Una delle attrazioni più rilevanti della città di Eindhoven, nel sud dei Paesi Bassi, è un museo, che attraverso l’epica storia di una compagnia privata, la Philips, delinea le vicende dell’ultimo secolo e mezzo, non solo locali ma di gran parte del mondo. L’esposizione è ospitata in uno degli edifici più antichi di Eindhoven, una vecchia fabbrica adeguatamente ristrutturata, dove nel 1881 Gerard Philips aprì il suo primo laboratorio per la produzione di lampadine elettriche. La ciminiera dello stabilimento si erge ancora, a stento, in mezzo a nuovi edifici dall’architettura contemporanea. La Eindhoven di oggi ha infatti un aspetto moderno, fu completamente rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale.

La Philips è oggi una multinazionale, all’avanguardia in molteplici settori tra cui l’illuminazione con lampade a LED. Il suo ormai plurisecolare successo è in parte dovuto alla sua caratteristica struttura di impresa famigliare. Il padre di Gerard Philips, Frederik, possedeva ingenti capitali accumulati in attività bancarie e nel commercio del tabacco. Gerard era un brillante ingegnere, e il fratello minore Anton abile nell’economia e nel marketing.

I primi anni di attività sono dedicati alla ricerca del metodo migliore per realizzare un prodotto di alta qualità, ad un prezzo accessibile da parte dei consumatori. Si forma così il bagaglio di competenze proprio dell’azienda, nel campo dell’uso dei metalli, del vetro, del gas, e dell’assemblaggio dei vari elementi. Le ricerche di Gerard Philips partono dall’uso di fili di carbonio, per dirigersi verso l’impiego dei vari metalli, mano a mano che il progresso ne rende disponibili di nuovi a basso costo.

Nel 1889 la Philips è ancora lontana dal detenere un ruolo di primo piano nella produzione di lampade, ma già riceve la sua prima grande commessa internazionale, 55.000 lampadine su desiderio dello Zar di Russia. Risale al 1905 il primo brevetto, e al 1913 la fondazione del PSV, squadra calcistica di Eindhoven.

Strategia chiave nello sviluppo di una compagnia è la differenziazione del prodotto. Così la Philips applica le competenze acquisite nel creare il vuoto all’interno dei bulbi delle lampadine in altri campi. Nel 1927 viene prodotta la prima radio Philips, nel 1932 è venduto il milionesimo esemplare. Nel 1947 prendono il via le prime trasmissioni televisive sperimentali dalla città di Eindhoven. Naturalmente con tubo catodico Philips. Grazie alla radio, nel 1927 la voce della regina Wilhelmina è udita per la prima volta nelle Indie Orientali Olandesi.

La Prima Guerra Mondiale è stato un momento significativo per lo sviluppo dell’economia olandese. L’interruzione dei rapporti tra le potenze dell’Intesa e dell’Alleanza fa venir meno l’importazione di prodotti tedeschi, soprattutto da parte di Inghilterra e Francia. Ci si rivolge così agli esperti olandesi della Philips per realizzare le apparecchiature a raggi-X da utilizzare durante le operazioni belliche. L’isolamento commerciale di quegli anni spinge lo spirito innovativo dei Paesi Bassi a rendersi autosufficienti anche in campo alimentare, nonostante la ridotta superficie agricola e il clima inclemente. Si sviluppano così coltivazioni in serra, intensive, con tecnica idroponica, fino alla fondazione dell’università di Wageningen, di prestigio internazionale in campo agricolo.

Nel 1937 la Tour Eiffel viene illuminata con lampade Philips. La capacità di realizzare soluzioni per l’illuminazione in esterno farà risplendere anche l’Empire State Building, il ponte sul Bosforo e il London Eye.

Nel 1939 esce Philishave, il primo rasoio elettrico, mentre è del 1951 il primo aspirapolvere domestico. Nel 1963 la Philips stabilisce gli standard mondiali per la produzione di audiocassette, e di registratori, mentre nel 1983, in collaborazione con Sony, inventano in Compact Disc.

Entrare nel Philips Museum è un grande viaggio nella storia della tecnologia, ma non solo: l’esposizione permette di entrare all’interno delle nostre vite, nelle case dove gli apparecchi Philips hanno plasmato la quotidianità come oggi la conosciamo.

 

Fotografie di Davide Cinquanta