Fotografare un luogo non si distacca molto dall’immortalare un volto, con la sua necessità di introspezione, dialettica e affezione.

Il novarese Paolo Monti proprio sui luoghi si concentrò, prendendo la causa tanto a cuore da rendere la sua fotografia, apparentemente candida e pura, uno strumento di denuncia contro il degrado delle architetture italiche e la loro urgenza di restauro.

La fotografia non arriva subito nella sua vita. Monti si laurea in economia politica all’Università Bocconi di Milano e viene quindi trasferito a Venezia come dirigente industriale.

Proprio nella laguna incontra di nuovo la macchina fotografica dopo i ricordi degli scatti amatoriali di suo padre, decidendo di dedicarsi ad essa a tempo pieno dal 1953.

A partire dagli anni Sessanta intraprende per mezzo della casa editrice Garzanti un lungo lavoro di rilevamento delle emergenze storiche e artistiche delle varie regioni d’Italia, concentrandosi in modo certosino sui borghi romagnoli ed emiliani e chiudendo nella natia Val d’Ossola.
Risulta palese all’osservazione che le sue immagini non sono meramente “foto di catalogo”, bensì opere con intenso sfondo drammatico che si riflette nel sociale, in quell’Italia povera e smarrita ancora in profonda difficoltà post-bellica.

Malgrado questa sensibile passionalità nello scattare le sue immagini restano geometricamente costruite, giocando con le luci, i soggetti vivi e gli spazi.

Riprendendo Milano, accanto ai grandi palazzi in costruzione che si stagliano in cielo come colossi, non mancano i personaggi di ogni giorno, lieve contrappeso a tanto cemento.

La sua attività sarà di grande interesse sia per studi successivi sia di fotografia pura sia di ricerca sull’immagine.

Nonostante questo suo continuo riscontro con il reale, il solido della città, Monti verrà anche imputato di eccessivo astrattismo, alla quale accusa rispose:

Che lo si voglia o no apparteniamo tutti al nostro tempo e io sono sicuro che senza l’esperienza astratta non sarei giunto a certe ricerche fotografiche. Oggi, dopo la lezione dell’arte, il non figurativo ci guarda dai muri delle città dove le macchie, le corrosioni, i manifesti strappati ci emozionano come dei Pollock, dei Klein, dei Soulages.”

 

 

Credits:

fonti: www.beic.it