Quest’anno, nella programmazione TV, è mancato il consueto appuntamento con Jesus Christ Superstar, il musical sugli ultimi giorni della vita di Gesù che negli anni ’70 ha fatto storia e rivoluzione. Scritto da Tim Rice, musicato da Andrew Lloyd Webber e portato sui grandi schermi da Norman Jewison nel 1973, JCS viene comunemente riconosciuto come una vera e propria “opera” rock, una delle prime.

E’ sempre il momento buono per ricordare e celebrare un pezzettone di storia significativo come la colonna sonora di JCS. Sono passati 44 anni da quando è uscito nelle sale cinematografiche e ha spaccato il mondo a metà ma non ha perso un briciolo del suo smalto, dal punto di vista concettuale e tanto meno quello musicale. L’idea di parlare di Gesù utilizzando il linguaggio del rock ha dato vita ad un’opera dotata di una forza immane, sotto tutti gli aspetti; la contrapposizione tra il sacro e il profano, tra l’antico e il nuovo, tra il clero e gli hippies, tra i genitori bigotti e i figli rocchettari, tra il divino perdono e la rabbia più sanguigna: qui si parla di reazioni chimiche a dir poco esplosive. L’atmosfera post-’68 si percepisce senza difficoltà, però JCS si spinge molto al di là della banale provocazione di un gruppo di fricchettoni.

L’opera viene concepita già in partenza come musical teatrale però i fondi scarseggiano, quindi Webber e Rice decidono di lanciare il progetto attraverso un semplice album; per questo motivo il risultato è un ibrido, uno spettacolo interamente musicale, senza recitativi. Per la loro creazione, i due ragazzi (allora Webber aveva appena 21 anni, mentre Rice 25) reclutano una formidabile squadra di oltre 60 elementi tra cantanti e musicisti, tra cui spiccano nomi come Chris Spedding, John Gustafson, Mike Vickers, P.P. Arnold, alcuni membri della Grease Band di Joe Cocker, per non parlare di Murray Head, Ian Gillan e Yvonne Elliman nei ruoli canori chiave (Giuda, Gesù e Maddalena). La strategia ha successo e l’album produce anche dei singoli, Jesus Christ Superstar e I Don’t Know How to Love Him; oltretutto l’insieme gode di una credibilità importante dal punto di vista musicale: è un rock vero, duro, suonato in modo potente per un album studio, che scivola a tratti nel funk e nel soul, perfettamente in linea con le tendenze del decennio. L’album esce nel 1970 ma in patria invece viene accolto poco calorosamente: il pubblico britannico lo prende per il verso sbagliato e la BBC lo censura come “sacrilego”. In America invece viene rilasciato dalla Decca Records sotto forma di cofanetto artisticamente decorato, contenente il doppio LP con tanto di libretto illustrato. JCS ha preso al balzo la palla lanciata da Tommy, degli Who, e il “manifesto” hippie per eccellenza, Hair, e l’ha spedita fuori campo… verso l’infinito e oltre. Dopo aver piantato l’album in cima alle classifiche, portarlo prima a Broadway e, successivamente, nelle sale dei cinema ha smesso di essere un problema.

Per la trasposizione cinematografica Murray Head e Ian Gillan vengono sostituiti, rispettivamente, da Carl Anderson e Ted Neeley. Il timore che sostituire due cantanti già affermati nella scena musicale britannica con due artisti meno conosciuti possa tagliare le gambe a questo progetto multi-milionario c’è, ma tutti sappiamo come va a finire la storia. L’intera colonna sonora è stata nuovamente registrata e, se già prima era convincente, ora è definitiva; non solo migliore da un punto di vista -o meglio, d’ascolto- puramente tecnico ma, senza nulla togliere a Head e Gillan, i due nuovi cantanti protagonisti portano l’interpretazione emotiva dei loro ruoli a livelli incredibili. Chi conosce JCS sa bene di cosa stiamo parlando.

 

La musica, finalmente abbinata alle immagini, rende spaventosamente bene e una delle caratteristiche stilistiche della composizione -quella che in particolare, per quanto sottile, la rende geniale- è l’uso dei contrasti, di cambi di tempo e melodia repentini, di rumori estranei alla musica per sottolineare certi avvenimenti o momenti di tensione. Il primo esempio è appena all’inizio, nel momento in cui la crew dei personaggi scarica i materiali per la scenografia dall’autobus: un concitato brano orchestrale carica l’atmosfera per venire bruscamente interrotto nel momento in cui entra in scena la croce e parte il tema portante di tutta l’opera, potente e aggressivo, suonato dalla tipica formazione rock di chitarra, basso e batteria. Lo stesso brutale cambio si ha quando Gesù si trova processato al cospetto di Ponzio Pilato e quest’ultimo comincia a contare le 39 frustate. Un altro momento di estrema “violenza sonora” si ha quando Giuda decide di vendere Gesù e un delicato duo di flauti viene abbattuto dal frastuono di uno schieramento di carri armati che avanza su di lui; lo stesso accade poco dopo con l’esplosivo sibilo di due caccia che lo abbandonano da solo nel deserto. Le morti dei due protagonisti invece vengono segnate da folli crescendo di melodie dissonanti, cacofoniche, disordinate e inquietanti che descrivono il dolore, mentale per Giuda e fisico per Gesù, tagliati violentemente da un silenzio assordante negli istanti in cui questo dolore giunge a compimento.

Questi sono solo alcuni esempi ma durante tutto il film si può trovare una quantità di sfumature, particolari, richiami ed espressioni che rendono una storia che la maggior parte della popolazione mondiale impara a memoria già durante l’infanzia qualcosa di incredibilmente complesso, realistico, emotivamente vivido e struggente.

Carl Anderson e Ted Neeley mostrano una fusione di abilità canore e recitative capace di segnare nel profondo la sensibilità dello spettatore; la loro straordinaria interpretazione dei personaggi, così vera e umana, viene magnificamente incorniciata da performance vocali che colpiscono il cuore, lo spezzano e ne gettano i resti senza pietà. Ma gli altri artisti, di secondo piano rispetto alla storia, non sono da meno. Una particolare menzione andrebbe a Barry Dennen –alias Ponzio Pilato- che ci regala una visione del personaggio nuova e commovente rispetto a quella del despota insensibile a cui siamo stati abituati, comunicando grande rabbia, dolore e senso di impotenza nel momento in cui condanna Gesù alla crocifissione urlando: “Die, if you want to, you innocent puppet”.

Oscurato dal bagliore fenomenale di Jesus Christ Superstar, un altro musical che segue la stessa aspirazione di raccontare la vita di Gesù dal punto di vista dei giovani e, in particolare, degli hippies, è apparso in versione teatrale nelle scene off-Broadway nel 1971 e nelle sale cinematografiche 1973 -stesso anno di JCS-: Godspell, di Stephen Schwartz.

Dal punto di vista tecnico, scenografico, interpretativo -ok, diciamo sotto tutti i punti di vista- è sicuramente inferiore al concorrente britannico, difatti è semi-sconosciuto in Europa, ma merita comunque una piccola citazione. Il film è stato girato interamente per le strade di New York, di primissima mattina per evitare traffico e folla, e ritrae Gesù e i suoi apostoli come un gruppo di giovani hippies che vanno in giro raccontando alcune parabole tratte dai vangeli. I ruoli principali sono stati interpretati da Victor Garber (Gesù) e David Haskell (Giovanni Battista/Giuda).

Sebbene i recitativi risultino scialbi e quasi “da oratorio”, la colonna sonora è comunque degna di nota; i testi dei brani attingono a piene mani dai vangeli ma le musiche sono fresche, ben fatte e al passo coi tempi. Godspell contiene alcune canzoni che, dopotutto, sono dei piccoli capolavori.

 

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