Cerere, poi che la madre Idea

tornando in fretta alla solinga valle, 

là dove calca la montagna Etnea

al fulminato Encelado le spalle,

la figlia non trovò dove l’avea 

lasciata fuor d’ogni segnato calle;

fatto ch’ebbe alle guancie, al petto, ai crini 

e agli occhi fanno, al fin velse duo pini; 

 

e nel fuoco gli accese di Vulcano, 

e diè lor di non potere esser mai spenti:

e portandosi questi uno per mano

sul carro che tiravan dui serpenti, 

cercò le selve, i campi, il monte, il piano, 

le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,

la terra e ‘l mare: e poi che tutto il mondo 

cercò di sopra, andò al tartareo fondo.

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto XII, 1-2).

 

Cominciamo con una similitudine dal sapore tutto ovidiano, e scusate se è poco. Siamo all’altezza del dodicesimo canto di un’opera che, di canti, ne ha quarantasei. Non andremo avanti né indietro, dunque: non sarebbe possibile. No, rimarremo qui, esattamente come i protagonisti di questo canto. Chiusi tra novantaquattro ottave.

 

Dodicesimo canto, cioè il palazzo di Atlante. Un passo indietro, alias la sistematica incapacità di rispettare le premesse. O le promesse. Atlante: un mago, il padre di Ruggiero, che decide di costruire questo palazzo per impedire al figlio di uscirne. Secondo una profezia, infatti, Ruggiero avrebbe dovuto sposare Bradamante per poi essere ucciso da un traditore. Quindi Atlante, da padre premuroso, lo costringe a stare per tutta la vita in un posto sicuro, da cui non potrà mai scappare ma dove sarà al riparo da qualsiasi minaccia. Fine del passo indietro, per adesso e per sempre rientreremo nelle novantaquattro ottave e non ne usciremo più, promesso. 

Torniamo alla similitudine: il riferimento è ancora al palazzo di Atlante ma stavolta non parliamo di Ruggiero, bensì di Orlando. Perché ciò che Atlante non aveva considerato -o forse sì- è proprio il fatto che il suo meraviglioso microcosmo non attiri unicamente il figlio, ma anche tutti gli altri cavalieri. Ci troviamo infatti Orlando, Rinaldo, Ferraù, Brandimarte, Gradasso, Sacripante, Ruggiero… Un palazzo delle meraviglie insomma, un giardino dei balocchi in formato cavalleresco. Ma qual è la chiave, cosa attira tutti questi paladini in un luogo tutto sommato chiuso, da cui non si ha via di uscita? Per rispondere a questo, dobbiamo ancora una volta uscire dalle novantaquattro ottave, ammettere di non essere in grado di rispettare una promessa e, cocciuti, promettervi di non farne più.

Mettiamo quindi piede fuori dal palazzo solo per un istante, respiriamo un po’ di aria pulita, reale. Poi torneremo, davvero, siamo abbastanza convinti che lì dentro si viva meglio. Dunque, fuori dal palazzo c’è Angelica che scappa. Inseguita da quasi tutti i paladini, si presenta come macchina narrativa in continuo movimento, come elemento che porta avanti la storia a una velocità incredibile. E, scappando, Angelica raggiunge il palazzo. Fermiamoci per adesso, e facciamo il punto della situazione: Angelica scappa, si dirige verso il palazzo, contemporaneamente -questo ve lo diciamo noi e voi dovete fidarvi, Ariosto in realtà scompone questo contemporaneamente in una decina di ottave, ma non è il caso di mettersi nelle mani di un narratore così fantasioso e poco affidabile-; contemporaneamente, quindi, anche gli altri paladini raggiungono il palazzo. Tutto chiaro? Bene.

È quindi Angelica, la chiave? Sì e no. Non è Angelica in quanto personaggio fisico, quanto più la sua idea. Ossia, non parliamo di una persona in particolare ma dell’inclinazione più naturale,  genuina e innata che esista: la tensione verso il desiderio. Perché ciò che tiene i nostri paladini imprigionati in queste novantaquattro ottave è il fatto che essi, all’interno del palazzo di Atlante, vedano esattamente ciò che desiderano. Vedono e seguono ciò che desiderano. Ecco che si crea così un meccanismo circolare dove nessuno sa più bene da che parte guardare e si ritrova a compiere in continuazione lo stesso giro, convinto di inseguire qualcosa di irraggiungibile. Potremmo definirlo come l’epifenomeno della forma più acuta e allo stesso tempo comune della follia, se non ci fosse il filtro della magia. Ma comunque, cerchiamo di rimanere concentrati.

Di quei ch’andavan nel palazzo errando,

a tutti par che quella cosa sia,

che più ciascun per sé brama e desia.

[…]

E mentre fa lor far quivi dimora,

perché di cibo non pastichin brama,

sì ben fornito avea tutto il palagio,

che donne e cavvalier vi stanno ad agio.

Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto XII, 20 e 22.

Questa la descrizione che ne fa Ariosto: un posto meraviglioso, dove ogni cavaliere è perfettamente realizzato perché è convinto di inseguire, e quindi di poter presto raggiungere, l’oggetto del proprio desiderio. Un palazzo mosso da continue tensioni, dove l’illusione si annienta di fronte all’inconsapevolezza. Un luogo idilliaco visto da dentro, mostruoso visto da fuori.

Una considerazione: donne e cavvalier vi stanno ad agio. Chiunque abbia letto l’opera con un pizzico di attenzione -e di amore- starà cercando il libro per trovare conferma alla sua suggestione e autocompiacersi della propria memoria. Vi risparmiamo la fatica: è così.  Si tratta dei primissimi versi della prima ottava del primo canto:

Le donne, i cavvalier, l’arme,  gli amori,

le cortesie, l’audaci imprese io canto […]

Una formula ripresa esattamente identica dodici canti più tardi , casualmente proprio nel palazzo di Atlante. Con un po’ di fantasia, potremmo considerare il mondo dei paladini come un macrocosmo  che a un certo punto va in tilt ed è costretto a riferirsi a una dimensione più piccola, una sorta di microcosmo che, in scala ridotta, rappresenta il mondo intero: il microcosmo di un macrocosmo ancora una volta troppo disordinato. Questo è il palazzo di Atlante: un disperato bisogno di ordine, di pace, a scapito della libertà.  Ma questo ordine, in realtà,  non esiste: anche ridotto a microcosmo è naturalmente portato all’entropia, al disordine, all’incapacità di contenersi e ridursi a una schiera ordinata di eventi. Qualche esempio. Solo nelle prime trenta ottave, il verbo “cercare” è ripetuto undici volte. Banale, in un luogo dove la ricerca è l’unica, vera protagonista? Vero. Un altro esempio. Angelica finisce nel palazzo di Atlante esattamente come tutti gli altri paladini, come personaggio desiderato. Ebbene, mentre scappa vede un’ombra, qualcosa che si muove, che scappa esattamente come lei. E in  un attimo si trova faccia a faccia con l’Angelica irreale, quella che teoricamente solo i cavalieri che la desiderano dovrebbero vedere. Vede davanti a sé in maniera palpabile la tensione, la ricerca, e ancora una volta il desiderio. Ecco il microcosmo, se consideriamo la follia come ci suggerisce Ariosto, ossia come qualcosa che si trova tutta, sistematicamente e unicamente sulla terra. E, rimuovendo il filtro della magia, potremmo dire anche nel palazzo di Atlante.

Abbiamo promesso di rimanere nelle novantaquattro ottave e,  a parte qualche eccezione, ci siamo riusciti. Questo come ulteriore prova dell’effettiva difficoltà di entrare completamente nell’opera. Bisogna darsi dei tempi, delimitare gli spazi e muoversi lì dentro. Un po’ come il palazzo di Atlante: un microcosmo lievemente più ordinato rispetto al macrocosmo, meraviglioso ma incredibilmente complesso e intricato. La verità, però,  è  che ancora una volta questo meccanismo si è rivelato inutile: abbiamo dovuto varcare la soglia dei nostri spazi, andare avanti e poi indietro e trovare un po’ di caos,  per sentirci a mostro agio. Perché l’unico modo per leggere realmente l’Orlando Furioso è dimenticare qualsiasi forma di ordine, qualsiasi analisi precostituita e lasciarsi trasportare in un mondo dove la linearità e la cronologia sembrano non esistere, dove gli eventi  non risultano avere senso,  almeno non apparentemente, ma dove tutto galleggia su una superficie di incredibile e straordinaria magia.

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