Hanno quattordici, quindici anni. Sfrecciano per le solite poche vie di quartieri di cui conoscono ogni anfratto su motorini truccati. Parlano solo il dialetto stretto che appare trascritto dalla sceneggiatura di “Gomorra”. Ma hanno scarpe bianche immacolate, e magliette di marca che arrivano a costare anche trecento euro. Simboli irrinunciabili. Sono loro le braccia armate di quella che Roberto Saviano ha chiamato la “paranza dei bambini”. Le nuove leve della Camorra: costano meno, sono facili da addestrare, hanno voglia di imparare e niente da perdere.

Perché vengono da un ambiente che li nutre così. I loro genitori sono in carcere o ai domiciliari, e loro hanno voglia di essere riconosciuti. Come quelli che “valgono”. I vestiti firmati sono più che il vezzo di bambini che vantano oggetti preziosi e serate di bagordi come solo “quelli famosi” si possono permettere. Sono segni di riconoscimento. Basta uno sguardo per capire chi, tra questi ragazzi, ha dimostrato che “vale”, tra le cosche. Quelli potenti. Quelli che tanti coetanei, non solo in Campania, sognano di essere, magari attraverso un videogame.

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Però a volte succede che li arrestino. E lì mandino in comunità. Ad esempio alla “Jonathan” (l’evocazione è naturalmente per il celebre gabbiano di Richard Bach) di Schisciano, nel napoletano.
E qui cambia. Ma non subito. Bisogna spiegare loro – spiega Silvia Ricciardi, la responsabile – che le regole che valgono fuori di lì non valgono tra quelle mura. Convincere gli esponenti dei clan più in vista a non farsi fare il letto di pedine di un clan più debole. Se si riesce a fare questo – e non è scontato, visto che la prima frase dei ragazzi che entrano qui è “Non ho paura di nessuno, né della polizia, né di voi, né del Padreterno” – si può cominciare a costruire qualcosa di nuovo. Spesso, da zero.

Sanno tutto di spaccio, di come si fa una rapina. Ma molti dei ragazzi passati tra queste mura non conoscono i mesi dell’anno. Non sanno leggere un orologio. I compiti che la comunità si assume possono sembrare semplici, eppure fondamentali. Come il modo in cui si impugna una forchetta. Le strade circostanti per loro sono un mistero, fuori dal rione ogni riferimento viene meno.
Alla Jonathan però nessuno li giudica, nessuno vuole ergersi a salvatore, o pretende di cambiarli facendo il generale. Non sortirebbe nessun effetto, tanto più se la responsabile è una donna: i ragazzi passati da qui non si possono certo dire femministi.

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Da qui sono però passati tutti i nomi noti della paranza dei bambini. Emanuele Sibillo, il leader indiscusso protagonista del libro di Saviano morto a 19 anni crivellato da decine di proiettili. Genny Cesarano, ucciso non ancora maggiorenne. E poi Marco, spacciatore.  Antonio, condannato per omicidio e rapina. Tiziano, che ha mutilato chi aveva offeso un suo amico, anche se non si direbbe dalla faccia pulita e dall’immagine curata, senza tatuaggi.
Gli operatori che animano questa comunità, tra fondi che non arrivano mai, incubi e discorsi popolati di dosi e colpi, non cercano di fare miracoli. Fanno ciò che possono. Ma forse qualcosa si muove, quando un ragazzi che spazza le mattonelle bofonchia. “A casa mia a quest’ora stavo ancora a dormire. era meglio se non facevo reati”.

Fonti: “La paranza dei bambini”, Roberto Saviano, (Mondadori), Videoinchiesta