Una delle più importanti testimonianze di prigionia è Diario d’Algeria (Vallecchi, 1947), di Vittorio Sereni, poeta nato a Luino il 27 Luglio 1913.

Questa raccolta di poesie, a parte le date (le vicende lì versificate vanno dal 41 al 45), che hanno il loro valore storico-diaristico, è molto più che una testimonianza di guerra e di prigionia: è un viaggio, un percorso emotivo e fisico. In Città di notte, che vi riporto, emerge l’idea di un viaggio composto da movimento inquieto, un movimento sonnolento, ma dove roteano stragi di angoscia:

Inquieto nella tradotta

che ti sfiora così lentamente

mi tendo alle tue luci sinistre

nel sospiro degli alberi.

Mentre tu dormi e forse

qualcuno muore nelle alte stanze

e tu giri via con un volto

dietro ogni finestra – tu stessa

un volto, un volto solo

che per sempre si chiude.

(V. Sereni, Poesie e prose, Mondadori 2013)

 In questi versi emerge subito un tono piano, non aulico, diaristico per certi versi, ma con una forza lirica indiscutibile. In essa emerge l’idea di un addio, di un distacco, che percorrerà tutta la prima sezione della raccolta: La Ragazza d’Atene. In essa tutta una serie di versi che descrivono, in tono di fuga, un viaggio verso quella che sarà la sua prigionia (e quindi l’evento che dà il titolo alla raccolta), e con questo l’autore fornisce le premesse di un allontanamento drammatico di cui lui stesso era già conscio (“Io non so come sempre/un disperato murmure m’opprima/nell’aria del tuo mezzogiorno” “Prima sera d’Atene, esteso addio/dei convogli che filano ai tuoi lembi/colmi di strazio nel lungo semibuio” “O mia vita mia vita ancora ansiosa/d’un urbano decoro…”). In questi versi davvero percepiamo l’essenza di un senso d’opprimente, insieme ad un obbligo alla vita, anzi, alla sopravvivenza.

Verrà fatto prigioniero il 27 luglio del 43, il giorno del suo 30esimo compleanno, al Fronte di Trapani.

Alcune poesie sono segnate da una data e da un luogo. Lo stesso Sereni disse al riguardo che sono date non di effettiva stesura, ma di realizzazione dell’idea di certi versi. A partire da questo particolare, si denota come egli abbia fatto del verso la propria ragione di vita, e in esso ci sia una corrispondenza forte (ma non univoca) tra impegno vitale e poesia. Lo si denota perché in momenti drammatici il poeta Sereni non si limitava all’angoscia, ma concepiva della poesia; osservava quindi i particolari di vita con occhi attenti, raccoglieva certe frasi e le deponeva nella sua memoria, restituendoci non tanto una testimonianza di guerra, quanto più una testimonianza di cosa significa vivere.

Questo impegno, che spesso viene associato alla politica, è in realtà un giogo molto più stretto per Sereni e rappresenta un segno di vita che si caricherà sulle sue spalle con peso sempre maggiore: si tratta dell’impegno del fare poesia. Rimanendo adeso alla raccolta di cui vi sto scrivendo, basta leggere la seconda parte, Diario d’Algeria, per capire il significato di quel che intendo: se nella prima parte c’è una premessa dovuta, imperlata col tono del distacco, in questa seconda parte c’è una riflessione su di sé, in cui si completa il distacco da qualcosa sempre sotteso, e che finalmente emerge; per certi versi è come se di fronte alla rassegnazione dell’essere prigioniero si dipanasse la razionalità di un uomo che diventa sempre più poeta, ossia sempre più umano.

Se in Frontiera (1941) abbiamo un tono molto più gioviale, sereno, un tono tipico della giovinezza, in Diario d’Algeria abbiamo il segno di una maturazione, di un distacco forzato dall’idea di essere giovane (“E d’oblio/solo un’azzurra vena abbandona/tra due epoche morte dentro di noi.”). Nella seconda parte abbiamo quindi la dispersione del titolo (non ce n’è più bisogno) e la ricerca continua e disperata di un’aspettativa che non c’è:

 (…) io sono morto

alla guerra e alla pace.

Questa è la musica ora:

delle tende che sbattono sui pali.

Non è musica d’angeli, è la mia

sola musica e mi basta -.

 (V. Sereni, ibid.)

Questi versi bastano per far capire tutto un tono che si propaga in questa sezione amara e densa, densa di un significato profondo: la narrazione di un passaggio, un viaggio interiore, in cui il poeta rimane da solo con se stesso, ed ha alle volte come delle allucinazioni di felicità (“Rinascono la valentia/e la grazia./Non importa in che forme – una partita di calcio tra prigionieri (…)”), subito cancellate dall’afa Algerina (“(…) E come sfuma/chimerica ormai la tua corsa/grandeggia in me/amaro nella scia”).

A poco a poco, da un tono di solitudine imposta (“Sfumano i volti diletti, io resto solo”) si passa alla coscienza di far parte di un insieme di solitudini (“Non sanno d’essere morti/i morti come noi,/non hanno pace.”) e in questa coscienza “si dicono parole di bontà/rileggono nel cielo i vecchi segni.”

Il poeta Sereni da una disperazione ingigantita dalla prigionia, quello che tutti definiremmo dramma, trae le forze per raccogliere i cocci di una giovinezza strappata, e ne fa una raccolta di poesie, dove rende conto dell’impegno necessario di ognuno di noi; traccia perciò un messaggio che va molto al di là del contesto in cui è nata la raccolta, rivolgendosi genericamente a chi si trova in un’epoca intimistica di passaggio, ossia a tutti coloro che stanno portando il proprio passo verso il mondo adulto, con tutte le ansie e angosce del caso, e lo fa con un’eleganza e con una lucidità impressionanti, soprattutto se consideriamo il dramma esposto.

Questa tonalità dà alla raccolta una forza enorme, per cui il verso del poeta si fa messaggio sociale, e per questo impegnato.

Quando leggiamo versi come: “già un anno è passato,/è appena un sogno:/siamo tutti sommessi a ricordarlo.//Ride una larva chiara/dov’era la sentinella/e la collina/dei nostri spiriti assenti/deserta e immemorabile si vela.” sembra quasi che in questa raccolta la guerra si faccia da parte e si disegni una struttura di vita forte, dove rispecchiare il proprio volto, e rendersi conto che il proprio essere non è un tassello idiotico, ma un mosaico di realtà che si scontrano, si detestano, si amano, si consolano; è in questo scontro, allargato e rafforzato dalla guerra, che l’uomo si rende conto di essere umano, e capisce cosa significhino la pietà, l’amore e la responsabilità di darne un po’.

Fatto il mio sguardo più tenero e lento

d’essere altrove e qui non è più teso.

(V. Sereni, ibid.)

Nell’ultima parte, Il Male d’Africa, emerge la ferita necessaria per comprendere il significato dell’Algeria: in essa il poeta ritroverà sempre quell’idea di se stesso che ha ottenuto con tanta fatica, proprio nel più drammatico dei momenti. Di qui nascerà il Sereni di Stella Variabile e Gli Strumenti Umani, un poeta che fece della poesia un impegno necessario per capire l’uomo e per dare un bacillo di luce ad un’umanità spenta, o accecata dalle troppe luci di una tecnologia ormai tirannica. Forse Sereni può essere per la nostra generazione, spesso persa e in crisi, una risorsa di luce, una bussola, che ci permetta una strada diversa, sotto il segno di una modestia sorrisa, e di una poesia semplice, piana, ma forte, densa, comprensibile e chiara. Sarebbe utile leggerlo anche per modificare quella visione della poesia arzigogolata e triste, per cui essa è solo complicazione del semplice. In realtà la poesia è soprattutto distillato di vita, senza adulterazioni o progetti: rappresenta l’uomo nella sua gravità e nel suo dolore, senz’alcuna retorica, dandone il ritratto più semplice e nudo.

I poeti (da Montale a Sereni, fino a Celan) sanno bene che significa il dolore e sanno anche come sopportarlo: tuttavia il loro scrivere non è solo testimonianza del loro dolore, ma bugiardino per placare il nostro soffrire; per questo leggere poesia serve molto più di una qualche gioia nel momento della sofferenza. E Sereni potrebbe essere il segnavia necessario ad una generazione che legge troppa poca poesia.

A cura di Victor Campagna

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