Nella storia della letteratura si aggira uno spettro: l’ossessione per le origini. Se lo stesso spettro era stato scacciato da Marc Bloch per quanto riguarda la storia, non lo stesso è stato ancora fatto dalla critica letteraria, ed in particolare ci riferiamo alla manualistica. L’idea di dover trovare necessariamente un’origine ad ogni movimento e momento storico-letterario, di dividere e stratificare crea a volte delle forzature inaccettabili al lettore più attento. Lungi da noi voler rifiutare generi e categorie, non è su questo che ci vogliamo soffermare. Ci soffermeremo, invece, su un particolare caso, dove queste forzature hanno attribuito meriti alle persone sbagliate e viziato anni di letture. Sarà forse spregiudicato dirlo, ma lo diremo: Madame Bovary non è il primo romanzo moderno.

Detto lo sproposito adesso possiamo fare un passo indietro. Madame Bovary di Gustave Flaubert è sicuramente un romanzo moderno, se per moderno assumiamo quel discrimine con l’arte classica largamente intesa che termina pressoché con la Rivoluzione Francese, ma non è il primo romanzo moderno, semplicemente perché un primo romanzo moderno non esiste. Dalla critica manualistica e antologica possiamo trarre una serie di caratteri che indubbiamente fondano il romanzo moderno separandolo da quello settecentesco, mettendo da parte la riflessione culturale goethiana-hegeliana. Caratteri ricorrenti e fondanti sono quelli estratti dal Realismo francese, poi Naturalismo, e filtrati rapidamente in tutte le altre letterature nazionali: progressiva scomparsa del narratore, oggettività del punto di vista, analisi psicologica e critica del primo Romanticismo. Che questi elementi, in diverse misure, compaiano in Madame Bovary è indubbio, più dubbio secondo noi, è che tutti questi elementi siano realmente volti a fondare un nuovo tipo romanzo.

Abbiamo fino ad adesso sparso soltanto indizi che conducano alla nostra tesi, per cui la esporremo in breve: Madame Bovary non è il primo romanzo moderno perché è un romanzo a tesi di critica al Romanticismo, e tutto il resto sono solo argomentazioni utili a provarne la tesi, non volte ad essere elementi della struttura del romanzo, ma poco più che orpelli. Sfatiamo un mito: critica del Romanticismo e oggettività del racconto non possono coesistere, per il semplice fatto che nel momento in cui si critica un altro movimento letterario si scende necessariamente nel soggettivismo. E da qui nasce tutto il nostro ragionamento. È evidente a chiunque abbia letto il romanzo che Flaubert critichi con un certo odio e mai celato disprezzo non solo la letteratura romantica facente capo alla Nouvelle Héloïse di Rousseau, ma anche tutta la cultura e quasi l’educazione romantica. Quell’educazione che Emma Bovary si auto-impone e che la conduce soltanto ad una nera depressione, alla tragedia famigliare e al suicidio. Ma soprattutto quell’educazione che lei, per qualche motivo mai detto dal narratore che tanto sembra indagare, non mette mai neanche minimamente in dubbio. Stesso narratore falsamente indagatore che mai ci dice per quale motivo questa cultura abbia su Emma una tale presa. Viene naturale pensare che se provare l’inevitabile fallimento dell’uomo romantico non fosse l’obiettivo di Flaubert, almeno un momento di dubbio sarebbe stato concesso alla sua sfortunata eroina. E criticheremo anche la presunta novità di questa critica, sicuramente diffusa in pamphlet e contro-pamphlet, ma soprattutto tema ricorrente di un romanzo di poco precedente, Il Rosso e il Nero di Stendhal. Già il suo Julien Sorel faceva innamorare donne verso le quali non nutriva alcun sentimento d’amore citando a memoria brani proprio della Nouvelle Héloïse, la stessa che anche Emma tanto amerà.

E su Emma vorremmo ancora spendere alcune righe, in particolare su quel carattere di bovarismo che è stato letto in lei e che ha fatto la fortuna del romanzo. Il bovarismo è, secondo le parole di colui che ha coniato la parola, Jule de Gaultier, credersi diversi da come si è, e, aggiungeremmo noi, credere gli altri diversi da come sono, se prendiamo ad esempio le parole di Emma la cui voluttà delle (sue) fantasie era turbata dalla reale vista dell’amante. Questo atteggiamento sembra essere proprio di colui che confonde, per debolezza dei nervi o per eccesso di immaginazione, il sogno con la realtà, la fantasia con la concretezza. E letto così Flaubert diventa non solo il primo prosatore moderno ma anche anticipatore dei grandi deliri novecenteschi, da Kafka a Joyce passando per Pessoa. Ma, anche se non vorremmo ripeterci, così non è: il bovarismo è un innocente errore di prospettiva: Flaubert secondo noi non ha mai voluto dipingere questa malattia dell’animo in sé ma l’ha ideata per la propria eroina come un punto della sua argomentazione, come passaggio della sua quasi matematica dimostrazione.

Ed anche sull’oggettività vorremmo dire alcune ultime cose. Iniziamo con le prime righe, mai citate da nessuna parte: Eravamo nell’aula di studio quando il preside entrò. Eravamo? E se parla qualcuno dove finisce l’oggettività del narratore? Non era scomparso? Veniamo a scoprire, non senza una certa confusione, che chi racconta è un compagno di classe del giovane Charles Bovary, senza nome e senza volto, che immediatamente scomparirà per evolvere in un narratore che scruta a fondo l’animo dei personaggi. Per quanto sia incoerente non esaurisce il discorso. È davvero oggettivo il nostro Gustave? Se ci sta dimostrando qualcosa è evidente che non lo possa essere, ma non ci mente altro? La sensazione, stavolta solo di questo possiamo parlare, è che lo faccia. Che quanto meno taccia qualcosa. Gli infiniti non detti fra i due coniugi, la cui relazione si sviluppa solo nelle loro menti e mai nelle azioni sembra far tralucere delle omissioni, come i loro stessi comportamenti, sempre sulla -se non oltre- soglia dell’ambiguo, fra sadismo e masochismo.

Che questi ultimi rimangano suggerimenti, per i quali ci rimettiamo a chi conosce la psicoanalisi meglio di noi e ai lavori di Roberto Speziale-Bagliacca. Ma riguardo a tutto ciò che abbiamo detto prima non faremo un passo indietro. I meriti attribuiti a Madame Bovary gli spettano poco ed in parte. Dal realismo che già esisteva, critiche al passato già mosse ed oggettività narrativa ancora di là dal realizzarsi. Rimane un romanzo moderno ma non il primo, e che certamente non crea un discrimine nella storia della letteratura, un pre e un post, se poi questi esistano mai nell’infinito fiume della letteratura mondiale.

 

Madame Bovary, Gustave Flaubert

Bovarismo, Jule de Gaultier

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