La cultura, la conoscenza, lo studio, l’arte e la moda sono importanti elementi nella vita di ogni individuo. In particolare sono strumenti fondamentali di scambio, relazione, comunicazione e integrazione.

Si tratta di un particolare sincretismo che converge nell’ibridismo culturale, un’integrazione di diversi stili provenienti da culture altre che danno vita a quella che, in senso lato, viene definita moda etnica. È la dimostrazione di come sia possibile avviare un dialogo tra elementi (apparentemente) diversi e lontani fra loro.

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Secondo la docente di Sociologia Maria Cristina Marchetti la tendenza alla mescolanza di diverse e varie forme stilistiche sarebbe il risultato di numerose manifestazioni estetiche, per le quali non è importante definire cosa sia tendenza quanto denotare una sempre più grande contaminazione ma soprattutto integrazione (le tuniche arabe, il sari indiano, il kimono, giusto per citarne alcuni, sono elementi di culture diverse rispetto a quella occidentale che mostrano come attraverso un “semplice” capo di abbigliamento si faccia in realtà un grande passo avanti dal punto di vista umano).

In questo suo aspetto, la moda mostra di essere un terreno di ampia apertura e accettazione del nuovo e del “diverso”, inteso come cultura e storia diversa dalla propria. Basti semplicemente pensare ai lavori svolti da stilisti e designer, come per esempio Rei Kawakubo, direttore artistico del brand Comme des Garçons, che è riuscito a diffondere il gusto e lo stile giapponese (intriso di altri elementi puramente artistici) in tutto il mondo occidentale, ottenendo un enorme successo. Non si parla, in casi come questo, di rifiuto dei propri canoni culturali, bensì di apertura e accettazione dell’“altro”.

Molti sono gli esempi di questo genere. Esempi di come la moda sia riuscita, dato che le è proprio, ad essere terreno di accettazione e sperimentazione e dunque di accettazione e condivisione. Un modo di diffondersi totalmente puro disinibito.

La mostra “Cento stoffe d’Africa”, tenutasi a Roma lo scorso giugno, ha portato insieme moda e cultura, storia e simbolismo. L’evento, organizzato dall’associazione “Ta Chance” nella galleria “Area Contesa Arte” ha l’obbiettivo di creare nuovi centri di formazione per i giovani ma anche, e soprattutto, di creare un ponte che unisca, attraversi gli abiti, la realtà italiana con quella sudafricana.

Un po’ lo stesso concetto messo in atto da Codici, l’organizzazione che promuove percorsi di ricerca e trasformazione in ambito sociale, per integrare, all’interno dell’area lombarda della Brianza, un gruppo di stranieri pakistani. Nel quartiere del Villaggio Snia, dove aveva sede la fabbrica della Snia viscosa, è stato svolto un duro lavoro in modo che l’inserimento degli “immigrati” fosse il più semplice possibile. Una delle soluzioni adottate ha visto l’utilizzo dello stabile della fabbrica per organizzare una sfilata di moda, che includesse così italiani e pakistani.

Il terreno artistico è fertile di positività. Quelli sopra citati sono pochi ma significativi esempi di come l’accoglienza possa funzionare e possa creare delle visioni utopistiche per un avvenire migliore.

 

 

Fonti: Maria Cristina Marchetti, La moda oltre le mode: lineamenti di sociologia della moda; Il Messaggero www.ilmessaggero.it; laffingtonpost.redattoresociale.it

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