Orfeo non è un cantore e poeta, Orfeo è la Musica che esprime, incarnandosi in lui, i suoi poteri sciamanici, incantatori e misterici. Il mito di Orfeo attraversa i secoli ed i generi artistici, passando fluidamente dai miti greci, alle Metamorfosi di Ovidio, sino alla letteratura del XXesimo secolo.

In ambito musicale il personaggio di Orfeo accompagna le prime sperimentazioni di recitar cantando elaborate in epoca rinascimentale da Rinuccini, Peri e Caccini, sino a costituire l’atto fondativo della storia del melodramma: l’Orfeo di Claudio Monteverdi, su libretto di Alessandro Striggio, messo in scena nel 1607 alla corte dei Gonzaga a Mantova. In questa opera si riversa una nuova estetica musicale espressa, dopo la toccata strumentale introduttiva, dal personaggio allegorico della Musica:

Io la Musica son, ch’ai dolci accenti
Sò far tranquillo ogni turbato core,
Et hor di nobil ira, et hor d’Amore
Poss’infiammar le più gelate menti.

La musica si libera dalla razionalità e dall’esercizio intellettuale per diventare il veicolo privilegiato dei sentimenti. Questo nuovo sguardo emotivo sulla musica ha la ricaduta tecnica di emancipare il canto, che diventa l’elemento principale di un teatro tutto cantato.

Nessun personaggio può incarnare meglio di Orfeo questi nuovi valori e poteri. Il canto diventa lo strumento utilizzato per conquistare la sua amata Euridice e per recuperare la sua amina, salvandola dalle pene dell’Ade. In Rosa del Ciel Orfeo usa la forma musicale più nobile, il madrigale, spogliandolo dalla polifonia. Questo madrigale monodico, eseguito da una sola voce accompagnata dal suono dell’arpa, si carica di un’espressività inedita.

La nuova forma vocale del recitar cantando, già sperimentata ma per la prima volta applicata in modo coerente ed organico ad un’intera opera, è una forma declamata, legata al testo ed ai suoi accenti, molta adatta anche ai momenti dialogici, durante i quali si esprimono i due amanti. Questa nuova tecnica, libera da ripetizioni, viene accostata a passaggi strofici, con ripetizioni musicali e testuali che conferiscono un potere affabulatorio al canto, come nell’aria Orfeo son io, che consentirà al protagonista di corrompere Caronte e recuperare l’anima dell’amata Euridice, per poi perderla per sempre, in un fatale errore finale, voltandosi per guardarla, ignorando il divieto che gli era stato imposto.

La tragica vicenda dei due amanti apre la storia del melodramma e viene ripresa in un altro momento fondamentale di questo lungo percorso musicale: la riforma del melodramma, condotta da Gluck e Ranieri de’ Calzabigi. L’Orfeo ed Euridice messo in scena a Vienna nel 1762 è un tentativo di riportare l’opera seria italiana ad una maggior semplicità nell’intreccio, ritrovando quell’equilibrio stabile fra parola e musica che aveva caratterizzato il capolavoro di Monteverdi.

Il mito di Orfeo ancora oggi ci incanta a teatro, ricordandoci il fascino dei miti greci, il potere apollineo della parola unita alla musica attraverso la quale si conosce il mondo e lo sfarzo della corte mantovana.  L’opera esce dalla corte dei Gonzaga, dove era rivolta e resa fruibile ad un pubblico colto e nobile, che si divertiva a riconoscere all’interno del libretto le citazioni tratte dai testi classici, dalle opere di Dante e Petrarca, per diventare il manifesto di una nuova estetica canora, rivolta più al cuore che alla mente.

 

Fonti: Elvidio Surian, Manuale di storia della musica, 4 vol., Milano: Ruggimenti, 1993-95.

Immagine di copertina: Orfeo ed Euridice di Jean-Baptiste-Camille Corot (1871) Museum of Fine Arts, Houston

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