La Fortezza. Un quartiere degradato, pieno di polvere, miseria, violenza, distruzione fisica e interiore. È assimilabile ai noti Quarto Oggiaro di Milano, Le Vallette di Torino, Le Vele di Scampia.

È qui che vive Beatrice, voce narrante: una ragazza di ventuno anni che, nelle prime pagine del libro, si trova ad un funerale. Con questa triste scena si apre Il rumore dei tuoi passi (Longanesi, 2012), romanzo d’esordio della giovane Valentina D’Urbano – classe 1985, romana. Subito il lettore capisce che la storia non ha un lieto fine, subito il lettore capisce che non tutte le storie hanno un lieto fine, ma che non per questo non meritano di essere lette.

Beatrice vive in un appartamento occupato abusivamente con il padre, la madre e il fratello minore Francesco: una famiglia che cerca di vivere la vita nel modo più tranquillo possibile, nonostante la miseria che la attanaglia, attraverso la forza della loro unione.

Già nel secondo capitolo appare l’altro personaggio chiave del romanzo: Alfredo. Beatrice lo conosce in un’occasione che, probabilmente, ben si inserisce nel declassamento del luogo, ma che nel contempo mostra che esiste sempre qualcosa di peggio. Viene raccontato di una famiglia, composta da un padre e tre figli, Massimiliano, Alfredo e Andrea, proveniente dalle baracche di lamiera dove «ci abitavano i morti di fame veri, roba che noi della Fortezza, al confronto, eravamo ricchi».

Durante l’adolescenza, tra Beatrice ed Alfredo inizia a nascere un vago sentimento di amore, che viene probabilmente favorito dal contatto fisico “forzato” che sin da piccoli hanno avuto (vivendo entrambi nella stessa casa, infatti, dormivano assieme, facevano il bagno assieme e molte altre cose che quindi hanno creato una forte intimità e confidenza tra i due) e dal fatto che nel quartiere sono da sempre noti come “i gemelli“.

Ma questo amore possiede molte sfumature.

Innanzitutto, è privo di ogni sentimentalismo: non vi sono baci appassionati, vi sono abbracci, baci sui capelli e sulle dita. Non vi sono dichiarazioni plateali, vi sono frasi tenere appena accennate. In modo del tutto paradossale, una predominante componente di questo amore è l’odio, gli insulti, gli schiaffi, la rabbia e le lacrime. D’altronde, l’amore è una passione, dal latino “patior“, ossia “soffrire”. Quello tra Beatrice e Alfredo non è un amore alla Moccia, non è apparente, non è esplicito: è un amore che cerca in tutti i modi di nascondersi, e più si nasconde, più diventa forte. È un amore difficile da comprendere. E forse non riescono a comprenderlo nemmeno i protagonisti stessi.

Che Beatrice sia innamorata di Alfredo, in realtà, lo si capisce sin dalle prime pagine e nel corso di tutto il romanzo non viene mai negato, viene addirittura usata l’espressione esplicita “amare”. Non si nota un’attrazione fisica per lui, però viene esplicitato un sentimento di gelosia (in particolare quando lei scopre che Alfredo si è fidanzato e allora si mette alla forsennata ricerca di un ragazzo con cui fare la sua prima esperienza sessuale).

E Alfredo?

Bisogna partire dal presupposto che vede la famiglia di Beatrice come la famiglia che non ha mai avuto: ciò, però, non significa che non senta un legame di affetto con i suoi fratelli e persino con il violento padre, a difesa del quale aveva aggredito Beatrice quando lei voleva ucciderlo dopo che aveva cercato di accoltellare il ragazzo. Se ne deduce, quindi, che Alfredo è sostanzialmente una persona debole, tremendamente fragile, in continua ricerca di un appoggio. Non fa complimenti a Beatrice né mostra di aver capito i sentimenti della ragazza (probabilmente perché lei non glieli ha mai svelati veramente), spesso le si rivolge in tono aspro e duro, però parla con i fatti. Quando Beatrice è in procinto di partire per la vacanza al mare, Alfredo non ammette che gli mancherà, però le incide una “A” sulla pelle con l’accendino.

Eccolo il loro amore: come una corda che stringe, una sorta di possessione priva di sentimentalismi. Una continua schermaglia caratterizzata da gelosie manifeste e taciute, da reticenze ambigue ed eloquenti, che sottendono un bisogno quasi ancestrale dell’uno nei confronti dell’altra e viceversa. Bisogno che, nonostante cerchino di scappare, li fa ritrovare sempre.

Alfredo e Beatrice sono figure scolpite su un bassorilievo, indissolubilmente legate al contesto in cui sono nate: e forse, per quanto giusto o sbagliata possa essere la natura del loro rapporto, vale la pena accarezzarne tutti i loro tratti tra le pagine di questo libro.

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Fonte: Valentina D’Urbano, Il rumore dei tuoi passi, Longanesi, 2012.