In questo primo semestre del 2017 la casa editrice bolognese EDB si è impegnata nella pubblicazione di un celebre (ma non troppo) racconto dell’autore tedesco Heinrich von Kleist. Si tratta di una scelta tanto singolare quanto coraggiosa, prima di tutto per il formato con il quale l’opera è pubblicata: in commercio esistono da tempo edizioni (entro varie fasce di prezzo) che si sono occupate della pubblicazione degli otto racconti kleistiani, dunque la volontà di affidare a un solo racconto, quello circa Santa Cecilia appunto, un libello per la collana Lampi d’autore non può che destare sorpresa. È altresì vero che tale formato si situa entro una precisa tradizione che contraddistingue l’editoria italiana: a differenza delle altre in territorio estero, essa ha da tempo manifestato la preferenza verso il “frammento”, indicando con questo termine una prassi editoriale che vede nella pubblicazione delle opere in più volumi una scelta maggioritaria, anche se non sono mancati negli ultimi anni alcuni tentativi di dare alle stampe corpus interi o larghe raccolte di scritti di vario genere in volume unico pensati appositamente per il largo pubblico. La collana del resto segue una linea editoriale che propende per opere o parti di esse di scarsa o nulla diffusione fra i lettori: in essa si annoverano La dieta del saggio di Seneca, la Predica sul dormire in Chiesa di Swift, Pranzi di magro di Artusi e altri autori e opere più o meno noti.

Il libello si presenta accattivante nel design, incentrato sul contrasto fra bianco e rosso, e il testo, adeguatamente distribuito sulle poche pagine (essendo breve il racconto stesso), appare di lettura semplice, senza richiedere particolari sforzi sia in senso visivo sia in senso della comprensione: i caratteri risultano piuttosto voluminosi senza mancare d’eleganza e la lettura appare particolarmente piacevole; merito, questo, della traduzione dal tedesco di Fabrizio Iodice, che ha dimostrato di essere ben capace di rendere con chiarezza in italiano la prosa kleistiana: abbondano dunque gli incisi, i ritmi spezzati, la punteggiatura più emozionale che logica, la sintesi del linguaggio e la sintassi ricca di subordinate ridondanti.

La trama è piuttosto semplice: ambientata alla fine del Cinquecento ad Aquisgrana, la storia narra di quattro fratelli protestanti che, obbedienti a un progetto di distruzione iconoclasta, si accingono a distruggere le vetrate e i dipinti durante una messa tenuta nel convento di Santa Cecilia della città. Il miracolo è doppio: durante la messa del Corpus Domini una figura femminile prende il posto di Antonia, la monaca malata incaricata della direzione musicale della messa, e non appena la musica risuona fra le mura della chiesa accade che i quattro fratelli si raccolgono in preghiera, abbandonando i cattivi propositi di distruzione. Ne consegue che essi, accusati del tentato attacco, finiscano i loro giorni in manicomio, intonando ogni giorno alla mezzanotte il Gloria in excelsis, brano della loro subitanea conversione durante la messa. Il lettore, attraverso le vicende della madre dei giovani e la conversazione con la badessa del convento, comprende dunque che all’organo non stava suonando Antonia, bensì Santa Cecilia stessa, che con un miracolo ha permesso il salvataggio sia della struttura convenutale sia delle anime dei quattro fratelli perduti.

La “miracolosa” trama si inserisce nella tradizione della novella fantastica, piuttosto cara al Romanticismo specie maturo. Il racconto risale infatti agli ultimi anni di vita dello scrittore tedesco (1810-11): esso venne composto da Kleist come dono di battesimo per la figlia, di nome Cecilia, di Adam Müller, un amico segretamente convertitosi al cattolicesimo; esso venne poi pubblicato a puntate nei Berliner Abendblätter e nel secondo volume delle Erzählungen. È possibile che Kleist si sia affidato a fonti storiche, anche se non esiste alcuna traccia di un convento dedicato a Santa Cecilia in Aquisgrana; si può solo ricavare che l’immagine dei quattro fratelli richiusi in un manicomio che intonano canti all’unisono in specifici momenti è tratta dalle opere di Matthias Claudius, scrittore e organista di Lubecca attivo fra Sette e Ottocento in area tedesca.

Il racconto, come tutti gli altri sette dello scrittore tedesco, venne immediatamente apprezzato dalla critica di allora, che anzi anteponeva il Kleist autore di racconti al Kleist, sebbene riconosciuto come talentuoso, autore di drammi. Così scriveva Wilhelm Grimm in una recensione ai racconti del collega:

“[Essi] meritano indiscutibilmente di essere annoverati tra i migliori che possa vantare la nostra letteratura, e, soprattutto considerando l’accuratezza, la profondità e il puro senso della vita, nonché la raffigurazione vigorosa, chiara ed efficace, non si potranno mai elogiare abbastanza. […] Qui tutto è straordinario, nel modo di pensare e di agire come nei fatti; però tale straordinarietà è sempre naturale, non è fine a se stessa [,] ma al contrario, come dovrebbe avvenire sempre, risulta coerentemente dal carattere degli inconsueti personaggi e da quelle situazioni del mondo che implicano l’inconsueto, ed è uno strumento […] bello per far emergere la natura umana e il mondo […].”

Già Grimm era rimasto basito davanti alla severità del linguaggio kleistiano, semplice ma un po’ duro, a tratti artefatto, in cui la frammentarietà del discorso rende meravigliosamente la balbuzie di cui l’autore a tratti soffriva: la difficoltà del linguaggio si accompagna all’incapacità della lingua, come scrisse Kleist in una lettera, di “dipingere l’anima”. Numerose sono infatti le riflessioni sull’autore circa i cosiddetti “pensieri” interiori che sfuggono a una chiarificazione verbale, fermandosi al livello inconscio del pensiero. La forma del racconto appariva dunque più libera dai condizionamenti della tradizione rispetto alla forma del dramma: nella prosa spezzata Kleist riesce a conferire maggiore oggettività ai personaggi utilizzando le lenti di un cronista attento ai fatti, all’accaduto, dando al lettore nuove possibilità interpretative circa la battaglia che sempre è al centro delle opere in prosa dell’autore: la tenacia con cui l’individuo-Sé lotta per non perdere la propria integrità nel mondo sovvertito.

Nei racconti l’uomo è sempre preso in un vortice di tensioni e rivolgimenti che uno scrittore sensibile doveva pur provare in anni senza alcun riferimento, ossia quelli che si sviluppano dal Terrore di Robespierre alle battaglie napoleoniche. Traccia di tali movimenti è nel nostro racconto la furia iconoclasta di cui sono vittime i quattro fratelli protestanti: una furia, questa, che appare spaventosamente attuale se si fa riferimento (come applicazione moderna di tal fatto già tipico dell’ “estremismo” protestante) alle distruzioni di siti e reperti archeologici e artistici perpetrati dal “califfato”.

Su questo aspetto la nota di lettura di Gianfranco Ravasi può essere a ragione definita illuminante: essa si concentra soprattutto sulla figura di Santa Cecilia e sui risvolti più vicini alla religione cristiana e alla dottrina, nonché alla musica, che da sempre gioca un ruolo fondamentale nell’esperienza spirituale di ogni cultura e tempo. Ravasi invita il lettore a soffermarsi sul significato e potenza dell’arte musicale, arte femminea per eccellenza in quanto metafisica e misteriosa, la cui patrona è appunto una donna, Santa Cecilia: sposa del romano Valeriano, riuscì a convertire il consorte al cristianesimo; martirizzata, venne colpita tre volte e altrettanti giorni riuscì a sopravvivere per indicare a Urbano II (pontefice negli anni 220-230) il luogo della sua sepoltura.

Non è chiaro dunque perché Cecilia sia diventata la santa protettrice della musica e dei suoi addetti: la spiegazione più plausibile è quella che vede nella Passio a lei riferita un errore di interpretazione: il testo originale latino spiega che durante il banchetto di nozze con Valeriano “cantantibus organis […] in corde suo soli Domino cantabat” (mentre gli strumenti musicali stavano risuonando, essa, nel suo intimo, innalzava canti all’unico dio). Soppiantando dunque Giovanni Battista, già patrono della musica, Cecilia divenne un riferimento per la musica sacra.

Il racconto si configura dunque come dimostrazione della capacità salvifica che la più sublime fra le arti (secondo i romantici) possiede: l’intervento di Santa Cecilia non salva solo il monastero dalla furia iconoclasta, ma instaura un dialogo anche con i cuori non del tutto impuri dei quattro giovani, che saranno per sempre contagiati, quasi come fosse una malattia o una dipendenza, dal brano che hanno udito durante l’atto di conversione involontaria.

Un ultimo (almeno in questa sede) tratto da rimarcare con attenzione è la differenza dei ruoli maschili e femminili nel racconto: Kleist costruisce con grande sapienza un rapporto equilibrato fra uomini e donne, affidando ai primi i lati più selvaggi, violenti e inconsci dell’esistenza umana e alle seconde gli affetti mistici, il rispetto, la collaborazione e tutti gli aspetti positivi che regolano una qualsiasi comunità che si definisce sana: le pareti del convento di monache sono la rappresentazione utopica di un mondo che si ciba di silenzio, arte e profondo rispetto, dove le donne possono rifugiarsi e far sentire la propria voce – anche di musiciste.

 

Fonti:

Testo:

  1. Heinrich von Kleist, Tutti i racconti, a cura e introduzione di Marina Bistolfi, traduzione di Ervino Pocar, Milano, Mondadori 1997 [1956]
  2. Heinrich von Kleist, Santa Cecilia ovvero la potenza della musica. Una leggenda, nota di lettura di Gianfranco Ravasi, traduzione di Fabrizio Iodice, Bologna, EDB 2017

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