Da qualche tempo Tiffany & Co., la celebre società di gioielli newyorkese, è un po’ più italiana di prima. Infatti Francesco Trapani, figlio d’arte dell’industria del lusso (e di Lia Bulgari, ndr.), con il supporto del fondo americano Jana Partners, è entrato come azionista e come consigliere di amministrazione di Tiffany. A lui si affiancherà l’esperienza di Alessandro Bogliolo, collega di lunga data di Trapani e recentemente nominato CEO (amministratore delegato) di Tiffany.

Per capire che il cuoricino più famoso del mondo è finito in ottime mani, bisogna fare qualche passo indietro nella carriera professionale di Trapani. Esponente di Bulgari per quasi 30 anni, dopo l’ingresso del marchio in LVMH nel 2011 è diventato amministratore delegato del colosso francese del dipartimento di orologi e gioielleria. Nel 2014, pur rimanendone azionista, esce dal gruppo per diventare socio e presidente di Clessidra SGR S.p.A., un gestore di fondi di private equity con focus sul mercato italiano. Da qui esce dopo la morte del suo socio storico e fondatore della società, Claudio Sposito, per lanciarsi nel ruolo di azionista e consigliere di amministrazione di Tiffany, di cui possiede, unitamente a Jana Partners LLC, un fondo americano di investimento, il 5,1%, risultando uno degli azionisti più rilevanti del marchio. Parallelamente a questo, decide poi di investire nel mondo della ristorazione, rilevando il 53% di Foodation, società italiana che gestisce diversi brand alimentari come Briscola, Mariù e Polpa, con l’intenzione di indirizzarne l’espansione a livello europeo, con una struttura simile a quella del colosso statunitense Pizza Hut (si parva licet componere magnis, ndr.).

Michigan Avenue, Chicago, Illinois

Non è la prima volta che i grandi gruppi si affidano a persone di spicco italiane: da Vodafone a Logitech, da Apple a Google, fino ad arrivare a Estée Lauder e Amazon, la lista è sempre più lunga e diversificata. In questo caso Tiffany si è affidata a personaggi già esperti nell’ambito della gioielleria di massa, con l’intento di dare nuova linfa a un brand che, seppure solo nel secondo trimestre del 2017 abbia fatturato quasi un miliardo di Euro, si è ultimamente un po’ adagiato e ha bisogno di nuovi stimoli societari, sia per diversificare che per mantenere alto il valore del marchio.

 

Fonte: Corriere della Sera, 28 agosto 2017, inserto economia, p. 10

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