Artemisia Gentileschi è una delle più importanti pittrici italiane, artista della scuola Caravaggesca per le sue pennellate che riprendono lo stile di Michelangelo Merisi, noto con il nome di Caravaggio. Nata l’8 luglio 1593 a Roma era figlia di Orazio Gentileschi, pittore e artista dell’epoca nativo di Pisa. Nel 1605 rimase orfana di madre e questo probabilmente portò la giovane ad avvicinarsi al padre e alla pittura.

La giovane Artemisia mostra sin da subito un grande talento per il disegno e la pittura, ma a quei tempi per una donna non era possibile coltivare la propria inclinazione artistica e frequentare le botteghe e le scuole dei grandi artisti. Artemisia viene quindi educata all’arte dal padre, è lui che le insegna a disegnare, a impastare i colori e a dare più luminosità ai dipinti. La giovane Artemisia nonostante si muovesse in un settore dominato principalmente dagli uomini, riesce a mostrare il suo talento con le sue opere, come nel dipinto Susanna e i vecchioni del 1610. Alcuni critici ancora oggi sono scettici nell’affermare che questo sia proprio un dipinto di Artemisia, vista la giovane età dell’artista (17 anni), sembra infatti improbabile per molti che potesse avere già sviluppato una tecnica così elaborata; probabilmente il quadro era stato rimaneggiato dal padre e messo in luce come opera prima della figlia per lodarne le prodigiose abilità.

Susanna e i Vecchioni, 1610

Nel 1611 la vita di Artemisia ha una svolta inaspettata: il padre decide di affidare la sua istruzione artistica al suo collaboratore, Agostino Tassi, pittore dotato, ma dal carattere sanguigno e noto per i suoi trascorsi più che tempestosi: quest’ultimo si infatuò della diciottenne e tentò di sedurla diverse volte, nonostante i continui rifiuti da parte della Gentileschi che si negava con forza. La vicenda prende una piega drammatica quando Tassi, approfittando dell’assenza della protezione paterna, stuprò Artemisia.

Giuditta e Oloferne, 1612-1613

Lo stupro viene denunciato dal padre della giovane soltanto un anno dopo, probabilmente perché all’inizio Tassi aveva promesso al genitore e ad Artemisia stessa un matrimonio riparatore che non arrivò mai; Orazio quindi sporse un’ufficiale querela al pontefice Paolo V, dando inizio a una lunga e dolorosa vicenda processuale. Durante il dibattito, la difesa di Tassi si basò sullo screditare la reputazione di Artemisia, descrivendola come una ragazza dai facili costumi e sempre pronta ad adescare gli uomini. Oltre alle calunnie del suo stupratore, la giovane artista è costretta subire l’umiliazione della vista delle levatrici per verificare la perdita della verginità, infine è costretta a subire la tortura “dei sibilli”, una punizione pericolosa per una pittrice: la pena consisteva nel legare i polsi per evitare che la donna si divincolasse, venivano poste delle cordicelle tra le dita delle mani congiunte e successivamente si azionava un randello che, girando, stringeva fino a stritolare le falangi. Questo supplizio era per verificare la veridicità delle accuse della vittima e per fare in modo che attraverso il dolore potesse espiare la propria colpa. Artemisia accetta tutte queste mortificazioni pur di vedere riconosciuti i propri diritti e per vedere punito il suo aggressore. È in questo denigrante periodo che Artemisia dipinge uno dei suoi quadri più famoso, Giuditta che decapita Oloferne (1612 – 1613): la Bibbia ci racconta la storia di Giuditta che grazie alla propria abilità riuscì a far ubriacare e successivamente uccidere il generale degli Assiri, Oloferne. Artemisia rappresenta nel suo quadro l’esatto istante in cui Giuditta sta decapitando il generale assiro con la sua stessa spada, mentre l’ancella della protagonista l’assiste. È chiaro allo spettatore che l’artista voleva far vedere in questa scena di violenza il desiderio di rivalsa rispetto allo stupro subito. La Giuditta di Artemisia è dipinta come una donna per nulla spaventata dal gesto, non prova alcun rimorso perché sicura della sua decisione, tutto questo è sottolineato dai colori forti del dipinto che rendono la scena ancora più aggressiva.

Giaele e Sisara, 1620

Dopo la fine del processo, Artemisia verrà costretta ad un matrimonio riparatore con Pietro Antonio Stiattesi e si trasferirà a Firenze per evitare i continui sussurri malevoli che la perseguitavano a Roma dall’inizio del processo. Nonostante la reputazione di donna “rovinata” e lo scandalo dell’udienza giuridica la sua carriera artistica continua, diventa la prima donna membro dell’Accademia fiorentina delle arti del disegno, lavora a Firenze, Napoli e persino in Inghilterra e mantiene contatti epistolari con personaggi eminenti della cultura della sua epoca, come Galileo Galilei.

Dallo stupro e il conseguente esilio forzato a Firenze i suoi quadri avranno come protagoniste donne coraggiose, determinate e dedite al sacrificio come le eroine bibliche, tra le quali la già citata Giuditta, vi sono Giaele, Betsabea e Ester, che rappresentano la metafora della donna incurante del pericolo e animata da un desiderio vendicativo nel volere trionfare sul nemico.

Questo sentimento lo si vede nel dipinto Giaele e Sisara (1620), la scena dipinta mostra il momento in cui Giaele, dopo aver attirato nella propria tenda il generale cananeo Sisara, lo uccide nel sonno conficcandogli un picchetto nel cranio. A differenza del quadro di Giuditta del 1612, l’episodio biblico è qui dipinto con toni meno aggressivi e tragici; vi si scorge un’atmosfera più calma all’apparenza che viene interrotta dal braccio alzato della giovane Giaele che si appresta a conficcare il picchetto nel cranio del guerriero che giace addormento in un sonno tranquillo.

Sansone e Dalida, 1630-1638

Un altro quadro con protagonista una donna dell’Antico Testamento è Sansone e Dalida (1630-1638), l’episodio biblico racconta la storia di Sansone, eroe del popolo ebraico che combatteva il regno dei Filistei sulla Palestina che a quel tempo durava da quarant’anni. Noto a tutti per la sua forza sovrumana fu riconosciuto come Giudice d’Israele e governò la sua gente per vent’anni. I Filistei sconfitti gli mandarono come spia la bella Dalida, con il compito di conquistare l’eroe, scoprire il segreto sulla sua forza e ucciderlo. Dalida riesce a scoprire che la forza di Sansone deriva dai suoi capelli e allora con l’aiuto della sua ancella glieli li taglia con l’inganno. Nel dipinto di Artemisia la scena mostra l’eroe addormentato, mentre Dalida si accinge a tagliare i riccioli bruni di Sansone; anche qui l’artista vuole mostrarci il momento esatto in cui un uomo viene sopraffatto dalla forza di carattere di una donna che è stata capace di vincerlo con l’abilità e l’astuzia.

Nella maggior parte della produzione artistica di Artemisia Gentileschi lo spettatore si trova davanti alle storie di donne forti e coraggiose, che lottano per mostrare al mondo il loro valore e rivendicano le loro esistenze troppe volte dimenticate. Questa iconografia sicuramente è stata influenzata dalla vita dell’artista, dallo stupro subito in giovane età e dalla conseguente vicenda giudiziaria, ma soprattutto dalla sua forza di carattere e dalla sua tenacia che creano attorno alla sua figura un’aura di femminista ante litteram.