Trent’anni. Venuti via piccoli da una terra, attaccati al padre e alla madre e il padre e la
madre scomparsi nelle rivoluzioni… Dispersi noi di qua e di là, soffocati dal lavoro,
assonnati, i paesi e gli uomini ci han cambiato fisonomia… Come eravamo? Chissà.. E
la carne affatturata ci ha fatto dimenticare qualcosa che è in noi, sepolto forse per
sempre…

In questa poco nota opera teatrale, (censurata appena completato l’allestimento, dopo la pubblicazione del primo atto) intitolata “La scoperta della terra”, Marcello Gallian, giornalista e scrittore attivo dagli ultimi anni ’20 fino agli anni ’60 del Novecento, racconta la disperata ricerca di identità degli immigrati. I personaggi sono tutti stranieri, soprannominati nella maggior parte dei casi a seconda del colore della pelle o dell’etnia (come “Indiano” o “Giallo”), e lavorano nelle miniere del Transvaal, nella parte più sordida di Johannesburg. Al centro dell’opera, suddivisa in tre atti, c’è Elisabetta, una prostituta senza patria e senza razza, brutta in apparenza ma dotata di una bellezza interiore che attira tutti gli uomini che le ruotano attorno. E’ lei il collante che tiene tutti uniti, come una madre generosa e dedita alla famiglia. Nonostante il suo ruolo sociale, Elisabetta non risponde affatto ai canoni della prostituta. È buona, in un certo senso idealista, non si approfitta degli altri. Ricorda, infatti, l’Abrotono de “L’arbitrato” menandreo, etera dal buon cuore che aiuta l’amante, perduto dopo il matrimonio di lui, a riconciliarsi con la moglie, senza doppi fini o interessi personali. Tuttavia, Elisabetta ha un interesse: quello di trovare la propria identità. Viene spesso descritta come “disperata” e nella sua bocca Gallian mette spesso le parole “Io non ricordo“. La mancanza di memoria equivale alla mancanza di un passato che preclude l’identità, e dunque Elisabetta, di fatto, non è,  come se non esistesse.

Io non posso aver nessuno. Ed è giusto. Me lo merito. Chi mi può amare? Chi può essere mio padre e
mia madre? Io non ne ho mai avuti. Non ho nemmeno una terra, chè non ricordo, non so
dove sono nata. E allora? Tutta fatica sprecata

E così come lei, anche il figlio che avrebbe dovuto avere ma che ha abortito sarebbe stato “non nato“, poiché senza patria e senza padre, un figlio di tutti e di nessuno cui non avrebbe potuto dare futuro. Gallian sottolinea come l’essere stranieri in un paese renda in un certo senso schiavi: i minatori sono schiavi delle loro differenze e del loro lavoro, non hanno nulla in comune se non Elisabetta. Amata e disprezzata da tutti in ugual misura, a volte chiamata strega, a volte paragonata a una Madonna, ella rende tutti uguali, ama tutti allo stesso modo, si dona a tutti e a tutti dà da mangiare dallo stesso piatto, in un inaspettato gesto di fratellanza. Ma non si dona al console, al padrone, dopo averlo fatto una volta, e tutti gli altri sono pronti a difenderla quando viene minacciata. Afferma con veemenza di non essere una schiava.

Nel secondo atto, i protagonisti sono visibilmente cambiati, ed è stata proprio Elisabetta a cambiarli in meglio, ad elevarli in qualche modo spiritualmente, come Bianchino, prima una specie di bandito, e ora ingentilito “Quasi che avessi dietro alle spalle non una razza di schiavi […] ma di gente forte, che sa il fatto suo. Quasi te la fossi creata una terra forte dove ti difenderebbero“. Per mare, in viaggio verso Algeri, decidono di cambiare bruscamente rotta alla ricerca di quella patria tanto agognata e sospirata, ed è la donna stessa a guidarli. Ma ella li porta verso quella che sentiva essere la sua patria, non la loro, e dunque Elisabetta alla fine riesce a crearsi una vita normale in Sicilia, sposando Giacomino e ricominciando da zero, da donna onesta. Selmo, l’uomo che si era innamorato di lei e quello che ella stessa aveva sembrato, per un attimo, prediligere, la ritrova in un locale insieme al marito. Ormai mendico, cerca di svelare a tutti la vera identità della donna, ma lo scambiano per pazzo. Alla fine della commedia Gallian smaschera l’ipocrisia borghese; Elisabetta da prostituta diventa donna di buon nome, ma al solo prezzo di rinunciare alla sua parte più umana: ella volta le spalle a Selmo, preoccupandosi solo del proprio tornaconto, cosa che non aveva mai fatto prima di allora. Dunque sì, la protagonista trova la propria identità e la propria patria, ma a quale prezzo? Ciò che sacrifica è il sogno degli altri. Selmo, pur non avendo paese, aveva un lavoro, umile e faticoso, ma che gli permetteva di mantenere la dignità. In più punti dell’opera, Selmo accusa Elisabetta di averlo rovinato con una sorta di magia: Selmo è innamorato di lei, ma è un amore geloso e possessivo che non poteva avere spazio nella situazione di Elisabetta, la quale cercava di ritrovare sé stessa dandosi a tutti, sperando di trovare in qualcuno dei suoi amanti un pezzo della sua storia, senza successo. Un pezzo della sua identità viene svelato proprio da Selmo stesso, quando le porta delle zagare, fiori degli agrumi, e lei dona agli uomini delle arance rosse, frutto tipico della Sicilia. Sarà questo l’input che la porterà a far rotta verso l’isola italiana.

Dunque Gallian, nonostante fosse fascista convinto, in quest’opera si schiera dalla parte degli emarginati e degli immigrati, scagliandosi contro le ingiustizie sociali che li costringono a una vita senza futuro a causa del loro senso di inadeguatezza dovuto alla mancanza di patria e quindi di identità, con uno stile avanguardista, una pungente ironia, e un lessico che mescola parol inglesi, francesi e italiane. Inoltre, predica un messaggio di fratellanza (sebbene il sogno venga disilluso alla fine del terzo atto), e di denuncia nei confronti della falsità e della miopia borghesi. Negli stranieri, nei poveri, persino nelle prostitute c’è più humanitas che negli uomini “dabbene”.

 

Fonti:

La scoperta della terra, Marcello Gallian.

L’arte di scompigliar le carte, Silvana Cirillo, Bulzone editore, Città di Castello (PG), 2012.

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