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19 settembre 2017

Riflessi di libertà: Mandel’štam

Riflessi di libertà: Mandel’štam

A parlare di propaganda e poesia, di solito, ci sono delle parti da prendere: o il potere vigente, o l’opposizione. Anche se, a ben vedere, c’è una terza parte che spesso viene sottovalutata: l’indifferenza partecipe. Questo atteggiamento, intrapreso da una buona parte dei più grandi poeti del ‘900, tende a distaccarsi da tutto quel coacervo di ideologie e di pratiche di chi favoreggia, o di chi si difende: sono tutti quei poeti che vivono per la Poesia, nella quale è incarnata la loro unica divinità.

Siccome è mia volontà dipingere la poesia in tutta la sua grandezza, senza però apporre il peso della politica (non che non sia nobile cosa, ma la poesia non fa politica: tendenzialmente si limita a fondare il senso comune di una civiltà), ho scelto di scrivere di un poeta russo, da molti ritenuto il più grande del ‘900: Mandel’štam.

Nacque a Varsavia nel 1891 e morì nel 1938 nel “campo di transito” di Vtoraja Rečka, vicino a Vladivostok. Da giovane fu spedito a Parigi dai genitori, perché ritenuto troppo “rivoluzionario”. Cosa curiosa, contando che fu proprio la Rivoluzione Russa, con tutti i suoi crismi, ad ucciderlo. Già a Parigi conobbe Gumilëv, tra i fondatori dell’Acmeismo, cui Mandel’štam aderì con entusiasmo…

Ma non voglio concentrarmi sulla sua vita – poco c’importa. Vorrei incentrarmi su un particolare: fino alla perestrojka (fu riabilitato in Russia il 28 ottobre 1987) nell’allora URSS non se ne poteva parlare, e i suoi libri giravano in clandestinità. Perché? Vorrei che vi poneste questa domanda. Perché un poeta, che alla fine è letto da pochi, viene considerato così pericoloso? Così tanto da mandarlo a morte senza pietà? Perché Mandel’štam, più di molti altri del suo tempo, è riuscito in un obiettivo: dall’alto della sua complessità e cultura è andato nei fondali di un mondo che andava corrompendosi sin dagli esordi. Lo si vede da una poesia del ’18, dove con un verso molto semplice, evoca il disastro cui si stava andando incontro (tutti i versi citati fanno riferimento a “Mandel’štam, Ottanta Poesie, a cura di Remo Faccani Einaudi, 2009”):

“Si leva la città, nuova Ercolano (…)”

(Mandel’štam, Ottanta Poesie, a cura di Remo Faccani Einaudi, 2009)

Non parlo di un disastro ideologico, ovviamente, perché, relativamente al socialismo, l’ideologia di base non è negativa di per sé, almeno, non lo è per i molti che si ritengono ancora oggi tali. Piuttosto sono gli esiti, o le reinterpretazioni distorte a suscitare timore.

Lungo la realizzazione di un sogno che molti agognavano (sogno che anche io ho condiviso lungo la mia adolescenza, e che tutt’ora vagheggio), spesso si rivede il riflesso dello scoglio che pungola costantemente l’ondeggiare dell’umano nella Storia: il consenso. La ricerca di quest’amore totale, spassionato, forte, che rievoca molti demagoghi e guerrieri dell’antichità, come Alcibiade e Achille (per vedere com’è cosa radicata nell’uomo, il desiderio di ammirazione), porta a decisioni che spesso arenano ogni buon senso e proposito, in forza di un’emozione scoordinata e oscena. Alcibiade, ateniese, si fece cacciare, si alleò con Sparta, ritornò ad Atene, e finì per rifugiarsi dai Persiani (tutto per figurare sempre come l’eroe di turno). Achille smise le armi solo perché Agamennone gli aveva rubato un bottino, Briseide, provocando così la morte di molti Achei, solo per l’onore ferito. Questo sentimento dell’uomo, che spesso arriva alla propaganda totalizzante e disperata, annichila – o tenta di farlo – ogni possibile visione differente.

Mandel’štam non aveva una visione così tanto diversa dai socialisti: solo che il suo occhio critico, la sua indipendenza, lo portarono a lasciare il Commissariato del popolo per l’istruzione (Narkompros) e l’Unione panrussa degli scrittori, perché vedeva nel Bolscevismo e nella direzione che andava prendendo una forte deriva verso la tirannia. Tutto per quel senso di forte indipendenza che lo contraddistingueva.

Ad esempio, prendete questi versi:

“Guarda la fifa a cosa ci ha ridotto,

o mio compagno dalla grande bocca.

Guarda il tabacco nostro che si sbriciola,

Schiaccianoci, babbeo, caro amico.

Come uno storno fischiarsi la vita;

come torta di noci divorarla;

ma è un desiderio proibito…”

(ibid.)

 

Oppure:

“(…)

ché ho troppo cara la libera scelta

di tutte le mie pene e i miei travagli.”

(ibid.)

Versi come questi spaventavano la macchina della propaganda, perché ponevano il dubbio, più di ogni altra voce possibile: è per questo che l’hanno isolato, distrutto, ammazzato mille e più volte, ma Mandel’štam, come i migliori martiri, è sopravvissuto a quell’alveo di ipocrisia (“Oh, che gusto ci dà fare gli ipocriti/e quanto facilmente in noi si oscura/l’idea che siamo vicini alla morte/più nell’infanzia che in età matura”) e ancora oggi riusciamo a leggerlo, nonostante la censura.

Celan ne riconobbe prima di molti altri europei la grandezza, e lo tradusse in tedesco.

Prima di tutto, Mandel’štam, ha difeso non se stesso, bensì la voce della libertà, senza esitazioni. La moglie, Nadežda Jakovlevna, portò via in una cesta le sue poesie inedite, le ultime, per salvarle da una perquisizione del loro alloggio, nel 1938, l’anno in cui morì. Rischiò la vita per salvare le poesie del marito, l’unica traccia che poteva scardinare e mostrare la verità dell’incubo che viveva la Russia lungo l’egemonia di Stalin, che Mandel’štam definì con queste parole:

(…)

Le sue tozze dita come vermi sono grasse,

e sono esatte le sue parole come i pesi di un ginnasta;

se la ridono i suoi occhiacci da blatta

(…)

(ibid.)

Ovviamente questo andava contro i propositi della rivoluzione (secondo la loro idea distorta di libertà) e, se letta, si sarebbe incisa in chi voleva essere davvero libero.

Credo, in definitiva, che tutto questo avvenga e sia avvenuto in quanto la poesia riesce, proprio perché complessa e scavata, a riscovare con armonia quel desiderio di essere umani che ci eleva a quel che vogliamo rappresentare. Perché, nella sua liberalità, la poesia non cerca di apprendere una parte, o sostenerla. Non fa la corte al potere, ma si apparta, e nel suo appartarsi guarda, dal fondo delle iridi, tracciando il raggio che definisce la differenza tra l’uomo e la bestia. È forse per questo, più di molte altre ragioni, che si è sempre cercato, nei regimi, di ammazzare i poeti sul nascere. Mandel’štam ce l’ha insegnato a sue spese.

Qualcuno dice che cantasse ai suoi compagni di prigionia, nei mesi prima della sua morte, versi suoi e di Petrarca, sia tradotti che in italiano.

Lascio a voi quest’ultimo estratto, dove si vede il motivo della sua libertà, il motivo profondo:

Io mi porto questo verde alle labbra –

Questo vischioso giurare di foglie –

E questa terra che è spergiura: madre

Di bucaneve, aceri, quercioli.

(…)

30 aprile 1937

(ibid.)

 

A cura di Victor Attilio Campagna

 

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