– Lasciate che mi scusi fin da subito per il titolo, molto poco convenzionale, di questo articolo –

A tutti coloro che conoscono e amano questo documentario, voglio dire che ho scelto un tono scanzonato e divertito con la massima consapevolezza, e che ho il massimo rispetto per quest’opera: l’intenzione era quella di sottolineare fin da subito l’eccezionalità di questa pellicola, che si mostra prepotentemente singolare già a partire dal suo titolo. Invece, a tutti quelli che non hanno mai sentito nominare Koyaanisqatsi, chiedo di aprire la mente e di accogliere questa grande perla.

Koyaanisqatsi è un documentario del 1983 che vede un grande Godfrey Reggio alla regia, Philip Glass alle musiche e Ron Fricke alla fotografia: per tutta la durata di 86 minuti non sentiremo nessun dialogo, ad eccezion fatta del titolo stesso, che all’inizio e nella conclusione sarà ripetuto come una lugubre formula rituale.

Sul significato di “koyaanisqatsi”, parola appartenente alla lingua Hopi (un’antica tribù pellerossa dell’Arizona), preferisco tacere e lasciare il gusto della scoperta allo spettatore.

La volontà del regista è quella di tracciare una linea temporale, un progredire cronologico che mette a fuoco l’intervento, sempre più massiccio, dell’uomo sulla natura.

Nei primi minuti, scorrono sullo schermo numerosi campi lunghi di rara bellezza che mostrano una natura selvaggia, incontaminata, fiera; rapido però arriva l’intervento dell’uomo, che impone la sua presenza e stravolge, per i suoi scopi, la fisionomia del pianeta Terra. L’operato umano regna per tutto il resto della pellicola e senza alcuna sosta vediamo persone svegliarsi, compiere i propri tragitti quotidiani e squarciare il buio della notte con i fari delle automobili ad una velocità folle e incontrollabile.

La tematica centrale del documentario girato da Reggio vede lo scontro tra l’uomo e la natura, ma il regista non cerca però un punto di incontro tra le due forze, né tanto meno un rapporto di convivenza: il film si fa portatore di una visione profondamente pessimista, che talvolta non disdegna di sfumare in un’oscura profezia dai toni apocalittici.

Alle statuarie creazioni di Madre Natura, l’occhio critico di Reggio contrappone le creazioni umane, da quelle più tangibili come palazzi, strade, macchine, centri commerciali, a quelle più concettuali, come la guerra, la povertà, l’omologazione. Sopra quest’ultimo punto indugia molto la macchina da presa, che per interi minuti si sofferma sulle tragicomiche occupazioni degli esseri umani, persone dai comportamenti conformati, abituati ad una vita tanto vuota quanto veloce, cibernetica, meccanica.

Se il tema trattato è già stato ispezionato altre volte, quello che però riesce a togliere il respiro nel documentario di Reggio, sono le inquadrature che si inseguono in un continuum di rara bellezza: deserti senza confini, nuvole che si scavalcano come le onde nell’oceano, incroci stradali tagliati dai fasci luminosi dei veicoli, città che si svegliano, respirano e tornano a dormire insieme ai propri abitanti e per concludere, con un intento fortemente simbolico, l’esplosione in volo di un razzo, emblema del progresso tecnologico acquisito dall’uomo.

Mentre i detriti precipitano lentamente al suolo, la musica che ha accompagnato tutto il documentario suggella questo momento di folgorante bellezza e minacciosa riprende la tetra filastrocca:

Koyaanisqatsi…

Koyaanisqatsi…

Koyaanisqatsi…

Fonti:
ComingSoon

Crediti immagine:
https://gooderphoto.files.wordpress.com/2014/09/koyaanisqatsi16.jpg
http://www.tasteofcinema.com/wp-content/uploads/2016/01/WczOH.jpg