05:18 am
19 novembre 2017

Di tecnologia e paranoia

Di tecnologia e paranoia

Alle 4 di pomeriggio, come convenuto in precedenza, Soraya prese forma.
Prese forma in un modo del tutto normale, ossia entrando in un bar del centro, con tavolini bassi ed un gran vociare al suo interno, camerieri che volteggiavano scansando clienti, l’aroma di caffè che permeava ogni cosa, insinuandosi sotto le giacche ed i cappotti, conficcandosi nelle carni, inzuppando le ossa.
Soraya si sedette alla prima sedia libera urtando (in)volontariamente qualche madre e qualche uomo d’affari dal volto quadrato, sedutasi poggiò la borsetta sul tavolo e sbattè le ciglia una due tre volte, si guardò attorno ed infine si decise ad ordinare un caffè per riempire quello spazio di tempo fastidioso sempre vuoto nel quale si galleggia, detto anche anticipo.
Del resto, che altro avrebbe potuto ordinare? Il caffè è la bevanda dei grandi, quella che i bambini sputano e gli studenti osannano; quando una persona ordina un caffè, lo fa come gesto abituale e non per un vero bisogno di rimanere sveglio. L’effetto eccitante della caffeina è molto meno potente dell’illusione che il liquido bollente e marrone scuro dà mentre scivola lungo la gola, un filtro magico venduto come bevanda comune. Che geni questi Americani, che geniale è la réclame.
Che avrebbe forse dovuto ordinare? Un the? Delle paste? (Magari le paste sì, ma non quelle convenzionali, no di certo).
Quando il caffè arrivò accavallò le gambe e poggiò un gomito sul tavolo e il mento sulla mano, scrutando attentamente l’uscita.
Sapeva quasi con certezza quello che sarebbe successo una volta che lui fosse entrato, a parte il battere deciso del suo cuore nella cassa toracica e le mani sudate, il messaggio che aveva ricevuto qualche ora prima a seguito dell’ennesima litigata era stato inequivocabile.
“Dobbiamo parlare”.  Soraya abbassò le palpebre e respirò a fondo.

Era già seduto davanti a lei.
Soraya si rizzò di scatto e si espresse nel migliore dei sorrisi, traendo a se la borsetta mentre si umettava le labbra, sbattendo le ciglia come un gatto che fa tremare le vibrisse al buio cercando la sua preda.
“Ciao amore!”
Lui inclinò la testa di lato e non rispose, fissandola. Occhi blu penetranti occhi blu come il mare quando si va al largo e non si tocca, Soraya poteva quasi sentire l’odore della salsedine, poteva vedere le meduse che fluttuavano in quelle immensità marine, era come stare in apnea.
“Di che cosa dovevi parlarmi?”.
A Soraya lui apparve diverso: le sembrava che fosse diventato improvvisamente più rozzo, che gli si fossero ingrossati i muscoli, che persino si fosse fatto una lampada tanto la sua pelle pareva brunita (quasi arancione). Non ci fece caso e si scosse, scandagliando il suo volto con sguardo inquieto.
(Direttore, prego può cominciare. Conduca con cura i violinisti, sono quelli più irrequieti tra tutti, faccia bene il suo lavoro come quella volta con il Don Giovanni, si ricorda? Questa è la Prima, c’è quasi mezza Milano oggi a teatro).
“Iaia, io mi sono rotto di stare con te” La suddetta Iaia, la nostra Soraya, vibrò.
“Insomma, capisci, sai come sono fatto, non ci sto dentro Iaia, ti giuro sto strippando, capisci, cioè, tutta questa continuità, questa roba del vedersi spesso del dirsi anche ci amiamo, oh non sono mica fatto così te l’avevo detto quando ci siamo messi insieme. Sei sempre lì a leggere i tuoi libri del cazzo Iaia, e a me non caghi mai nemmeno se ti dico di andare al cinema che fanno “Natale a Rimini 2”, che di per se è un gran film eh, e quando ti dico di andare alla partita sbuffi come se ti avessi rotto i coglioni, c’è Iaia anche quando scopiamo a me non sembra che ti piaccia. Oh Iaia ci dobbiamo mollare io ti giuro che non posso farti felice, insomma tu vali troppo non ti meriti di stare con uno stronzo come me, ti meriti molto di meglio.”
Lui aveva assunto tinte grottesche, di questo Soraya ormai era sicura, sembrava quasi indossare una maglia attillata bianca con il logo di un qualche stilista stampato sopra, e le parve quasi che indossasse dei giganteschi occhiali da sole nonostante fossero al chiuso.
“Oh porco d*o Iaia c’è cazzo io non mi lamento mai non ti rompo mai, figa voglio essere più libero tu mi…mi…”
“Soffochi? Recludi? Depauperi?”
“Depache? Intendevo soffochi comunque. Insomma Iaia poi sai ieri in discoteca c’era sta tipa qua che secondo me conosci, quella con le tette giganti, bionda.” Lui si morse le labbra, Soraya non poteva credere alla metamorfosi che era avvenuta, si trovava di fronte non più il suo amore, ma qualcosa di diverso, un homus semi erectus allo stato brado, da abbattere immediatamente.
“ecco quella si chiama tipo Katiusha no? bè ti dicevo abbiamo ballato e lei mi strusciava troppo il culo addosso, c’ha un culo che è una favola, e boh l’ho presa e va be…tu capisci.”
Silenzio.
E sembrò quasi che tutto quanto si zittisse ( Direttore? Che ha direttore? Perché ha fatto zittire i violini e i violoncelli? E la tuba? E il basso? Direttore! ), persino il cuore di Soraya si era rattrappito. Non tanto per quel che il suo, ormai passato, amore le aveva detto, ma per come lo aveva detto.
Si guardò attorno intontita, tutto scorreva come se niente fosse, e poi torno a fissare quell’uomo o semi uomo che le stava seduto davanti. Si era ordinato una birra.
“Se ho capito bene…”
Lui stappò la birra e ne bevve un sorso poderoso.
“tu mi lasci perché…”
Lui ruttò sonoramente.
Soraya abbassò lo sguardo sulla borsetta e la osservò lungamente: sentiva il suono del suo interlocutore che beveva, il suono degli avventori che camminavano sul pavimento ed improvvisamente lei fu il pavimento, fu la bottiglia di birra, fu la stoviglia tra le mani del barista, l’acqua che scorreva, fu tutto per un secondo e non fu assolutamente nulla, la sua mente si svuotò. E la assalì una rabbia intensa.
La rabbia è un sentimento di per sé inutile, tendenzialmente non porta a nulla di positivo e alla fine, per quanto liberatorio possa essere esprimerla, la soddisfazione che porta farlo è momentanea ed il senso di vuoto, la spossatezza, il rimorso o qualsiasi altra cosa è più forte della rabbia in sé.
L’essere umano è animale quasi in tutto, lo distingue dalle bestie l’essere dotato di coscienza, ma nel momento nel quale la rabbia travolge questa si annulla e si torna ad essere quello che si era prima di ergerci a capo della storia evolutiva. Si torna bestie.
Questo accadde a Soraya, ma la sua rabbia fu calma e controllata, quasi morbida.
“Oh spero che tu non ti stia pigliando male eh Iaia, sei topa figurati se non lo trovi un altro eh, senza rancori Iaia.”
Soraya sorrise come ringhiando e slacciò le fibbie della borsetta ed estrasse un enorme kalashikoff ben munito di proiettili e lo imbracciò.
(Si si si Direttore! Questa climax di viole e tamburi incalzanti è perfetta, bravo Direttore!).
Il suo passato amore aprì la bocca appena e sgranò gli occhi, Soraya sorrise ancora del più dolce dei sorrisi e scoprì i denti, era tornata ad essere la tigre zannuta che mille ere fa squartava il cervo sulle montagne e ne beveva il sangue. Così lei premette il grilletto.
Una raffica di colpi attraversò l’uomo sedutole davanti da parte a parte e sul petto sbocciarono tanti fiori rossi, più lo colpiva più il corpo dell’uomo tremava come se fosse un fantoccio scosso da un prestigiatore disattento, e più sparava più Soraya si sentiva colma di forza ed invincibile, la pesantezza dell’arma che imbracciava la rendeva quasi mascolina, l’odore della polvere da sparo la eccitava, ogni cosa le sembrava attutita ed il rumore dei colpi le arrivava alle orecchie si, ma lontano, lontano, lontano.
Con una nuova raffica di colpi Soraya si dedico alla testa, spappolandola.
Godette immensamente nel vedere la scatola cranica che si frantumava sotto le sue scariche incessanti e vedere la materia grigiastra e densa che strisciava giù sul collo della sua vittima, quando la scarica di colpì cessò terminò pure il tremore continuo che si era impadronito del corpo dell’uomo, il quale si accasciò con un tonfo sul tavolino. Quel che restava del suo cervello sgusciò borbottando dal cranio semi distrutto e fu allora che Soraya tornò cosciente. E questa rinnovata presa di coscienza avvenne grazie ad un cameriere.
Questi si era avvicinato al tavolo di Soraya e del suo morto reggendo un piattino, sopra questo troneggiavano due pasticcini dai quali grondava della crema profumata, il volto del cameriere era sereno e disteso ed i passi leggeri e piroettanti (come la prima ballerina Szyekowna ne “Lo Schiaccianoci, si ricorda Direttore?).
Soraya era allibita: sembrava che lo spettacolo del cadavere ancora caldo non urtasse minimamente il cameriere, ed era peggiore il fatto che nessuno dei presenti si fosse accorto dell’assassinio. I ragionieri e gli economisti continuavano a borbottare al telefono, le madri a richiamare i figli, le modelle a mordicchiare pezzi di frutta con aria svogliata, come se fossero creature aliene capitate in quel bar per caso. I loro destini si erano accorciati in modo inversamente proporzionale alle loro gambe: più centimetri, più fama, meno tempo per goderne. A 28 anni sarebbero già state vecchie, e si sarebbero ritrovate tutte a camminare con passi felpati per i corridoi dei supermercati, indossando abiti di vecchie collezioni, ricordando costantemente come il tempo ed il suo scorrere siano una percezione soggettiva. E che passa, passa comunque, il tempo.
Il cameriere guardò Soraya e le sorrise affabile dunque con uno straccio bianco pulì quel che delle cervella del morto era colato sul tavolo e vi poggiò sopra i dolcetti.
“ Questi dolci erano inclusi nel caffè ma nella confusione ci siamo dimenticati di portarglieli. Del resto è sabato, lei capisce! Ci scusi. Desidera qualcosa d’altro? Abbiamo dell’ottimo gelato al limone, e se vuole fumare si accenda pure una sigaretta, qui si può fumare al chiuso”. Il cameriere le strizzò l’occhio.
Soraya sgranò gli occhi e balbettò mentre il cameriere si dedicava a grattare via dalla tazzina della ragazza delle macchioline di sangue ormai rappreso, fallito il tentativo prese tra le mani la tazza e la poggiò sul vassoio.
“Posso portarla via?”. Soraya mugolò un si stentato che le morì in gola quando il cameriere, piegandosi chiese al morto riverso in avanti.
“Lei desidera qualcosa d’altro, un’altra birra?” Il cameriere aspettò cortesemente che il cadavere rispondesse e quindi rizzò la schiena, sempre sorridendo rilassato.
“Benissimo, una vodka liscia al signore, e lei signorina se desidera qualcosa chieda pure.” E sparì piroettando ancora.
Soraya prese un pasticcino, intontita, e lo mordicchiò guardando il suo amore morto.
Il pasticcino sapeva di naftalina.

“Ti dicevo mia cara”. Soraya sbattè le palpebre con forza. Le sembrava di aver sentito la voce del suo amore, si mosse inquieta come quando si emerge da un sonno troppo profondo e non si risveglia, ma riemerge da uno stagno di pece. O per lo meno la sensazione è quella.
Era già seduto davanti a lei.
La ragazza guardò la borsetta, non c’era più traccia dell’arma da fuoco che le sembrava di aver usato prima, ed anche il suo interlocutore appariva pienamente in salute: nessuna traccia di sangue sul suo petto, il cranio era ricomposto. Gli affaristi  continuavano a parlottare al telefono, le modelle mangiucchiavano sempre i loro pezzetti di frutta, non era cambiato nulla, assolutamente nulla.
Soraya aveva la bocca impastata e gli occhi stanchi, cominciava a credere di non vedere più la realtà per quella che era, scrollò le spalle, immaginazione.
“Ti dicevo…” il suo amore vivo e vegeto indossava dei pantaloni scuri attillati e un dolcevita nero coperto in parte da una giacca di ottima fattura e ben lavorata, sul tavolo aveva poggiato una borsa a tracolla di cuoio marrone e si stava sistemando gli occhiali dalla montatura dorata, Soraya si domandò da quando portasse gli occhiali, e da quando i suoi occhi si fossero fatti più piccoli e penetranti, e come mai odorasse di sigaro toscano e di libro vecchio.
“Mi trovo costretto a comunicarti la mia decisione di interrompere la nostra relazione” l’uomo sospirò con fare teatrale e continuò.
“Trovo le condizioni nelle quali il nostro legame affettivo perdura troppo opprimenti per il mio spirito e la mia persona, il tuo attaccamento per la lettura mi provoca non poco piacere; tuttavia mi sembra quasi che quest’amore per la pagina scritta sia, per usare un eufemismo, ossessivo, rasentante il feticismo.  Ti astrae dalle occupazioni della vita reale, per quanto quest’ultima possa essere ritenuta solo come transitoria e pressoché caduca. A parer mio dovresti essere maggiormente interessata alle proposte che ti faccio. Per quel che l’amore può essere, tema del quale ho discusso se ben ti ricordi nella mia conferenza a St.Germain l’anno passato, affermo con decisione che l’amore si basi essenzialmente sulla condivisione” il letterato che Soraya si trovava davanti marcò fortemente la parola condivisione “mi sembra ormai chiaro il fatto che io debba criticare certi tuoi atteggiamenti, come la ritrosia nell’accettare i miei inviti alle conferenze serali sul Pensiero Debole nell’epoca post moderna secondo la linea filosofica del celebre Hedmund Feller. ( Direttore, può andare a riposarsi, come sottofondo qui ci sta bene Edith Piaf, o Brassent ) , oppure il tuo continuo declinare la mia proposta per quanto riguarda la visione di una rassegna di film muti dei primi tentativi di cinematografia di inizio novecento. Ti trovo talmente poco cultrice del sapere! Talmente…si direi…ordinaria.”
Soraya lo ascoltava attonita, per quanto lei si ritenesse una persona intelligente queste parole le sembravano artefatte, complesse, infarcite di retorica e di sofismi che non erano mai stati propri del suo amato.
Il Professore (così lo ribattezzeremo) accavallò le gambe e con un gesto svogliato richiamò l’attenzione del cameriere ed ordinò un bicchiere di brandy invecchiato, specificando astioso come dovesse essere la foggia del bicchiere e a quanti gradi volesse che il brandy gli fosse servito, quando il perplesso inserviente si fu allontanato questi riportò i suoi occhi su Soraya che lo guardava irrigidita e riprese la sua panegirica, senza aspettare che la ragazza potesse articolare qualsiasi suono.
“Non metto in dubbio il fatto che tu mi ami follemente, mia piccola Driade, ma del resto devi ben sapere che l’innamoramento è solo frutto di reazioni chimiche le quali avvengono all’interno del nostro organismo! Come ampiamente dimostrato dal Consiglio Nazionale dei chimici, l’amore romantico, al quale sono certo che tu sia soggetta, è correlato agli effetti della feniletilamina ed alla produzione elevata da parte del tuo corpo di dopamina e norepinefrina, nonché ad una bassa attività di serotonina nel tuo cervello. E’ per colpa di questi neurotrasmettitori che tu palesi il bisogno di vedermi così spesso.”
Soraya aprì la bocca ma non ne uscì alcun suono, palesemente compiaciuto dell’effetto del suo discorso il Professore continuò.
“Devo tuttavia confessarti che il mio attaccamento nei tuoi confronti non è forte tanto quanto basterebbe per continuare il nostro rapporto, ma chérie, mi sono trovato nella spiacevole situazione di dover commettere il più spregevole degli atti che un uomo sano di mente può commettere nei confronti della sua donna, ossia il tradimento.” Soraya tremò, le sembrava di aver già vissuto quella situazione, solo con parole diverse.
Il brandy del Professore arrivò ed egli esaminò il liquido ambrato con molta cura, facendo si che una pausa colma di pathos facesse attecchire nella mente di Soraya tutte le parole che le erano state rovesciate addosso, troppe. Dopo aver brevemente sorseggiato l’alcolico, l’uomo ricominciò. Soraya era ammutolita.
“Mi trovo costretto dalle circostanze e dalla mia onestà intellettuale e morale a descriverti con quali dinamiche questo tradimento si è consumato. Devi sapere che un basso livello di vasopressina induce l’uomo al tradimento, e del resto noi esseri umani nelle nostre pulsioni più basse che siamo, se non animali? Meglio non divagare su argomenti che con la tua mente intuitiva ma non colta non potresti comprendere appieno” Soraya arrossì dallo sdegno “dunque, recatomi senza compagnia alla conferenza di Feller ebbi modo di fare la conoscenza di una giovane studentessa russa in Erasmus qui alla facoltà di filosofia di Milano, la Statale per essere precisi, una giovane ninfa di nome Katiusha. Forse hai avuto modo di conoscerla data la tua capacità a stringere rapporti anche con i ciottoli sulla strada. Ebbene “ il Professore sospirò di nuovo, platealmente. “Essendo il mio livello di vasopressina bassa e trovandomi solo e prostrato dal tuo rifiuto apprezzai enormemente la fisionomia e la mentalità della giovane Babuchka ( Direttore, lei che mi sembra una persona di cultura e poliglotta, può dire ai lettori che babuchka vuol dire farfalla in russo?) e fummo entrambi colti dalle smanie di Afrodite e del suo figliuolo Eros, orrendamente e dolcemente avvinti da una trama di pulsioni che non siamo stati capaci di scacciare.”
Soraya piegò la testa di lato, guardando la tazzina del caffè vuota, e si arrischiò a dire con una punta di sarcasmo.
“Grazie per avermelo detto, mi sento incredibilmente sollevata.”
Il Professore rise cinicamente e rispose : “Mia cara Soraya, del resto se tu avessi accettato di seguirmi alla conferenza tutto questo non sarebbe accaduto, quindi la colpa della fine della nostra relazione è solo tua. Io del resto trovo il mio comportamento nei tuoi confronti irreprensibile, corretto, rispettoso e, inizialmente, appassionato.”
“Può sempre chiedere il parere sulla nostra relazione al Consiglio Nazionale dei chimici, Professore.” Soraya disse questo con un risolino.
Il Professore sbuffò irritato e bevve il suo brandy, si alzò e indossò la tracolla, si sistemò gli occhiali con deliberata lentezza e disse.
“Addio! Soraya! Non cercarmi più! Sono certo che sarai capace di trovare la tua strada e un uomo che ti sia pari per interesse e per intelletto, io non sono il tipo di compagno che ti potrebbe stare al fianco! Addio, bella Soraya, Addio!”
Soraya non stette nemmeno ad ascoltare le ultime parole di commiato, chiuse gli occhi con forza e serrò le narici, voleva scomparire.
E quel sapore persistente di naftalina non lasciava la sua bocca.

Soraya tenne gli occhi chiusi, lasciandosi trasportare dal rumore del mondo, e quel rumore era forte, forte ma attutito dal battito del suo cuore che sovrastava ogni suono esterno.
La testa aveva ripreso a pulsarle e poteva quasi sentire le tempie battere ritmiche, il sangue defluire ed affluire. Aveva la piena e totale percezione del suo corpo, l’assoluta consapevolezza di quello che le stava attorno e di quello che era.
Da sempre il dolore rende ipersensibili, ciò che sfiora come una piuma dopo il dolore si trasforma in uragano. Per questo non ci si sottrae al dolore, quasi inconsciamente, perché per un qualche motivo si ha bisogno di provare sensazioni sempre più forti, bulimici di carezze che siano colpi e di colpi che siano carezze.
Così respirava Soraya, piano, i polmoni dilatati da tenaglie invisibili. Crollò chiudendo gli occhi in un’apnea dolcissima, cercando di dimenticare il Professore e l’ucciso, dimenticare il messaggio, dimenticarsi.
Ma in fondo, chi era lei?
Che cos’era, se non una parte del tutto che è l’esistere? E una volta finito il suo tempo di quel messaggio che cosa sarebbe rimasto?
E di quello che era stata fino a mezz’ora prima, fino a un secolo prima, chi le avrebbe dato la sicurezza che quello che si portava dietro di se stessa non fosse altro che una rappresentazione mentale di quello che lei voleva ricordarsi dello ieri?
Seghe mentali.
Con gli occhi chiusi allungò la mano per raggiungere il piattino dei dolci, forse raddoppiando la dose di crema al sapore di naftalina il sapore stesso si sarebbe annullato, chiodo schiaccia chiodo, dicono.
Soraya afferrò il pasticcino e se lo portò alle bocca, galleggiando nella non realtà che ci si crea quando si tengono gli occhi chiusi, lo masticò.
Lisomucil.
Questo sapeva di Lisomucil.
La crema del dolce impastò la lingua di Soraya che improvvisamente si trovò muta. Sempre con gli occhi chiusi si chiese quale altro senso avrebbe potuto perdere, ora che si era privata della vista e quel pasticcino l’aveva privata del gusto.
Soraya aveva lasciato la mano abbandonata sul tavolo e centellinava i respiri, stava quasi per addormentarsi quando senti un tocco leggero sulla mano.
Rimase immobile quindi, sentendo che quel tocco era da una mano calda e amica, aprì gli occhi.
Era già seduto davanti a lei.
La ragazza soffocò un urlo: davanti a lei si era accomodato il suo innamorato (e lo riconosceva, lo riconosceva per gli occhi blu) vestito di una tonaca arancio e il cranio rasato, gli occhi socchiusi ed il volto ammorbidito da un’espressione di profonda pace e di dolcezza.
Probabilmente se Soraya si fosse piegata, avrebbe notato che l’uomo non indossava scarpe.
“Hare Hamra a te, Sorella” mormorò sommessamente il suo amore ascetico ritraendo la mano e congiungendola con l’altra, piegando lievemente il capo in avanti.
“cia…cia…ciao amore”.
Il volto del monaco si adombrò ed alzò gli occhi al cielo, occhi più chiari di prima, color ciano come il mare d’estate, il mare a riva dove se cammini ancora vedi i piedi attraverso l’acqua.
Anche questa volta era cambiato qualcosa, Soraya si abbandonò allo schienale e decise di godersi questa terza metamorfosi, questo terzo gioco di ruolo nel quale la realtà si frammentava davanti a lei.
Intanto il monaco aveva chiesto una tazza di the verde al cameriere ed era tornato a guardare Soraya tenendo le mani congiunte in grembo.
“Non chiamarmi amore, sorella”
“Va bene, come posso chiamarti altrimenti?”
“chiamami fratello, siamo entrambi figli di Hamra il grande sole, ed entrambi siamo suoi raggi, sorella.” Il Monaco (chiamiamolo così per comodità) si protese verso di lei e la guardò con uno sguardo ipnotico. Soraya fu investita da odore di incenso ed olii, sentì i dolcetti rimestarsi nello stomaco e respirò a fondo, si impose la calma.
“Sorella, prediletta da Hamra io ho fatto una scelta. Mi devo confessare davanti a te perché non ce la faccio, sorella, non ce la faccio. Spero che tu potrai perdonarmi, lo spero perché confessandomi cercherò di ripulire la mia anima completamente, ma la scelta se perdonarmi o no sta solo a ciò che il sommo Hamra ti consiglierà.”
Soraya trattenne uno sbadiglio, in questa realtà irreale tutti i suoi amori avevano un punto in comune, l’amore per il monologo. Tuttavia aveva la netta sensazione che se non li avesse lasciati spiegare questi tanti personaggi, queste immagini del suo amore, si sarebbero dissolti, o forse si sarebbero rivelati come reali, o irreali. Non sapeva più distinguere quale fosse stata una visione veritiera o una proiezione degli stereotipi che si annidavano nella sua testa. Tutte le paure dell’abbandono.
Ascoltiamo.
“Ero stremato dal tuo continuo affidare l’anima ai libri, lo so perché lo fai sorella, perché hai paura del mondo esterno con le sue cattiverie e hai bisogno di ritirarti in te stessa; ma non è questa la strada sorella, non è questa! Se ti affidi alla luce la luce ti risponderà salvandoti, questo è il karma, questo è il ciclo della vita che si ripete senza esclusione. Se ti comporterai con amore nei confronti degli altri, se aprirai la tua anima al prossimo, il prossimo prima o poi si aprirà a te.”
Il monaco levò le mani al cielo e mormorò qualche parola in indiano, Soraya si leccò le labbra. Se la realtà voleva sopraffarla, annientandola, allora lei avrebbe vinto la realtà.
Era lei giudice e condannata.
“Non hai accettato di seguirmi nelle processioni notturne per la notte dei loti, non hai accettato di rasarti il cranio ed accompagnarmi lungo la strada della redenzione. Io non posso stare accanto ad una donna che non condivide il mio amore per … e per di più una donna che non può comprendere l’amore che posso darle è solo fraterno.”
“Ho deciso di convertirmi, sorella, perché ti ho tradito. Penso che la sincerità sia l’unico modo per ottenere il perdono. Una creatura perduta mi ha trascinato nel suo antro, una certa Katiusha, forse la conosci” il Monaco guardò Soraya con dolore e speranza, come risposta lei scosse il capo e dopo aver mormorato un’altra mezza preghiera, il Monaco continuò “forse è meglio così, tuttavia non ho saputo resistere alla tentazione. C’erano gli spiriti del male dentro di lei, li ho scorti sorella! Li ho scorti nei suoi occhi posso giurartelo! Mi ha sporcato l’anima, sorella, ed ora devo fare penitenza. Troverai un’anima affine, un amore che ti faccia sentire appagata. Ed allora tu e il tuo sposo sarete benedetti da Hamra, questo ti auguro, sorella”.
Arrivò il thè verde e il Monaco, prendendo la tazza tra le dita, guardò le volute di fumo che si alzavano dal liquido caldo, Soraya taceva osservandosi le unghie, intorno a loro tutto rumoreggiava.
Improvvisamente Soraya alzò lo sguardò e lo incastrò negli occhi del Monaco, questi fremette e mugolò un “hare”.
La ragazza scrollò il capo, facendo ondeggiare i capelli.
“Cedi…” la voce di Soraya era diventata suadente e calda, sembrava che le parole uscissero dalla sua bocca come dei rivoli, dense e mielose. Lei sembrò essere presa da una vampata di libido che le distorse i tratti in un’espressione voluttuosa, le labbra morbidamente dischiuse.
“Cedi…vieni qui…abbracciami”. Soraya si mosse lentamente verso il Monaco che, atterrito, la fissava.
Con movimenti decisi salì sul tavolo e fece cadere il piatto dei dolci ormai vuoto, nessuno si mosse, nessuno se ne accorse (le modelle mangiucchiavano imperterrite la loro frutta). La ragazza incurvò la schiena come un felino e tese una mano verso il collo dell’uomo che respirava affannosamente. Gli accarezzo la pelle, seguendo con le unghie tracciati immaginari, il vestito aderente faceva risaltare le curve del corpo e nella sala vi fu improvvisamente buio.
Il Monaco aveva quasi smesso di respirare, gli occhi vagavano febbrili dalla bocca di Soraya ai suoi occhi, al suo corpo. Non erano più nel bar ma in un boudoir dalle luci soffuse e permeato da un profumo intenso di oppio, non c’era più il tavolo ma un letto dalle lenzuola color cremisi, non c’era più niente, nemmeno i vestiti.
Il Monaco si guardò le mani: la tazza era scomparsa ed al suo posto stringeva una frusta lunga e rigida.
“Dominami, cedi ai tuoi impulsi” lei si accucciò contro l’inguine del Monaco e questi sussultò, quella che era stata Soraya continuava a dimenarsi come in preda ad una crisi di misticismo perverso, si incuneava e si ritraeva tremando dalla smania.
Il Monaco strinse il frustino tra le dita, e com’era buffo per Soraya vederlo lì nudo, accalorato, gli occhi stravolti e il frustino tra le mani: era l’antitesi vivente della religione, l’ossimoro della coerenza.
“ Spirito del male! Ti sei mangiato l’anima di sorella Soraya! Mostro maledetto, non mi avrai!” gridò il Monaco tremando e si ritrasse, rotolò giù dal letto mentre intonava a voce piena ma sconnessa un sutra indiano.
Soraya sorrise malignamente, accucciandosi sul letto e fissandolo.
“La virtù porta rimpianti e ti lascia insonne. Il vizio ti spossa, ma meglio il rimorso del rimpianto” e con un ululato bestiale si slanciò verso l’uomo.

(Direttore, perché se n’è stato zitto tutto questo tempo? Le sembra il caso di lasciare una scena del genere senza colonna sonora? Guardi che se le do una pausa intendo 5 minuti devono essere 5 minuti non un atto intero! Direttore tiri subito giù quel dito medio! Ma come si permette?! Lei è licenziato ha capito? L i c e n z i a t o!
Torni qui! Immediatamente! Direttore! Come faranno i violini senza di lei?)

 

 Soraya spalancò gli occhi, per la terza volta.
Il bar continuava ad esistere con il suo odore di caffè e con i suoi camerieri.
Si sentiva peggio di prima, spossata, sul tavolo non c’era nulla ad eccezione della tazzina di caffè vuoto, nella sua testa non c’era nulla ad eccezione di un rumore fastidioso ed incessante, acutissimo.
La ragazza si prese la testa tra le mani e socchiuse gli occhi, li riaprì e guardo in avanti.
Non c’era nessuno davanti a lei.
Con fare circospetto tastò la borsetta, toccò con attenzione la tazzina e il tavolo in cerca di sangue o frustini ma non trovò nulla che confermasse quella che per lei, per tutti e per nessuno era stata la realtà.
Senza pensarci sfilò una sigaretta dalla tasca della giacca e se l’accese, non aveva mai assaggiato una sigaretta così buona: densa e graffiante, dal sapore forte che la fece tossicchiare.
Si guardò attorno ancora e vide che le madri la fissavano con disapprovazione e che le modelle avevano smesso di mangiucchiare la loro frutta e la osservavano di sottecchi, i ragionieri dalle facce quadrate erano gli unici disinteressati. Accanto a lei si materializzò un cameriere dalla faccia tirata che, piegatosi, le sussurrò.
“Signorina ma cosa sta facendo! È vietato fumare al chiuso!”
Soraya balbettò qualcosa, riportata bruscamente alla realtà, spense la sigaretta con gesti maldestri nella tazzina di caffè mentre il dolore al capo aumentava. Abbandonò un euro sul tavolo, raccolse la borsetta e si alzò frettolosamente mormorando dei mi scusi e tenga il resto che sembravano non voler staccarsi dal palato, quasi cementificati.
Si affrettò ad uscire dal bar seguita dallo sguardo irritato del cameriere e l’aria fresca della Milano ottobrina le diede un po’ di sollievo.
Fino a qualche momento prima nessuno nel bar si era accorto di assassinii, pasticcini alla naftalina e di monaci redenti, ma improvvisamente una sigaretta aveva gettato tutti nel panico. Forse i milanesi erano improvvisamente diventati più osservanti della legge, più salutisti, o forse meno disattenti, Soraya se lo domandava dondolandosi da un piede all’altro e guardando la folla che formicolava attorno al Duomo.
La vibrazione del suo telefono la scosse dai pensieri, accese il dispaly e lesse:
“Ci vediamo alle 4 al Bar Nuovo in Duomo. Dobbiamo parlare della laurea di Lucrezia, cosa possiamo regalarle? Hai qualche idea? Dai che tu sei la più creativa tra noi due. Ti bacio ogni centimetro di pelle, proprio ogni centimetro. Ti amo.”
La testa cominciò a girarle e guardò l’orologio, erano le 3.40.
Con mani tremanti rimise il cellulare nella borsa e maledisse la TIM ed il suo telefono che riceveva messaggi solo per metà. Soraya accarezzò ancora con pigrizia la gente che correva nella galleria, presa dai suoi impegni, sentendo il mal di testa che andava diminuendo pian piano.
Sul fondo della galleria le sembrò di scorgere un giovane uomo dall’aria colta e tronfia che si allontanava scortando al braccio una bionda ancheggiante, quella rise di un risolino acuto ed entrambe le figure scomparvero.
(Direttore, i violini…
Direttore…)

Eleonora Casale 

 

 

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