La II Casa di Reclusione di Milano – Bollate, attiva dal Dicembre del 2000, è un’eccellenza nel tristemente noto panorama carcerario italiano.
L’istituto, semplicemente applicando le leggi già esistenti e senza costi maggiori rispetto ad altre strutture, gestisce la reclusione dei detenuti in modo tale da umanizzare la pena da un lato e da renderla efficace dall’altro.

Nel carcere di Bollate si tenta di realizzare un progetto di custodia attenuata, il cui obiettivo è la restituzione del detenuto alla Società.
Ai condannati si offrono ampi spazi di libertà, tanto che possono girare liberamente per  la struttura, infatti non ci sono né settori né celle chiuse, o, ad esempio, alle madri in carcere è permesso tenere i propri figli almeno fino al terzo anno di età in strutture idonee ed asili accoglienti.

La Direzione impone ai suoi detenuti di cimentarsi in uno dei tanti percorsi offerti, non solo attività di tipo ludico-ricreativo come sport nei campi da calcio o tennis, musica nelle sale prove, corsi di teatro o lettura in biblioteca ma, soprattutto, attività lavorative sia interne: dal call center di un colosso come la Wind, alla realizzazione del periodico di informazione “Carte Bollate”, nato nel 2002, in cui si raccontano le amarezze e i sogni dei reclusi ma che ospita anche commenti di esperti di diritto, sociologia, psicologia, ad una sartoria, una falegnameria, fino anche a un rinomatissimo ristorante “InGalera”, aperto al pubblico e in cui si consiglia la prenotazione fin dal mattino, e a lavori esterni al carcere.

A Bollate inoltre si studia per il conseguimento di un titolo d’istruzione: l’offerta formativa è organizzata grazie al sostegno del Fondo Sociale Europeo e sei detenuti sono anche iscritti all’Università degli Studi di Milano.

Tutto questo avvia un processo di responsabilizzazione dell’individuo e permette l’acquisizione di competenze che gli permetteranno di reinserirsi nel contesto sociale esterno. Lo scopo infatti è offrire delle risorse per poter uscire dal sistema delinquenziale.

Questa condizione non è possibile per chiunque, ma il detenuto ammesso al progetto riabilitativo viene seguito da un’equipe di educatori che ne osserva la personalità fin dal suo ingresso e, in accordo con lui, redige il percorso più adatto. Su richiesta gli educatori incontrano anche i suoi famigliari e i legali per un confronto riguardo i progressi e le attività.

Non è ancora finita: uno dei punti di forza è l’interazione con la comunità, l’istituto vuole essere una risorsa per la collettività e sono molti i detenuti  impegnati in lavori di pubblica utilità.

I Risultati? Una recidiva del 20% (che scende all’8% per chi segue progetti di lavoro specifici) contro il 68% nazionale.
Nel lasciare un così ampio margine di autonomia ai detenuti  il “rischio zero” certamente non esiste, come spiega il provveditore Luigi Pagano in un’intervista per “Il Giorno”, ma  – scontare la pena in una cella chiusa a chiave, senza dare un senso alla detenzione, non produce maggiore sicurezza sociale, né dentro né fuori dal carcere […] A Bollate abbiamo 1.200 detenuti e il numero di eventi critici è molto più basso rispetto ad altre case di reclusione -.

La Presidente della Camera Boldrini, dopo una visita all’istituto di due ore nel febbraio di quest’anno, ha definito il carcere di Bollate un modello da diffondere in tutta Italia: – un esempio della forma migliore dello Stato -.

FONTI: www.carceredibollate.itwww.avvenire.itwww.fondazioneveronesi.it;
www.ilgiorno.it

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