Può uno Stato concedere diritti a una parte della sua popolazione e all’altra no? Quale messaggio passa ai cittadini?

A quattro anni dall’approvazione della legge contro la propaganda omosessuale tra i minori in Russia, era forse inevitabile che qualcosa si sarebbe mosso in direzione “ostinata e contraria”, come direbbe De André. È accaduto, infatti, lo scorso giugno: la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) ha bocciato tale legge, accogliendo così il ricorso fatto da tre attivisti russi per i diritti degli omosessuali, Nikolaj Baev, Aleksej Kiselev e Nikolaj Alekseev; i tre erano stati multati poiché, nella cornice di varie proteste, avevano affisso di fronte ad un liceo uno striscione che sosteneva la normalità delle relazioni omosessuali. Se non venisse presentato un appello entro tre mesi, la sentenza di condanna nei confronti della Russia diventerebbe definitiva.

Non è difficile immaginare la reazione da parte del governo russo, che ha già annunciato che farà ricorso: “Quello di Strasburgo è un verdetto politico”, ha commentato il capo della Commissione Esteri della Duma Leonid Slutskij, come riportato da Repubblica. Si è pronunciato diversamente, invece, il portavoce di Putin Dmitrij Peskov, come si legge su Il Fatto Quotidiano: “Non ho visto le formulazioni della sentenza e quindi non posso commentare […] di certo questa decisione sarà analizzata”.

Reazioni di vario tipo si sono registrate, invece, nella comunità Lgbt russa. Nikolaj Alekseev – presidente di GayRussia.ru e uno dei tre attivisti coinvolti nel ricorso – considera questa “[…] un’enorme vittoria giudiziaria per la comunità Lgbt in Russia” (secondo quanto riportato da Repubblica); sulla stessa linea il parere di Amnesty International, che giudica questa legge “omofoba”, si legge su Repubblica. Igor Kocetkov, presidente di Russian Lgbt Network, non si è mostrato altrettanto entusiasta, poiché quanto avvenuto non garantirebbe, secondo lui, un concreto miglioramento della situazione: “Ci aspettavamo questo verdetto da parte della Corte europea, ma dubitiamo che possa diventare la base per un dialogo con le autorità russe”, ha spiegato a Repubblica; un decreto, afferma Kocetkov, legittima la Corte Costituzionale russa a considerare inapplicabili tutte quelle sentenze emesse da organismi internazionali in materia di tutela dei diritti e delle libertà umane.

Il rischio che questa legge comporta, come è chiaro, è un aumento degli episodi di omofobia, come ha sostenuto Kocetkov in un comunicato della Corte di Strasburgo e riportato su Repubblica:

 

«Adottando questa legislazione che reprime la promozione delle relazioni sessuali non tradizionali tra i minori, le autorità hanno rafforzato tabù e pregiudizi e incoraggiato l’omofobia, incompatibile con i valori di una società democratica».

 

Kocetkov rincara la dose sostenendo che questa legge “ha introdotto nella società russa un principio mostruoso, che contrappone ufficialmente esseri umani con pieni diritti, gli eterosessuali, ad altri senza, gli omosessuali” (su Repubblica). Non solo: Kocetkov sostiene che quanto sta avvenendo in Cecenia con le persecuzioni contro i gay sia immediatamente riconducibile alla legge approvata nel 2013. Si tratterebbe, perciò, di un principio pericoloso, che indurrebbe e, quasi, legittimerebbe l’intolleranza, la violenza e la paura: uno Stato che non tutela le scelte sessuali del suo popolo non farebbe, in definitiva, sentire al sicuro e a casa propria i cittadini, lasciando passare il messaggio che ci sono esseri umani da tutelare ed esseri umani che non lo meritano.

Fra un mese avremo la risposta a questa vicenda, ma, in qualunque modo si concluda, per rimediare agli effetti della legge, che è stata in vigore durante questi quattro anni, ci vorrà molto tempo.

 

 

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