Nei fine settimana di giugno, venticinque città d’Italia si sono popolate di musica e folle colorate, in grandi feste laiche che non dimenticano il loro carattere di rivendicazione di diritti. Si tratta della cosiddetta “onda pride”. Da alcuni anni non si parla infatti più di “gay pride”, ma si è scelta una definizione senza aggettivi. Una decisione tutt’altro che di poco peso: l’intento è infatti quello di ricordare come si tratti di momenti che riguardano tutti: non soltanto perché per chiedere un diritto non è necessario fare parte della minoranza coinvolta, ma anche perché si è inteso rendere esplicito il massimo dell’inclusione(non a caso, il Pride milanese del 24 giugno ha l’evocativo slogan “diritti senza confini”.) All’interno della stringata definizione di comunità LGBT si racchiudono infatti numerosissime ulteriori specificità: persone asessuali, intersessuali, queer, non binarie, solo per citarne alcune. Ma a comporre queste categorie sono innanzitutto persone. Che non sono definite soltanto dalla propria identità di genere od orientamento sessuale, ma anche da numerose caratteristiche. La fede religiosa non fa eccezione. Capita anche in Italia di incontrare, fra le folle dei pride, gruppi organizzati di persone LGBT cristiane, ebree, buddhiste e di altre confessioni.


Chi è stato a Roma, al Pride dello scorso 10 giugno, potrebbe avere incontrato un ragazzo musulmano. Non è il solo, ma lui si nota facilmente. Da qualche tempo infatti spunta spesso nelle piazze e sui social il suo sorriso e un cartello, su sfondo arcobaleno: “Allah loves equality”: Allah ama l’uguaglianza.
Lui si chiama Wajahat Abbas Kazmi, è pachistano musulmano, gay dichiarato, e collabora con “Il grande colibrì”, blog che si occupa di omosessualità e medio oriente. Questo vistoso cartello non riporta altro che il titolo di un documentario, per il quale Wajahat sta da alcuni mesi raccogliendo fondi, attraverso il quale raccontare, girando in Pakistan, il rapporto fra islam e omosessualità.
La foto di Wajahat e del suo cartello, pubblicata da Gaypost.it ha però generato reazioni violente, nel migliore dei casi acidamente sarcastiche, quali quella della showgirl Nina Moric, che ha ripreso l’immagine commentando “and Salvini loves rom”. Un tipo di reazioni che denuncia la strisciante islamofobia che coinvolge anche i temi LGBT. Si è infatti portati a pensare che l’Islam sia per definizione nemico dei gay, evocando episodi tragici avvenuti ad esempio in Iran, dove gli omosessuali vengono impiccati.

allah loves equality
Si dimentica però che l’omofobia non è una prerogativa dell’Islam: se si evocano sure coraniche in proposito, è necessario evocare i passaggi del Deuteronomio che considerano l’omosessualità un abominio. Nonostante questo, non ci si stupisce più della presenza, fra le associazioni LGBT, di realtà cristiane come Il Guado o il Gruppo Gionata, o delle numerose bandiere arcobaleno sulle quali campeggia una stella di David.
Il sarcasmo di molti non fa che velare, suggerisce Dario Accolla ancora su Gaypost.it, l’odio nei confronti dell’Islam in quanto tale, cui non facciamo che chiedere di “avvicinarsi alla nostra cultura” salvo poi schernirlo quando persone coraggiose come Wajahat prendono apertamente posizione.  L’intento dichiarato del lavoro di Kazmi e della sua esposizione è ben chiara: “Il mio scopo è diffondere nel mondo il messaggio che l’Islam è una religione di pace, e cercherò di trasmetterlo a tutte le persone, che siano musulmane o meno.” Va inoltre sottolineato che la sua non è una posizione isolata o relativista. Lo dimostra la vasta solidarietà manifestatagli non solo dalle altre realtà LGBT confessionali, ma anche dai musulmani stessi. Sarah Ahmed, romana di origini egiziane, si è fatta fotografare con il cartello di Kazmi, commentando che il suo “progetto permetterà a molti di capire che agli occhi di Dio le sue creature non sono così diverse e che nessuno deve subire discriminazioni in suo nome”.

Una posizione che di certo verrà irrisa da chi fa delle posizioni religiose terreno di scontro politico, ma che è esattamente ciò che permetterà alla situazione delle persone LGBT islamiche di migliorare ovunque, così come lentamente sta avvenendo in altri stati dove le religioni hanno notevole peso. Del resto, fino a che qualcuno non potrà raccontare di avere davvero sentito personalmente il parere di qualsivoglia divinità a proposito delle persone LGBT, quelle di loro che credono hanno pieno diritto di sentirsi accolti, anziché giudicati. Da Dio (quale che sia) e dagli uomini.

Fonti: Dichiarazioni Kazmi, Sara Ahmed, Dario Accolla, Documentario, Moric