Martin Margiela può essere sicuramente definito come il creativo più atipico e misterioso della moda contemporanea. Lui che fuggiva la stampa e non concedeva interviste, comunicando solamente via fax. Una filosofia di vita, fondata sull’anonimato e sulla discrezione, che in un certo modo si trasmette anche nei suoi abiti, dalle linee semplici ma forti e dalla purezza del bianco candido (il “blanc de Meudon”, un a tintura a base di gesso) che era solito utilizzare.

Nel 1988 fonda la sua casa omonima e subito diventa una personalità riconosciuta nel mondo della moda. Il suo modo di manipolare i capi e le strutture è alquanto unico, sebbene al tempo il suo lavoro non raccolga grandi consensi da parte del grande pubblico e anche da professionisti del settore. Ciononostante Margiela riesce a diventare un designer influente e ad unire nella sua arte l’avanguardia alle linee più classiche e semplici. La sua moda infatti viene descritta con termini come decontrazione o destrutturazione poiché la struttura stessa dei capi viene destabilizzata e riassemblata in nuove forme.

La sua anticonvenzionalità si può ravvisare nell’eccentrico uso dell’etichetta sui capi. Facendo fede ai quei canoni di anonimato, che si univano ad una certa linea filosofica propria di Margiela che ha sconvolto le regole (ferree) della nobile società della moda – era noto che che il designer non frequentava gli editor, non pubblicizzava e non assegnava i posti alle sue sfilate (gasp!) – decide, assieme alla sua storica collaboratrice Jenny Meirens di utilizzare una semplice etichetta bianca da applicare ai loro capi, che sarà più tardi sostituita da quella con i numeri. Una sorta di gioco kabalistico in cui ogni numero fa riferimento ad una linea della maison: il numero 1 corrisponde alla linea donna, il 10 alla collezione uomo e così via. Il tutto per rafforzare il concetto secondo cui Margiela rappresentava la “libertà di espressione e il coraggio” allo stato puro.

Etichetta con i numeri. Fonte

Anche, e soprattutto, per questi motivi il suo lavoro non venne pienamente riconosciuto quando iniziò a lavorare per la maison francese Hermès nel 1997. L’industria della moda sembrava non essere pienamente soddisfatta dell’operato di Martin Margiela, ma questo perché la sua visione non era standardizzata bensì fuoriusciva dagli schemi e sperimentava nel modo più libero possibile.

A distanza di anni, il MoMu di Anversa dedica una mostra proprio a quegli anni in cui Margiela era pronto a stravolgere le regole e a portare insieme l’acme del settore del lusso e quello stile univoco della Maison Martin Margiela.

 

Fonti: www.iodonna.it – www.vogue.fr – i-d.vice.com

Immagini: copertina