È ormai di qualche mese la (terribile) notizia dell’abbandono delle scene da parte di Daniel Day-Lewis:  Panthom Thread, prossimo lavoro di Paul Thomas Anderson, sarà infatti l’ultima occasione per godere dell’interpretazione dell’attore considerato da molti il migliore di tutta l’attuale generazione, se non uno dei migliori di sempre. Day-Lewis è infatti l’unico attore che nella storia degli Oscar abbia mai ottenuto tre statuette come Migliore Attore e il suo metodo attoriale è diventato quasi leggendario. Probabilmente però è proprio quest’ultimo che ha determinato la scelta di terminare la carriera.

Day-Lewis infatti utilizza un metodo particolarmente immersivo, il Method acting, che si rifa a quello originale del drammaturgo russo Konstantin Stanislavski. Tale metodo- di cui Lee Strasberg è considerato il padre fondatore- prevede la totale immersione dell’attore nella vita del proprio personaggio prendendo spunto dalla propria vita e dai propri ricordi. Il Metodo punta così a mobilitare la volontà e il conscio dell’attore per attivarne anche reazioni psicologiche e subconscie: l’attore non deve solo comprendere il personaggio, deve simpatizzare con lui e vivere quasi nella sua pelle. Il Method è stato però successivamente ampiamente criticato da altri studiosi e studenti di Stanislavski poiché si riteneva che Strasberg si fosse allontanato troppo da un metodo che in origine era più fisico. In particolare Stella Adler deviò l’attenzione non tanto sulla ricerca di ricordi ed emozioni dell’attore nel suo passato- che considerava una pratica schizofrenica- quanto sulla comprensione emotiva e fisica totali del personaggio: solo vivendo l’esperienza del personaggio in un qualche modo poteva portare l’attore non a fingere, ma a interpretare.

Il metodo di Adler ha successivamente riscosso un particolare successo soprattutto negli Stati Uniti- dove il Method nasce-  tanto che Adler ebbe come discepolo niente meno che Marlon Brando, e sono molti quelli che hanno studiato le sue indicazioni e frequentato la scuola da lei fondata, come ad esempio Robert De Niro, Warren Beatty o Christoph Waltz. Daniel Day-Lewis però si distingue da tutti questi poiché non solo si immerge nel suo personaggio, ma è famoso per non abbandonarne i panni durante l’intera durata delle riprese.

Un esempio della dedizione quasi maniacale dell’attore è la sua esperienza in Lincoln, diretto da Steven Spielberg nel 2012. Sul set del biopic infatti non solo il regista e tutto il cast dovevano riferirsi a lui chiamandolo “Mr.President”, ma Day-Lewis scriveva spesso sms alla co-star Sally Field, interprete della moglie di Lincoln, rimanendo nel personaggio, tanto che l’attrice, come anche poi Joseph Gordon-Levitt (che interpretava il figlio maggiore di Lincoln), ha dichiarato che in un certo senso ha prima conosciuto Abe, e solo alla fine delle riprese Daniel.

Il metodo di Day-Lewis non prevede dunque la “semplice” comprensione del personaggio, o l’acquisizione di certe sue doti- per The Boxer si allenò ad esempio per diciotto mesi, per Gangs of New York imparò i mestiere del macellaio, per My Left foot imparò a scrivere con il suo piede sinistro e così via-: Day-Lewis abita la pelle del suo personaggio, la fa sua, e per questo diventa a volte difficile abbandonarla. Non sono dunque solo la preparazione per la comprensione e l’acquisizione totale del personaggio ad essere intensissime, ma lo è altrettanto l’abbandono di quella che ormai è diventata una persona familiare. In più interviste ha dichiarato infatti di provare una particolare tristezza nel momento in cui deve dire addio al proprio personaggio: in un qualche modo, a riprese finite, l’attore è costretto a tornare alla realtà, abbandonando così l’illusione di essere ad esempio Lincoln.

Sembra dunque giustificato pensare che la necessità di Day-Lewis di allontanarsi periodicamente dal mondo di Hollywood, sparendo totalmente dai radar, non sia solo dovuta al suo atteggiamento da anti-divo, che non si sente a suo agio con la fama e i meccanismi dello star system, ma anche a una fondamentale necessità di ritrovare se stesso dopo aver interpretato così profondamente un’altra persona. Del resto se il Method acting è già di per suo una grande sfida per l’attore, che spesso cerca aiuto psicologico durante o anche dopo le riprese; è evidente che il metodo potenziato di Day-Lewis è ancora più prosciugante, portatore in un qualche modo di una depressione post-produzione.

Analizzando poi come l’attore spende il proprio tempo lontano da Hollywood, questo sembra essere caratterizzato non solo dalla ricerca di sè, ma anche dalla ricerca di concretezza: dopo The Boxer l’attore si trasferì a Firenze e per cinque anni decise di rimanere lontano dai riflettori a cui era diventato allergico, mentre imparava il mestiere del calzolaio nella boutique di Stefano Bemer. Quando poi tornò sul grande schermo grazie all’insistenza di Martin Scorsese, che lo voleva assolutamente in Gangs of New York, l’attore ammise a Rolling Stone che quel periodo era stato per lui quasi un antidoto: seppur intensa la sua recitazione era pur sempre vana e immateriale, come ogni tipologia di recitazione, e per questo essa è soggetta ad opinione, può essere acclamata o distrutta dalla critica; lo stesso non può avvenire con un oggetto concreto come una scarpa, che o è ben fatta o non lo è. È facile dunque immaginare che, dopo un ultimo ruolo, l’attore voglia dedicarsi completamente alla cura del suo podere di cinquanta acri al sud di Dublino.

Per quanto dunque la scelta di Daniel Day-Lewis sia triste, essa non è così incomprensibile e sembra anzi la conseguenza più naturale di una carriera intensa di un’anima profondamente privata, fin troppo allergica a quella meritatissima fama che le sue interpretazioni gli hanno portato. Non possiamo far altro che sperare che il suo amore per la recitazione lo porti di nuovo sul grande schermo anche dopo Phantom Thread.

 

fonti:

 

  • immagine di copertina © 2013 Dave J Hogan – Image courtesy gettyimages.com
  • immagine © CNN, 2013