
Ma confesserò
Che non sottovaluto
Di vederti camminare:
Più del portamento
È quel modo di “sgabbiare”;
Più che l’indumento
È quel modo di ondeggiare
Lento, lento, lento, lento

Quando tu cammini
Sembri un angelo
D’incerta tradizione;
Quando tu t’inchini
È insostenibile,
Disumana tentazione”

 

Vecchioni ci ricorda che c’è poesia anche in tutto quello che viene troppo spesso giudicato superficiale, volgare o semplicistico.
Ci ricorda che al limite tra il momento in cui un complimento estetico è diventato un peccato e il momento in cui l’aspetto è quello che solo conta, c’è una melodia che fa:

“Ragazza mia,
Grande donna mia,
Non farti mai portare via
La gioia del tuo culo
E del tuo cuore!”

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