Garantire la qualità ma senza barriere. Questa è stata la grande problematica che ha investito di recente le facoltà umanistiche dell’Università Statale di Milano che, fino a poco tempo fa, non avevano limiti di iscrizioni. Da martedì 23 maggio la situazione è radicalmente cambiata attraverso l’introduzione del numero chiuso.

Il rettore dell’Università Statale Gianluca Vago ha, infatti, presentato una mozione al Senato accademico affinché si pronunciasse sulla possibilità di inserire il numero chiuso nei corsi di laurea triennale delle facoltà dell’area umanistica, cioè Lettere, Storia, Geografia, Filosofia e Beni culturali. Tale proposta sarebbe stata dettata dalla qualità del servizio offerto e dalla necessità di dare a tutte le facoltà lo stesso peso e la stessa importanza, come ha spiegato il rettore in un’intervista per il Corriere della Sera:

«La maggior parte dei corsi alla Statale è a numero programmato, unica eccezione è l’area di studi umanistici, oltre a giurisprudenza. E non possiamo riconoscere uno status diverso a filosofia, archeologia o storia, valgono quanto matematica, fisica, biologia. Per l’accesso libero, per accogliere tutti, servono più docenti. E poi abbiamo visto che dove non c’è filtro i risultati sulla qualità sono negativi».

Pare, infatti, che senza filtro le immatricolazioni siano troppo numerose e che direttamente proporzionali ad esse siano gli abbandoni dopo il primo anno; non di minore importanza, sempre secondo quanto affermato da Vago, il successo nel percorso di studi: «Nell’area umanistica a nove anni dall’iscrizione a una triennale soltanto tre studenti su dieci si sono laureati». Il numero chiuso, quindi, garantirebbe una selezione volta a migliorare, secondo un circolo virtuoso, i servizi offerti dall’Università.

Non la pensano allo stesso modo alcuni docenti e studenti delle facoltà coinvolte, che per settimane si sono mostrati contrari alla mozione del rettore: la scelta del numero programmato, secondo questo fronte, costituirebbe un danno per il diritto allo studio; anche la modalità di selezione, attraverso un test d’accesso, susciterebbe perplessità. Il direttore del dipartimento di Filosofia e filosofo del linguaggio Alessandro Zucchi, tra i docenti del dipartimento omonimo che hanno organizzato lezioni in piazza Fontana, aveva scritto una lettera al senato accademico, come cita Repubblica:

«Il Senato ha certo la prerogativa di deliberare e cancellare gli esiti di questo cammino dal basso, intrapreso dai dipartimenti di area umanistica. Tuttavia, questo avrebbe l’effetto di creare una frattura profonda tra la componente umanistica e le altre componenti dell’Ateneo. Chiediamo pertanto al Senato di non procedere d’autorità e di riconoscere invece la nostra volontà di trovare una soluzione nell’interesse generale dell’Ateneo».

La mobilità dei contrari è stata notevole, al punto che la seduta del senato accademico del 16 maggio – che avrebbe già dovuto decidere a favore o meno del numero chiuso – è stata sospesa a causa dell’interruzione da parte di alcuni studenti di un collettivo. La mozione, infine, è stata approvata con diciotto voti a favore, undici contro e sei astenuti. La facoltà più colpita dalla nuova direttiva è quella di Filosofia: potrà accettare, infatti, un massimo di 530 studenti contro i 739 che si sono iscritti quest’anno.

Cercare di incrementare la qualità del servizio accademico è certamente lodevole, purché il metodo con cui si intraprende questa strada sia assolutamente efficace. Il numero chiuso e il test d’ingresso saranno davvero risolutivi?

 

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