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24 luglio 2017

La depressione è un senso di colpa

La depressione è un senso di colpa
11/12/1960 Eugenio MONTALE nel salotto di casa sua (1896 Genova - 1981 Milano) Poeta italiano FARABOLAFOTO 391103

Di poesia e senso di colpa c’è tanto da dire in termini di mutamento di prospettiva. I motivi sono vari: da una parte il fatto che la figura del poeta è molto cambiata, soprattutto nel ‘900; dall’altra la progressiva affermazione della società di massa, con un conseguente estraniamento sempre più complesso dell’uomo all’interno del suo contesto civile.

Nell’antichità troviamo una fortissima presenza del senso di colpa in poesia, a partire dal primo poema greco che ci è giunto, l’Iliade. Infatti in essa tutto si basa sul sentimento della colpa, colpe punite dagli dei aspramente quando la tracotanza di certuni comportava gesti di Hybris, ossia superbia. L’ Hybris ha assunto un forte valore nella cultura greca, in quanto rappresentava il motivo fondante del rispetto delle norme e del bene comune, già che il rispetto degli dei coincideva col rispetto della buona convivenza civile. In tutto questo il senso di colpa entrava in gioco quando si andava oltre. Ad esempio Aiace, dalla cui storia drammatica Sofocle ha tratto una tragedia, si uccide dopo essersi reso conto di aver ammazzato dei capi di bestiame, in preda a un attacco che oggi definiremmo psicotico: la vergogna era troppo forte perché un eroe del suo calibro continuasse a vivere. Similmente per Edipo, Admeto, Oreste e tutta una serie di eroi rappresentati in opere poetiche.

Il poeta, in un certo qual modo, attraverso questi esempi tragici, in cui il senso di colpa è centrale per la redenzione dei protagonisti, testimonia non solo un modo di vivere di un insieme elitario, cioè quello di eroi e semidei, ma anche un exemplum civico per tutti coloro che partecipavano all’atto poetico, che fosse una tragedia o un poema. Queste opere erano funzionali alla costruzione di un limite civile, per cui il senso di colpa aveva un fondamento estremamente importante, poiché, in quel contesto, si potevano ben vedere le conseguenze sull’insieme e non solo sul singolo. Edipo per la sua colpa, di cui è ignaro, provoca la peste nella sua Corinto; Agamennone, per il suo orgoglio, provoca prima la peste, diffusa dai dardi di Apollo, poi l’ira funesta del Pelide; Admeto, per l’egoismo dei genitori, è quasi costretto ad immolarsi per salvare loro la vita, ma la moglie, per amore, gli risparmierà la pena sacrificandosi… e così via. In tutti questi esempi emerge come le conseguenze di una colpa abbiano un contesto esterno cui far fronte, non solo un contesto interno.

Facendo un lungo salto in epoche più vicine a noi, non troviamo casi di poetica di questo genere, semplicemente perché non ce n’è un bisogno sociale forte: si è giunti ad una poesia medievale, cristiana, in cui la colpa non aveva un ruolo sociale, ma un ruolo singolare. Tale ruolo non è dissimile dalla Hybris, visto che anch’essa comportava una punizione divina, di cui bisognava rispondere al dio offeso, ma c’è una differenza sostanziale: la civitas non era coinvolta; la colpa comincia ad essere del singolo individuo, e come tale da solo ne deve rispondere. Anche in Sofocle l’eroe è da solo, ma esclusivamente perché si esilia dal vivere civile, in quanto sa che può essere un danno per esso.

Dante, nella Divina Commedia, non si esilia dal mondo perché la sua colpa può far male all’altro (semmai era rancoroso per l’esilio dalla sua Firenze da parte dei suoi nemici politici), ma compie la sua katabasis perché lui ha una sua colpa, per cui farà redenzione, ma la società, di per sé, non ne è colpita: quest’ultima era malata a prescindere da Dante, il quale, anzi, coglie l’occasione per denunciare la malattia di una civiltà corrotta e malsana, in cui lui alla fin fine è il primus inter pares, attraverso uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale. Quindi la colpa di un singolo non coinvolge in nessun modo la comunità. Di qui il senso di colpa – e il peccato – cristiano, per cui la redenzione è confessionale, quindi singolare. Con l’avvento del monoteismo in Europa vediamo nella poesia (che è sempre riflesso e anticipatore sociale) come la colpa non sia dipinta come un fenomeno sociale, ma come un processo del singolo nei confronti del divino.

Da queste basi si dipana una raffigurazione diversa del significato del senso di colpa, che arriva alla nostra contemporaneità privato di ogni sintomo sociale, ma esclusivamente singolare.

Si può dire che con les poètes maudits si sviluppi una forte contrapposizione al sistema sociale, per cui il poeta non deve provare senso di colpa: egli è marginale, lontano dalla società – come del resto è sempre stato – solo che, non essendoci più una civitas contenuta, ma una civitas di massa, il poeta non ha bisogno di definire quei limiti che permettono all’uomo di convivere bene in un ambiente sociale, ma tendenzialmente cerca di ricollocare l’uomo all’interno di un ambiente in mutamento. Non a caso Baudelaire è famoso per essere uno dei primi poeti ad avere come sfondo la grande città, diventando flâneur, ma con un occhio diverso: è l’Albatros, per citare una delle sue poesie più famose, che raccoglie la forêt de symboles (Correspondences), e cerca di ricollocare l’umano in un contesto diverso.

Di qui in poi il poeta si confronta con un ambiente sociale che non vuole più il senso di colpa come una questione civile, ma come una questione privata: l’allargamento delle prospettive radicalizza ulteriormente il senso di colpa al singolo. Per cui compare tra le tematiche più forti il male di vivere, lo Spleen, che non è un senso di colpa tout court, ma è un forte disagio, un senso di insoddisfazione, che può trasfigurare nella colpevolizzazione. Non a caso, nella depressione, il totale isolamento del malato è dovuto ad una colpevolizzazione dell’altro del proprio malessere, quando invece la colpa, se così la possiamo chiamare, è proprio del malato stesso, il quale, spesso, nel momento di “lucidità” in cui lo realizza si auto punisce, generalmente col suicidio.

Questo passaggio della colpa da sociale a singolare converge proprio sul sentimento del mal d’essere. Montale, Ungaretti, Caproni, Amelia Rosselli, Eliot e Yeats, si allineano su questo sentimento non esattamente nuovo, ma pur sempre diverso dal passato, e ne tracciano le forme in maniera magistrale, perché hanno raccolto non solo concettualmente, ma anche sonoramente un male dilagante: un senso di colpa diffuso e diverso, più radicale e pericoloso, perché non trova sfogo nell’altro, nella possibilità di una società che ti è vicina – società ora disgregata, frantumata e lontana – ma nel proprio singolo spazio vitale, per cui non si sa bene dove trovare un punto di riferimento. In questi casi, per un depresso, leggere poesia significa trovare rifugio in un mondo che  dà delle risposte anche quando nei fatti domanda, e, soprattutto, mostra che il male che patisce non è solingo, ma diffuso e terribile, avvicinando il singolo ad un mondo che uccide proprio perché a-sociale.

Questo excursus assai breve – e generalizzante – si propone di proseguire un percorso volto a comprendere che la poesia non è lontana dal nostro sentire, ma vi affonda le radici e, spesso, raccoglie e cura mali che nessun farmaco psicotropo può curare.

REBECCA

Ogni giorno di più mi scopro difettivo:

manca il totale.

Gli addendi sono a posto, ineccepibili,

ma la somma?

Rebecca abbeverava i suoi cammelli

E anche se stessa.

Io attendo alla penna e alla gamella

per me e per altri.

Rebecca era assetata, io famelico,

ma non saremo assolti.

Non c’era molt’acqua nell’uadi, forse qualche pozzanghera,

e nella mia cucina poca legna da ardere.

Eppure abbiamo tentato per noi, per tutti, nel fumo,

nel fango con qualche vivente bipede o anche quadrupede.

O mansueta Rebecca che non ho mai incontrata!

Appena una manciata di secoli ci dividono,

un batter d’occhio per chi comprende la tua lezione.

Solo il divino è totale nel sorso e nella briciola.

Solo la morte lo vince se chiede l’intera porzione.

(E. Montale, da Tutte le poesie, Mondadori, 1984, Milano)

 

A cura di Victor Attilio Campagna

 

 

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