Dopo una quasi mortale caduta, l’ex star dei rodeo Brandy è costretta ad allontanarsi da quel mondo che gli appartiene profondamente, che lo completa. La scelta di smettere di cavalcare e domare cavalli determina in lui una grave crisi e una nuova ricerca di se stesso, difficilmente separabile dal mondo dei cavalli. È una trama dunque abbastanza semplice, lineare quella di The Rider, la seconda opera della regista cinese Chloé Zhao, trapiantata negli Stati Uniti. Eppure ciò che la rendere particolare è la sua capacità di mescolare il genere che più evidentemente gli appartiene, ovvero il western, con il documentario.

Presentato nella Quizaine di Cannes di quest’anno, The Rider non è infatti il solito western. Il film cerca di andare più in profondità in quei luoghi e in quella mentalità che più di tutti identifichiamo con le steppe statunitensi, cercando così di staccarsi dalla mera etichetta di cowboy film. La camera cerca dunque di analizzare la psicologia del tipico cowboy, come questo pensi, come viva il suo rapporto con i cavalli e come dunque possa essere grave ed alienante per uno di essi allontanarsi da quel mondo che lo definisce in tutto e per tutto.

È questo il dramma di Brandy Jandreau, che come un cavallo ormai zoppo è costretto a smettere di correre, ma diversamente da questo non viene abbattuto, ma lasciato al suo destino di dolore. Nonostante non abbia più uno scopo nella sua vita, nonostante non sia davvero più utile, Brandy è costretto a continuare la sua esistenza, che ormai è inevitabilmente vuota, insensata. Questo lo porterà inizialmente a riavvicinarsi al mondo dei cavalli, cercando quanto meno di domarli; ma sarà poi costretto a fare una scelta, tra il sopravvivere perdendo la sua identità o morire facendo quello che ama.

L’analisi psicologica del personaggio è in un certo modo aiutata dal cast: il film infatti, che racconta la storia vera di Jandreau, è interpretato da questo stesso, e da tutti coloro che lo circondano nella vita reale. Zhao in un qualche modo ha voluto creare un drama non solo realistico, ma reale; non solo un film dai tratti documentaristici, ma che quasi sembra cronaca. La consapevolezza della realta della pellicola in un qualche modo amplifica la nostra reazione di fronte alla difficoltà di un cowboy che non è però più solo tale: è un semplice ragazzo alla ricerca della propria identità, quando questa gli è stata bruscamente sottratta. Al festival ha vinto il premio Art Cinema.

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