Sabina è rientrata alle sette e sei minuti; nessuno l’ha salutata, nemmeno sua mamma che ha aperto la porta e il cancello appena è stato suonato il campanello. Driiiiin! La madre di Sabina ha gli occhi spenti di un colore intermedio tra il grigio, il verde morto e l’azzurro marcescente: un colore non troppo allegro, ma abbastanza espressivo, anche se negli ultimi tempi pare che le sue iridi abbiano preso il carattere di quello dei pesci. La sua bocca pronuncia a volte, non a Sabina ovviamente, un “ciao” che ha il sapore di una tomba aperta, con l’alito pesante e preoccupato, molle, mai disteso; se si distende, allora lo fa nella sua inerzia passiva che la contraddistingue da quando ha coscienza. Sabina ha strofinato le ballerine verde militare sullo zerbino fuori dalla porta d’ingresso ed è entrata in casa, nel soggiorno buio. Sul tavolo della cucina stanno diversi sacchetti del supermercato, ma non troppi: erano tempi diversi quelli in cui Sabina andava al supermercato con la mamma a fare la spesa, quando si prendevano le patatine nel sacchetto con dentro la sorpresa, quando una spesa loro costava cento euro ed era già tanto, ma poteva bastare benissimo per una settimana – la famiglia di Sabina mangia molto da sempre, ma se lei mangiasse di meno probabilmente sarebbe sull’orlo dell’anoressia, come suo fratello; ma questi non era ancora giunto: era troppo presto infatti, perché i veri uomini
1) Si presentano a tavola tardi
2) Arrivano a casa dopo le donne.
Anyway, dicevamo, oltre ai sacchetti della spesa c’era un’altra cosa che attirava molto l’attenzione di Sabina: una confezione di plastica, tipo quelle dell’arrosto di tacchino a fette piccole, con la parte inferiore nera e la parte superiore trasparente.
― Cos’è?
― Sushi. C’era il cinesino al supermercato e mi ha fatto assaggiare uno di questi: sai che buono? Allora l’ho preso.
― Sei e novanta. Costa tanto. Minchia.
Sabine va un attimo in cameretta, che condivide con suo fratello, e ascolta qualcosa su YouTube; solitamente video di opere, specie delle Nozze di Figaro, con accanto l’Ulysses che ha preso ieri, quello verde a metà prezzo, proprio vicino all’università. Sabine ama regalarsi qualcosa ogni tanto, o di vestiti o di libri, però i libri sono un vero feticcio. Magari non li legge per secoli, o non li leggerà mai, però cavolo se le piacciono: lei ama sentire la copertina, come scivola sotto le dita sudate di adesso, di questo Maggio che sta volgendo in Giugno; e poi le piace lo spessore, perché i libri piccini le danno anche un po’ fastidio ad essere sinceri. Guarda qualche spezzone del quarto atto, sente che una cantante ha la voce simile alla sua: finalmente! pensa, è da secoli che cerco una voce simile alla mia; la cantante è della Georgia, non la conosceva prima. Si è segnata il nome e l’ascolterà senz’altro in futuro.
Scende di nuovo: sono le otto e qualcosa, non ricordo bene, e decide di mettersi a tavola, ormai imbandita.
― Mi prendo il sushi, mangio quello, sono curiosa. Anche se non ne vado matta, però boh, ci sta.
Sabina si siede a capotavola: secondo la tradizione di famiglia questo sarebbe il posto riservato al capofamiglia, nonché persona al vertice della famiglia (secondo il fratello, terza la madre, ultima Sabina, ma dire che faccia parte di questa gerarchia è un eufemismo) e colui che ha potere di vita, morte, miracoli, messe, presenza, vino, moto, battute, giudizi, gatti su tutti i membri della famiglia e su qualsiasi cosa all’interno della casa, almeno entro il cancello (a parte il bidone, che a volte è ovviamente fuori casa, sull’angolo destro) e pure un po’ anche fuori delle mura domestiche. Sabina mangia con avidità il suo sushi appiccicoso senza usare le bacchette, anche perché non ci sono nel cassetto delle posate, e intinge più volte i tocchi di riso, surimi, avocado e cetriolo entro una tazzina piccola piccola da caffè, dove sta la salsa di soia. Sembra un piccolo stagno in miniatura e la sua immagine pare inghiottire la sua; più che uno stagno si direbbe che è un buco nero, pesante, infinito quasi, indistinto, presente. Il sapore è vivo, molto più forte dell’altra salsa che aveva provato lo scorso semestre, in Corso di Porta Romana, e forse è per questo che le piace di più. Mangia un tocco, le piace, e meno male, perché quello dell’altra volta non era stato il massimo. Sua madre ha preso anche una focaccia bella unta e gialla: è ligure, lei dice, genovese. Sabina ama mangiare il bordo delle focacce, perché le piacciono molto le cose croccanti specie se sono salate. Ha quasi finito di mangiare ed è quasi piena; la tv è spenta, ma scende suo padre dall’alto della mansarda e si siede, come da qualche tempo a questa parte, nell’angolino della tavola, quello in fondo: si tratta della collocazione che ha sempre avuto Sabina sin da quando era piccola. In disparte. Ciò comportava anche un fastidio agli occhi quando si guardava la tv, essendo essa obliqua se vista dalla sua visuale, e pure troppo vicina; ma pazienza, i piccoli sono i piccoli, i grandi sono i grandi e ognuno ha il suo posto nel mondo, questo fa parte delle funzioni che uno ha, ed è giusto che chi è piccolo sia defilato, perché chi è grande e occupa spazio ha più possibilità ed è più stanco, quindi ha più diritti. Come scritto, il padre si mette nell’angolo: Sabina ha sempre soggezione quando si mette a capotavola, perché le sembra di dominare troppo, e non vuole, non le piace, la fa sentire a disagio; non le è piacevole anche vedere il padre nell’angolo e si domanda se anche lui non si senta a disagio. Questo gioco di preoccupazioni e ansie è dovuto, non solo ma in parte, alla conformazione del tavolo: ha una forma che Sabina non ha mai visto in nessuna altra casa finora, è un tavolo attaccato per una parte al vetrocemento inserito nel muro che separa la cucina dal soggiorno e per le altre vaga come una penisola entro la cucina, mentre un lato è arrotondato e si protende verso la portafinestra che si affaccia sul giardino retrostante la casa. È un tavolo dalla forma che impone ruoli, li decide, li prescrive: e non si può manco muovere, perché è fisso, esattamente come i ruoli della casa ed è per questo motivo che la famiglia è la tipica famiglia felice da Mulino Bianco: il padre accende la tv, come sempre, come è naturale che se ne sia dipendenti, critica ciò che viene detto e consiglia con toni sempre molto pacati alle varie giornaliste (perché si sa che le donne sono creature affascinanti e misteriose dunque per questo così belle) di tagliarsi quei brutti capelli, di mettere un’altra giacca, oppure consiglia anche alla conduttrice formosa dei motori della domenica di mostrare, ancora di più, il generoso décolleté che madre natura le ha donato. Sabina mangia velocemente e non si sa bene il motivo; ha da giorni una brutta irritazione alla pancia, forse all’intestino o solo al colon, ma cosa sarà mai? È capitato a tutti e pare curioso che essa abbia costantemente il ventre in subbuglio; dorme male e sogna cose che tutti vorrebbero sognare, ossia ricevere affetto; un affetto strano, sia chiaro, perché fatto di sgridate e botte, però pur sempre affetto, bisogna riconoscerlo. Passano alcuni minuti e di nuovo suona il campanello. Driiiiin! Il padre apre subito, prendendo iniziativa come mai fa se non è interessato alla persona che pensa stia per bussare alla porta. È il figlio, il fratello di Sabina, che entra dalla portafinestra dietro alla sua schiena e si posiziona, come una statua di imperatore romano, ma senza cavallo, accanto a Sabina.
― Minchia, oggi ho fatturato 360 euro e domani se tutto va bene fatturo 80, 90, forse di più. Ok che non sono andato in montagna, però prendo soldi. Poi la mamma di Nicardi era in giro col marito, quella gnocca, quella stronza… Pensa te, mi ha aperto Alberto e siamo stati soli, non l’ho nemmeno vista, mannaggia la Madonna. Comunque poi oggi il mio pupillo mi ha detto: “Tu ora vai in giro con una macchina piccina, ma poi cazzo andrai in giro con la Lamborghini…!” E mi ha detto che devo venire con lui in Brasile: cioè, c’è figa ovunque e facile, lì devi trattenerlo con le corde al suolo se non vuoi che ti si alzi e vada da solo.
― Quindi non c’era la mamma di Nicardi? Ma no, ma dai…
Il padre interviene e si mette a sorridere col figlio: la conversazione è tanto vera, sentita.
― No, non c’era quella milfona. Però ho delle mie fan, oltre a Giada, ne ho altre, molte altre: questa qui tipo oggi mi toccava dentro nel braccio ogni volta e le dicevo “Sì, però, Giada, non posso andare più in là, stai più dall’altra parte” e rideva. Sua mamma mi ha detto che io sarò suo marito e lei deve stare tranquilla, dice che sarà mia suocera. Poi la gente ti ringrazia, sembra che tu abbia dato loro chissà cosa e invece sei tu che hai ciulato loro soldi. Che sfigati!
Sabina deve uscire questa sera e vuole togliersi qualche pelo sulle gambe, perché a una donna non stanno bene i peli; diverso è il caso di un uomo, cosa che lei voleva essere da bimba e di cui manifesta anche ora molti atteggiamenti. Da brava ragazza di famiglia si alza dal tavolo con il cibo non digerito e va fuori in giardino: la sua premura e la sua generosità hanno vinto sulla sua dignità e ha dunque preferito lasciare il posto a capotavola a uno dei due uomini della famiglia. La madre non dice nulla, sorride compiaciuta sentendo la conversazione fra i suoi due ometti: finalmente è passato un brutto momento, è bello vederli di nuovo insieme, pensa.
Sabina rientra con in mano il rasoio che usa per farsi i peli ed esce dalla cucina; si dirige nella lavanderia al piano interrato, alza la temperatura dell’acqua della caldaia, chiude la finestra, mette il tappetino dell’Ikea all’entrata della doccia e posiziona accanto alla doccia stessa l’accappatoio arancio e la salvietta; abbassa invece la testa del doccino, perché non vuole lavarsi i capelli. Si spoglia e si guarda, come sempre, allo specchio. Si guarda gli occhi, il taglio di capelli che le sta crescendo, la pancia gonfia, i seni piccoli e distanti, lo sterno possente e che pare esplodere sopra il cuore e i polmoni. Si volge ed entra nella doccia, testando l’acqua: la pone al massimo del caldo, come piace a lei, essendo amante di saune, estate, caldo soffocante che fa sudare le ascelle facendo scorrere le gocce di sudore lungo il braccio nudo. Chiude le porte scorrevoli della doccia e inizia a non usare il bagnoschiuma: la lametta del rasoio le basta, non deve manco cambiarla. Più di così! Si rasa i peli delle gambe, sull’inguine, attorno all’ano, sulle ginocchia, dietro le cosce e sulle caviglie, davanti e dietro.
Il fratello si alza dalla tavola e scostando la tovaglia col pube annuncia con autorità:
― Ma tua figlia non ha mai un cazzo da fare? Fa sempre la doccia anche se non ne ha bisogno, come sempre rompe i coglioni. Non mi pare sia così difficile fare la doccia velocemente, specie in estate o adesso che fa caldo, a meno che tu non sia un menomato mentale e non voglia morire di asfissia.
― Lasciala stare, quella lì è sempre stata strana da quando era piccola così.

 

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