Per pochi elitari osservare opere d’arte nei musei non è sufficiente.

Certi cultori dell’arte preferiscono ricreare i musei nelle proprie case, dando vita a collezioni spesso dal valore inimmaginabile.

Si rifanno in questo alla tradizione dei grandi mecenati dei tempi antichi, usi a riempire le proprie dimore non solamente con oggetti artistici di valore, ma anche di persone quali poeti, filosofi o scienziati.

Come in un gioco morboso dove l’obiettivo finale di questo compulsivo comprare sarebbe il possedere l’intero repertorio artistico.

Ad un bambino che colleziona figurine di calciatori, avere o non avere il difensore di riserva del Cesena non cambierebbe la sua esistenza. Eppure deve averlo.

Mi addentro in questo mondo delle collezioni private poiché è stato raggiunto un nuovo record per una vendita all’asta.

Les femmes d’Alger” di Pablo Picasso è stato venduto a New York dalla casa d’aste Christie’s per un valore complessivo di 179 milioni di dollari.

Pablo Picasso; “Les femmes d’Alger”, 1955
Pablo Picasso; “Les femmes d’Alger”, 1955

Mi domando se Picasso ne sarebbe soddisfatto. Il prezzo è probabilmente dettato non tanto dal puro valore del quadro, quanto piuttosto dalla rarità sul mercato del nome che lo ha firmato.

Mi viene spontaneo associare questa riflessione ad un’altra che faceva il cantautore Fabrizio de André. Egli si dispiaceva del grande successo che la sua “Canzone di Marinella” aveva raggiunto rispetto a molti altri suoi testi più intimi e sinceri solo per il rimeggiare con parole facili come “bella” o “stella”.

Ecco, è giusto dare così tanto valore ad un’opera solo per la sua firma quando il mercato potrebbe presentarne di maggiormente valevoli ma di autori minori?

Il compratore ha pagato la firma o il quadro in sé? Le due cose non possono per niente essere scisse?

Non penso di potere trovare una risposta, ma il dubbio non riesco a levarlo dalla testa. Il discorso non è molto distante dal prezzo di un caffè che bevo davanti al Duomo che risulta triplo rispetto ad uno stesso bevuto in periferia, magari di gusto migliore.

Quello che fino ad ora riesco a comprendere è che nell’arte, così come in molti altri campi, il nome ha un valore specifico ed il contesto altrettanto.

Il mercato dell’arte si conforma a qualsiasi altro mercato in quanto tale, dove spesso e volentieri il prezzo non corrisponde ad un valore effettivo.

Sarebbe interessante sottoporre la questione a coloro che stabiliscono certi prezzi e cogliere un possibile criterio, qualora vi sia.

Certamente un criterio utilizzato sarà quello della convenienza, dove di fronte a determinate situazioni si tenterà di spremere al massimo grado la “macchina del denaro”, incuranti di molte altre questioni di natura meno veniale.

Sia dunque l’arte schiava degli affari. Siano gli affaristi giostrai nel far innalzare od abbassare i prezzi, glorificare o sminuire gli autori, ben consci che finché ad un collezionista mancherà la sua “ultima figurina” essi avranno buonissimo gioco.

 

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fonti: studio e riflessione da parte dell’autore

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