Poche occasioni come la vendemmia rappresentano in agricoltura un momento di comune festa e di collettiva solidarietà: vale oggi, valeva ancor di più ieri.

La raccolta del frutto della vite sembra segnare grosso modo la fine del periodo produttivo, della quotidiana abbondanza di frutti e verdure che campi ed orti hanno regalato sin dalla primavera.

Sembra dire “godete quest’ultimo momento, ché l’inverno sta arrivando, freddo ed inesorabile”.

Forse la sola macellazione del maiale in novembre veniva vissuta con tale attesa e cupidigia da molti dei nostri avi, affamati braccianti.

La vite in settembre sfuma la sua veste smeraldina di tinte violacee, con grappoli che daranno caldi e corposi rossi; oppure si centellina di chiazze più chiare, nettare di freschi e frizzanti bianchi che irroreranno le secche gole in estate.

Il settembre è tuttavia l’esito, il risultato finale del lavoro svolto nei mesi precedenti: la prova se sia operato sulla vite con giustezza o meno.

Lo ricorda questo affresco ferrarese del XV secolo, situo a Palazzo Schifanoia, oggi uno dei musei della città estense.

La scena ritrae il mese di Marzo, ovvero l’inizio del ciclo produttivo, in uno dei più classici “cicli dei mesi”, che non raramente ornavano le pareti dei palazzi del periodo rinascimentale.

Compaiono in primo piano i soliti miseri braccianti, intenti ora nella potatura ora nell’innesto, il tutto per garantire ottimi vini alla Isabella d’Este di turno. Vini che difficilmente essi potranno godersi.

Terminati i lavori più ingenti e garantito che la pianta possa produrre al meglio, la vite permette ai contadini dell’affresco di dedicarsi ad altro, essendo all’epoca disponibili ben pochi rimedi chimici contro le malattie.

Richiedeva solo saltuario lavoro di zappa e non costante opera di diserbo.

Quindi il tepore primaverile, le piogge rinfrescanti (meglio se non eccessive), il solleone dell’estate. Finalmente settembre.

Finalmente vendemmia.

La storia dell’arte sul tema della vendemmia presenta ben più di una tela, sempre differente e particolare a seconda del contesto storico e geografico di provenienza.

Un giovane Goya la presenta come un momento emblema della festività e del connubio, in un’altra serie di ciclo delle stagioni come nel precedente caso. La ricca aristocrazia madrilena si mescola con i più miseri vendemmiatori, cercando i chicchi più dolci e succosi che difficilmente li saranno negati.

È invece interamente contadina la vendemmia proposta da Van Gogh nel suo vigneto rosso al tramonto. Il quadro – unico che il pittore olandese riuscì a vendere in vita – ritrae il lavoro dei paesani di Arles all’ultima luce della giornata, catturati con tratti veloci e colmi di colore come per le più note opere dell’artista.

Conclusa la vendemmia è tempo di pigiatura. Innumerevoli piedi sin son fatti neri impregnati dell’incancellabile tintura lasciata dai grappoli pestati.

I tini si fanno pronti per la macerazione, le botti per la successiva conservazione.

Per tal ragione settembre non è mese denso per i soli contadini: anche i bottai hanno il loro bel da fare, impegnati nel non lasciare senza dimora tanto prezioso succo.

Sembra intravedersi il sudore nel bottaio dipinto con posa statuaria da Millet, per il quale le scene di lavoro e fatica hanno costituito motivo di ampia fortuna.

Conclusa la vendemmia ed imbottigliato il vino non resta che attendere. I bianchi richiederanno tempi di minore attesa, mentre certi rossi sapranno farsi apprezzare col tempo.

Certo di vino novello ne verrà spillato a volontà, per non lasciare tristi tanti animi stanchi di fatica.

Vuole la leggenda che assaggiò curioso il suo innovativo esperimento anche un monaco benedettino di Francia, tale Pierre Pérignon, intorno alla metà del Seicento. Champagne prese nome quella bevanda frizzante… ancora ne sentiamo parlare.

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fonti: studio da parte dell’autore

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