E’ possibile imputare alle immagini la responsabilità della violenza? Possono davvero ispirare atti omicidi in chi le guarda?

Ne “L’immagine che uccide” Marie-José Mondzain rapporta queste domande agli attentati terroristici.

Il saggio non è una semplice analisi di questi attacchi come macchiavellica operazione per sgretolare il regno dell’immagine su cui si basa l’Occidente.

L’analisi parte infatti dalla nascita del ruolo dell’immagine. Sia nell’ambito delle culture antiche che in quello cristiano. Si giunge poi ai giorni nostri in cui l’immagine è veicolo di credenza, conoscenza e informazione.

Fin dall’introduzione è chiara l’intenzione non esplicativa. L’autrice precisa di voler arrivare a comprendere, sia cosa sia un’immagine, sia quali siano i suoi rapporti con la violenza.

L’analisi è suddivisa in tre tappe a cui corrispondo i capitoli del saggio. Il primo tratta l’incarnazione dell’immagine. Il secondo  si concentra  sul visibile nella sua apparizione specifica sullo schermo. Infine il terzo  è dedicato all’apparizione dei corpi sullo schermo, e il ruolo lasciato allo spettatore.

La Mondzain analizza l’evoluzione dell’immagine. Fornisce così le necessarie premesse per considerarne il rapporto con la violenza. Si parte dalla centralità che ebbe per i cristiani, conseguente al fatto che la venuta di Dio al mondo è  il suo entrare nel visibile. L’immagine non è quindi un segno qualsiasi: permette infatti di vedere.

Dopo esempi della cristianità, cultura greca e alcuni riti africani l’analisi giunge ai giorni nostri. Le immagini di nuovi miti invadono la quotidianità e lo fanno per mezzo di oggettistica varia. Si tratta delle immagini consumistiche.

La filosofa francese introduce poi nell’indagine la relazione tra immagine e performance, la personificazione nelle arti pittoriche, plastiche e nelle installazioni. Centrale nell’evoluzione dell’immagine è stata infine l’introduzione dello schermo, uno strumento che pare fare da barriera. L’autrice asserisce che:

“La violenza delle immagini è inseparabile dalla manipolazione sonora nella costruzione dei corpi che ricevono segnali emessi dallo schermo. “

Per cui il fatto che l’11 settembre le immagini in replica furono mandate senza suono significava due cose:  la gente era rimasta ammutolita e i politici non erano ancora in grado di commentare.

A questo punto l’analisi si concentra sulla relazione tra performance e immagini di guerra, la  sempre più stretta correlazione con il mondo creativo fino ad arrivare al ruolo della rete, grazie alla quale si amplia il pubblico dei video delle esecuzioni, che ora sono visibili al mondo intero.

Si arriva così a una decapitazione nella decapitazione. Decapitazione simbolica di chi guarda un’esecuzione su Youtube. Come sostiene la stessa autrice:

“Il pensiero è privato in maniera radicale del ritmo scandito dalla pazienza dello sguardo e dalla respirazione della parola.”

Vi è una guerra di immagini.  La criminalità viene drammaticamente erotizzata. Il pubblico è inorridito e al contempo irretito.

Permangono tuttavia delle speranze: molti tentano di far usare le immagini come veicolo di libertà. L’autrice riversa questa speranza sugli artisti che con gesti coraggiosi e creativi possono dare nuova forma all’informe.

Dare forma all’informe rispettando l’indeterminazione e l’imprevedibilità dei possibili al servizio della vita, quella dei corpi e quella del loro pensiero.”

In questo conflitto di immagini gli schermi mostrano battaglie e immagini di guerra. Le immagini diventano quindi indispensabili, sia per capire il mondo che per compiere scelte politiche. Bisognerebbe quindi educare gli sguardi.

Un’educazione necessaria che può essere facilitata dalla lettura di questo saggio.

Fonti: Marie-José Mondzain “L’immagine che uccide” EDB 2017

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