di Federico Lucrezi

Adpocalypse. Per non averla sentita nominare bisognerebbe abitare su Marte. Noi ve ne avevamo già parlato qui.

Le restrizioni della piattaforma che impediscono di fare soldi con contenuti ritenuti controversi ha scatenato il panico tra chi su Youtube proprio grazie a quel sistema di monetizzazione ha saputo negli ultimi anni costruirsi una professione.

La rivoluzione del tubo, che di per sé sarebbe passata completamente inosservata, è diventata argomento di grande dibattito proprio grazie agli youtuber, che di fronte alla prospettiva di perdere gran parte delle entrate derivate dalla propria produzione di contenuti online hanno dato ampio spazio alla questione sui rispettivi canali.

Se l’intento era quello di far conoscere e discutere in merito il popolo del web l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. Anche troppo. Adpocalypse ha riaperto una diatriba che negli ultimi anni ha giocato da protagonista su internet: lo youtuber è un vero lavoro?

Basta poco per scaldare gli animi.

A quanto pare l’equilibrio è garantito solo nel silenzio. Il creator pubblica il suo contenuto su youtube, centinaia di migliaia di persone fruiscono questo contenuto. Lo youtuber monetizza. Tutti lo sanno, ma il sistema è tollerato finché funziona in silenzio, quasi di nascosto. Non appena uno youtuber si azzarda a parlare apertamente di monetizzazione e soldi ecco gli utenti del tubo imbracciare le armi e combattere la loro battaglia a suon di va’ a lavorare: nessuno dovrebbe essere pagato per pubblicare contenuti su Youtube e se anche qualcuno fosse così privilegiato da percepire denaro per farlo che stesse almeno zitto! Pena lo stigma sociale.

E quindi no. Per l’utente medio lo youtuber non è un lavoro.

Poi certo, l’utente medio non ha nemmeno capito l’evoluzione dell’intero mondo dell’intrattenimento, non ha capito la che le reti televisive sono dei dead man walking al pari dei tassisti e non ha capito che oggi il concetto di lavoro è molto, molto più vario e complesso di quanto non fosse anche solo dieci anni fa, ma questa è un’altra storia.

In mezzo al becerume dei teorici del lavoro in miniera come unica forma di sostentamento dignitosa c’è anche una forma di pensiero critico in merito alla vicenda Adpocalypse che merita di essere discusso. Particolare risalto mediatico hanno avuto i theShow, duo milanese attivo su Youtube dal 2013, conosciutissimi per le loro candid camera ed esperimenti sociali e per la vittoria della quinta edizione di Pechino Express nel 2016. Alessio Stigliano e Alessandro Tenace sono stati i primi youtuber di rilevanza nazionale in Italia, seguiti poi a ruota da altri colleghi, a provare a superare il danno per il blocco delle monetizzazioni sfruttando Patreon.

La piattaforma, nata in America nel 2013, permette di finanziare un creator con una piccola somma corrisposta mensilmente in cambio di contenuti esclusivi.

I theShow hanno spiegato ai loro iscritti la loro nuova strategia a fine maggio con un video che conta già oltre 1.300.000 visualizzazioni:

Come ampiamente prevedibile le critiche, più o meno ricercate, sono fioccate. Tra chi ha gentilmente invitato i theShow a trovarsi un vero lavoro e chi si è rifiutato a prescindere di donare un centesimo non ritenendo giusta l’eventualità di arricchirsi con le donazioni, ben più interessanti sono le posizioni di utenti che, con più cognizione di causa scrivono:

Forse aver pensato che un tredicenne senza reddito che guarda il vostro video quindici volte fosse una base solida su cui costruire un futuro era una visione troppo ottimistica della vita e del lavoro. Gli sponsor si stanno accorgendo che la pubblicità su youtube non la guarda nessuno e youtube si sta accorgendo di stare a sprecare soldi con gli youtuber. Dico che finora siete vissuti nel mondo delle favole. Se la vostra è un’azienda, come dite, comportatevi da azienda: producete il vostro prodotto e se mi piace lo compro. Le donazioni le chiedono le ONG. Buon lavoro.

Il tema, sgombrando il campo dalle centinaia di commenti ignoranti e maleducati, è proprio questo. Se riconosciamo che la produzione di contenuti su Youtube sia un lavoro allora è con il metro delle leggi che regolano il mondo del lavoro che va valutato. E in quest’ottica le parole dell’utente non possono che essere condivisibili: se la vostra è un’azienda, come dite, comportatevi da azienda. Stare nel mondo del lavoro seguendo logiche di mercato comporta assumersene i privilegi e i rischi.

D’altra parte questo non delegittima in alcun modo la scelta di rivolgersi ai fan per una donazione e la stessa scelta di dedicare alcuni contenuti esclusivi ai finanziatori è perfettamente lecita. Sarà una scelta vincente?

A distanza di un mese esatto dalla pubblicazione del video e dell’apertura del canale Patreon dei theShow le cifre recitano: iscritti al canale Youtube 1.791.299, finanziatori su Patreon 1.876, vale a dire lo 0,1%.

Bisogna riconoscere che però i grandi cambiamenti non sono mai immediati e non può certo bastare un mese a rivoluzionare il rapporto tra produttori di contenuti e utenti. Solo il tempo dirà se questa strada potrà effettivamente rappresentare il futuro dei creatori del tubo e più in generale che ne sarà degli youtuber.

 

Foto1 Foto2 Foto3