“Sono sempre stato colpito dal fatto che dei film che si amano ci si ricorda più della loro luce, che non del contenuto, della storia che raccontano.”  Bernardo Bertolucci.

Così Bernardo Bertolucci descrive sostanzialmente la sua lunga e fortunata storia d’amore tra lui e il cinema. Nei suoi film infatti, quello che ti rimane addosso è sempre l’atmosfera, il sapore di sottofondo. Il maestro del malinconico e dell’agrodolce è sempre riuscito a lasciare negli spettatori una traccia fortissima con i suoi capolavori. Ecco allora il libro da avere se lo amate: La mia magnifica ossessione-Scritti, ricordi, interventi (1962-2010).

Figlio d’arte del poeta Attilio Bertolucci e fratello del regista teatrale Giuseppe, muove i primi passi proprio nella poesia, raccontando di quel mondo verace che è la sua Parma ma rendendosi conto, poco dopo, che la sua vera vocazione è la filmografia. Gira un cortometraggio senza audio, breve e crudele: La morte del maiale. Nel video che sarà ingenuamente il suo trampolino di lancio, il rito antico e brutale dello sgozzamento viene visto da un bambino che invece di andare a scuola spia gli adulti.

Bertolucci, nella sua autobiografia professionale, comincia così a delineare tutta la sua vita: del suo esordio di ragazzino, all’amicizia con Pier Paolo Pasolini fino ai nove premi oscar vinti nel 1988 con L’ultimo imperatore.

 

Potremmo parlare per ore dei suoi film più famosi, da Novecento a The Dreamers fino a Io ballo da sola (che lancerà la bellissima Liv Tyler) ma quello che mi preme è far capire il taglio di questa autobiografia con un esempio:

Ultimo tango a Parigi (1972) […] Circa un anno fa esce su un quotidiano l’elenco dei più grandi successi della storia del cinema italiano, e il primo tra questi è Ultimo tango a Parigi. Un incasso di 150 miliardi di lire. Una cosa enorme. Immediatamente alzo il telefono, chiamo Benigni. Lui fa finta di arrabbiarsi. La vita è bella ha incassato 60-65 miliardi. Naturalmente era solo un gioco fra grandi amici. […] Alla prima proiezione del film, ci trovavamo assaliti dai dubbi, pensavamo: ma chi andrà mai a vedere un film così cupo che parla di un uomo disperato che ha appena perduto la moglie.

 

Il resto come ben sappiamo è storia: Bernardo Bertolucci subisce un processo nel 1976 con l’accusa di offesa al comune senso del pudore. Marlon Brandon e Maria Schneider così disperati che usano il sesso come atto di ribellione, “condannano” il regista a cinque anni senza diritti civili. La pellicola viene ritirata in Italia. La Schneider comincia a bere pesantemente e accusa il film di averle rovinato la vita. Paradossalmente Bertolucci diventa un regista di fama mondiale, tutti sono dalla sua parte e il film diventa patrimonio nazionale.

La bellezza di questo libro sta nella sua sincerità, ad ogni capitolo è possibile vivere un “dietro le quinte” dell’idea del film, della sua realizzazione e delle conseguenze che ci furono. Le chicche naturalmente non mancano e ricordate di leggere Il tè nel deserto di Paul Bowles, Bertolucci ha racchiuso nell’omonimo film la perfetta estetica della sua luce.

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