Dal mondo delle celebrità al mondo quotidiano, che sia urlato alle première o che sia sussurrato tra le scrivanie degli uffici, il cosiddetto pay wage gap è un argomento sempre più discusso. Cos’è il pay wage gap? Semplicemente un divario di paga, una differenza di stipendio – in base al proprio genere, ecco di cosa si tratta.

Recentemente, il caso è stato portato ancora una volta sotto le luci della ribalta dalle celebrità di Hollywood: Jennifer Lawrence, Natalie Portman, Viola Davis, Laverne Cox, Emma Stone. Quest’ultima, in un’intervista alla rivista Out, ha rivelato che alcuni dei suoi colleghi uomini hanno davvero fatto dei tagli ai propri stipendi per promuovere una paga equa. L’affermazione che più ha colpito è stata che, se tutti facessero lo stesso ragionamento, allora non ci sarebbe più bisogno di polemizzare e parlare di divario di genere.

Si badi bene: parliamo di genere e non di sesso, in quanto, antropologicamente e psicologicamente, dagli anni ’70 il sesso (“sex”) viene considerato come l’insieme delle caratteristiche anatomiche e genetiche, il genere (“gender”) come un processo di costruzione sociale e culturale che viene dunque appreso e non è innato. Il problema del pay wage gap, tuttavia, non riguarda solo il genere ma anche la razza, l’etnia e l’età di un determinato gruppo.

Secondo l’Institute for Women’s Policy Research le donne, sebbene siano almeno la metà della forza lavoro, di media guadagnano meno degli uomini in pressoché ogni singola occupazione e, nelle mansioni in cui è necessaria una discreta abilità, le lavoratrici guadagnano solo il 76% di quanto invece riceva un uomo. Ovviamente la differenza di stipendio aumenta in base anche, per l’appunto, a razza, etnia ed età. Le ragioni che portano ad interrogarsi su questo divario sono molteplici, ma le principali sembrerebbero due. Primo, nonostante le donne abbiano cercato negli ultimi decenni di partecipare a lavori e posizioni in precedenza prettamente maschili, il progresso nell’integrazione di genere è stato minimo. Ad esempio, nelle costruzioni, in quarant’anni, il suddetto progresso è solo una parola che non trova riscontro nei fatti. In secondo luogo, dai dati raccolti da una ricerca di PayScale si evince che gli uomini abbiano l’85% di possibilità in più di ottenere ruoli di maggiore prestigio a parità di anni di carriera e formazione.

E se si chiede ai diretti interessati quale sia il loro parere riguardo a tale divario, il 18% delle donne ammette di non aver ottenuto promozioni o aumenti a causa del loro genere – e gli uomini? Solo il 3%, tentennando, sostiene di aver ricevuto lo stesso trattamento. Le percentuali salgono man mano che si eleva il livello di educazione e di mansione, tanto da raggiungere il 36% per le donne e il 5% per gli uomini.

Foto di Mona Chalabi.

In Italia, la situazione non è decisamente delle migliori: se apparentemente il Bel Paese risulta quarto in merito al Gender Pay Gap (GPG – 5,6% più basso tra i membri dell’UE), i dati sono comunque negativi. A seguito di ciò che è stato pubblicato dall’Istat, nel settore privato gli uomini percepirebbero 1,80€ l’ora in più rispetto alle donne, che sono più numerose in settori in cui una retribuzione media è decisamente inferiore, come il settore pubblico. Per non parlare poi del fatto che nei gruppi professionali i dirigenti guadagnano quasi quattro volte più di un impiegato, e sono principalmente uomini: le differenze non mancano, tanto che, si sostiene, “una dirigente donna dovrebbe lavorare tutti i sabati e le domeniche dell’anno per pareggiare il salario di un dirigente uomo”. A quanto pare, dunque, l’Italia sarà anche regina di bellezze: ma ci fermiamo lì. Quando si tratta di uguaglianza il podio è più lontano di quanto sembri.

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