“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni
personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,
economica e sociale del Paese.”

E’ questo l’articolo numero 3 della nostra Costituzione. Non si tratta di un articolo francese, americano o inglese. E’ italiano. Esattamente come i figli degli immigrati che nascono qui. L’argomento dell’immigrazione è un tasto dolente per la nostra nazione, si sa, ma in questo articolo non si parlerà dei migliaia di profughi sbarcati a Lampedusa, delle loro speranze puntualmente disattese, dei detestati trentacinque euro al giorno donati loro dallo Stato mentre ci sono le persone a mendicare per le strade, come se la colpa fosse di chi riceve quei soldi piuttosto di chi cerca di sviare i cittadini da ben altri problemi e dar loro un capro espiatorio. Si parla abbastanza di tutto questo. No, in questo articolo si parlerà di una categoria che è stata notata solamente qualche giorno fa, perché (finalmente!) si è deciso di svecchiare una legge ingiusta e degradante, la 91 del 1992 (meglio nota come “Ius Sanguinis“): gli immigrati di seconda generazione. E’ già un errore chiamarli immigrati: loro sono nati qui, cresciuti qui, in molti casi non hanno la più pallida idea di come sia il Paese di origine dei loro genitori. L’articolo sopracitato dovrebbe bastare a eliminare qualsivoglia dubbio sulla cittadinanza di tali persone, ma la teoria è tutt’altra cosa rispetto alla pratica. Fino all’approvazione della legge questi ragazzi avevano un solo anno di tempo, dal diciottesimo anno di età, per fare richiesta e sperare di ottenere la cittadinanza. Se si considera la lentezza della nostra burocrazia, già diventa un’impresa difficile. Ma non solo: per diventare cittadini italiani riconosciuti dallo Stato era necessario documentare la residenza effettiva in Italia dal giorno della nascita in poi. Aggiungendo anche il passaggio dal cartaceo al telematico, a cui qualche documento sicuramente non sarà sopravvissuto, diventa un’ odissea. Se la cittadinanza non viene riconosciuta, bisogna avere il permesso di soggiorno, con il quale diventa un problema viaggiare, lavorare, prendere un mutuo, perfino comprarsi un’automobile! Ed è incredibile il fatto che tutto questo accada al nostro compagno di banco delle superiori, al nostro migliore amico, al nostro partner. Solo quest’anno il 75,9% degli stranieri sono nati in Italia. Crescono come italiani, parlano italiano, spesso parlano con l’accento di uno dei nostri dialetti, mangiano la pasta e la pizza, studiano nelle scuole italiane e magari sognano un futuro italiano. E poi, arrivati al diciottesimo anno di età, all’anagrafe viene detto loro “non siete italiani“. Questo significa privare le persone della propria identità, in una fase peraltro delicatissima come è quella della maggiore età; significa costringere questi ragazzi a una serie di sofferenze gratuite e privarli della loro dignità di esseri umani.

Fred Kuwornu

Per lo Ius Soli si stanno battendo in molti, tra cui anche l’ormai noto regista Fred Kuwornu, italo-ghanese, nato a Bologna nel 1971. Kuwornu ha diretto diversi documentari sull’argomento, come “18 ius soli“, in cui vengono intervistati ragazzi figli di immigrati, che raccontano le proprie esperienze e si esprimono in riferimento, appunto, alla legge italiana che non li riconosce come italiani, nonostante, di fatto, lo siano; “Blaxploitalian” è sulla stessa linea ma dal punto di vista di attori, perlopiú afroitaliani, che vengono chiamati sempre e solo per interpretare personaggi stereotipati (a questo proposito si consiglia anche la visione della serie Netflix “Master of None“). Ma non è certo una novità: contrariamente a quanto si pensa, gli immigrati di seconda generazione c’erano molto prima dell’età postmoderna. Leone Jacovacci, pugile degli anni ’20, era figlio di una congolese e di un italiano, e ha dovuto emigrare in America per sfuggire ai pregiudizi razziali e poter iniziare la sua carriera sportiva con uno pseudonimo. Tornò in Italia per un incontro e decise di ottenere la cittadinanza italiana sotto il regime fascista, che lo ostracizzò una volta battuto il campione in carica nazionale ed europeo. Anni ’20. Del 1900. Durante la lotta al fascismo, Giorgio Marincola, figlio di un italiano e di una somala, fu un partigiano e morì combattendo il regime.

Sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica… La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo. Per questo combatto gli oppressori…

Leone Jacovacci

Anche la youtuber, cantante e attrice Loretta Grace ha pubblicato un commovente video in risposta ad alcuni insulti razzisti, lo scorso 16 febbraio, e parla della lotta per ottenere la cittadinanza.

“Immaginate una ragazzina, come me, che aveva il terrore di andare in galera o addirittura di essere spedita nella Patria dei propri genitori […] quando ero più piccola e avevo i documenti in fase di rinnovo io avevo il terrore […] che potessero spedirmi in un posto che non conosco. Immaginate di essere nati in Italia e di rischiare di essere spediti in un posto che voi non conoscete […] essere deportati in un altro continente, abitare lì per sempre, vivere in un Paese […] di cui non sai niente, in un Paese di cui non senti un’appartenenza, una cultura: è una roba atroce. […] Quando ho compiuto diciotto anni, andare all’anagrafe e sentirmi dire “tu non sei italiana”, nonostante io sia nata in Italia, abbia un certificato di nascita italiano, abbia conseguito i miei studi in Italia, […] non è facile da accettare. Crea sicuramente disaffezione alla Patria, ma crea anche una crisi di identità […] Mia mamma è nigeriana, ma io non sono mai stata in Nigeria. Io, alcuni miei parenti, non so neanche che faccia hanno!”

Già, perché questo rischiano i figli di immigrati che non riescono a ottenere la cittadinanza e a cui non è rinnovato il permesso di soggiorno. La deportazione. E’ un abominio che nel 2017 in un Paese teoricamente avanzato ci siano ancora certe realtà. E’ vergognoso. Ed è altrettanto vergognoso il razzismo dilagante che ha ripreso piede anche in politica: la Lega Nord non ha perso l’occasione di risparmiarsi una figuraccia, tra urla e spintoni, e cartelli con le scritte “no ius soli”, “prima gli italiani”. Queste persone sono italiane, che piaccia o meno. Il famoso rapper J-Ax si è espresso così in un video su Facebook:

“ma che persone siete per guardare un bambino nato e cresciuto qui negli occhi e dirgli “no, tu non sei italiano come i tuoi compagni, tu di meno”? […] in questi giorni un partito fascista ha appeso in giro degli striscioni con scritto “italiani si nasce“; beh, non avrei mai pensato di dirlo, ma sono d’accordo coi fascisti”

Il problema dell’Italia, come sempre, è quello di essere un Paese vecchio e retrogrado, conservatore e miope: gli immigrati permettono di fare grande uno Stato. Basti pensare agli Stati Uniti, che hanno tratto enormi vantaggi dall’immigrazione del secolo scorso. Ah, per rinfrescare la memoria, si ricorda (e si consiglia di tenerlo bene a mente) che gli italiani sono emigrati dappertutto. Non esiste un solo posto sulla faccia della Terra dove non si trovi almeno un italiano. E si vuole anche sottolineare, per coloro convinti che la razza italiana sia una sorta di neo razza ariana, pura e incontaminata, che appena un secolo e mezzo fa l’Italia non era nemmeno una nazione unita, e che discendiamo da un melting pot di greci, fenici, arabi, romani, longobardi e chi piú ne ha piú ne metta! E questo ha permesso alla nostra patria di essere ricca di storia e di cultura. Nell’800 gli intellettuali italiani si schieravano contro lo schiavismo, come ad esempio Arrigo Boito ne “L’alfiere nero”, che tentó di smontare gli stereotipi e dimostrare che i neri potevano essere pari ai bianchi: nel racconto il protagonista Oncle Tom, ex schiavo, presenta tutti i tratti del gentiluomo e batte l’americano alla fine della partita a scacchi, dimostrando la propria superiorità intellettuale.

Purtroppo, sembra che con il passare degli anni ci si sia dimenticati del passato: la leggendaria ospitalità e solidarietà italiana sembrano essere molto meno di tendenza al giorno d’oggi; ma non ci si puó meravigliare che moltissimi adulti pensino agli immigrati come invasori: il loro tempo per cambiare le cose è finito, (anche se è triste dato che poco piú di 30 anni fa alla prima grande immigrazione albanese a Brindisi i pugliesi risposero con un calore e uno spirito di fratellanza senza pari). Spetta agli adulti di domani creare un posto accogliente, un posto migliore per tutti, aperto al confronto e alla diversità, uniche condizioni per cui si puó aspirare alla grandezza.  E’ stato approvato uno Ius Soli “temperato”, che rende i nati in Italia cittadini se almeno uno dei genitori ha un permesso di soggiorno permanente, o un permesso di soggiorno europeo di lungo periodo; la cittadinanza andrà comunque richiesta, ma ci sono due anni di tempo dal compimento della maggiore età per ottenerla. E’ stato aggiunto lo Ius Culturae, che permette ai minori nati in Italia o più piccoli di dodici anni che abbiano frequentato la scuola per almeno cinque anni o cicli quadriennali o triennali per abilitazioni professionali di ottenere la cittadinanza. E’ un passo avanti, certo. Ma non è abbastanza. In questo articolo sono state citate diverse personalità di spicco nel panorama italiano, figli di immigrati, come Kuwornu, Jacovacci, Marincola, ma ce ne sarebbero molti altri da elencare.Loro hanno lottato, si sono battuti per realizzare i propri sogni, per ottenere giustizia. Le cose non si cambiano solo parlandone, bisogna agire. Quindi, si invitano tutti gli immigrati di seconda generazione a non mollare: se si sentono italiani, continuino a battersi, nonostante tutto. Che ne parlino, coi loro amici, con i loro fidanzati, con tutti coloro che hanno intorno, non sarà loro negato un aiuto. E si spera che un giorno, in un futuro non troppo lontano, lavorando insieme, riusciamo a costruire un mondo in cui i nostri figli non avranno paura per il colore della pelle, non giudicheranno dal nome di una persona; un mondo in cui abbiano tutti pari diritti. Un mondo più giusto.

 

Fonti:

Costituzione della Repubblica Italiana.

18 ius soli, Fred Kudjo Kuwornu, 22 marzo 2012.

Blaxploitalian, Fred Kudjo Kuwornu, giugno 2016.

Geografia delle mobilità. Muoversi e viaggiare in un mondo globale, Gino de Vecchis, Carocci Editore, 2014.

Ius soli all’ultimo miglio in senato. Ecco le regole negli altri Paesi UE, Marta Paris, Il Sole 24, 15 giugno 2017.

Racconti scapigliati, AA.VV.,a cura di R. Carnero, BUR, 2011.