Nell’editoria italiana del Novecento ogni casa editrice ruota attorno alla figura carismatica di un fondatore, che viene indicato dagli studi critici come il protagonista della storia della casa editrice stessa, poiché è colui che stabilisce le linee e le collane. Ne consegue che l’identità della casa editrice è strettamente legata alle idee del suo fondatore: questo è il caso di Rizzoli, Bompiani, Einaudi e, soprattutto, Mondadori.

Arnoldo Mondadori non era un uomo di cultura, non aveva una grande preparazione, né natali illustri. Tuttavia, sapeva circondarsi di persone qualificate in diversi settori e valutarne i consigli, dimostrando di avere il famoso “fiuto” per gli affari, che in editoria si traduce nella capacità di individuare i libri giusti per i lettori. Capacità da affabulatore e venditore che lo hanno sempre caratterizzato, tanto che il suo soprannome all’interno della drogheria in cui lavorava da ragazzo era “Incantabiss”, incantatore di serpenti.

Nel 1907, all’età di sedici anni, viene assunto in una tipografia, dove decide di pubblicare per conto proprio una piccola testata socialista, Luce, che per qualche critico è stata la prima scelta editoriale firmata Mondadori. Ma è il sodalizio con Tomaso Monicelli che segna una prima svolta nella vita e nella carriera di Arnoldo: i due fondano nel 1912 la casa editrice La Scolastica, embrione di quella che sarà la fortunatissima Mondadori. La prima opera pubblicata da Mondadori è Aia Madama, un libretto di racconti e usanze popolari, seguita a brevissima distanza dalla nascita de La Lampada, collana dedicata al’infanzia. Ma un’altra grande – e vincente – intuizione di Mondadori è quella di creare libri e testate per i soldati impegnati in guerra, pubblicando Le brevi riviste, opuscoli da inviare al fronte.

Nel 1919 avviene il secondo, grande, cambiamento: viene creata la Arnoldo Mondadori Editore, per gli amici solo Mondadori, che nel giro di dieci anni diventa il concorrente più pericoloso dei grandi editori per una spregiudicata politica di acquisizione degli autori italiani. Mondadori si pone come obiettivo quello di strappare ai concorrenti gli autori dalle alte vendite – Bontempelli, Moretti, D’Annunzio, Deledda e Pirandello – legati ad altri editori come Treves e Bemporad. Ciò che spicca in questi anni è la capacità imprenditoriale di Mondadori, che non comporta solo la scelta dei libri da pubblicare ma anche decisioni sull’attività industriale: grande innovazione è, infatti, l’ingresso di macchine più veloci che portano a un abbattimento del costo di produzione dei libri, che possono quindi essere venduti a un prezzo più basso rispetto ai suoi concorrenti.

Da sinistra, Luigi Pirandello, Sinclair Lewis e Arnoldo Mondadori, 1932

La trasformazione nel mercato e sulla produzione editoriale avviene quando Mondadori è costretto ad assumere come collaboratore Luigi Rusca, un letterato, che aveva trovato lavoro negli anni ’20 al Touring Club. Alla fine degli anni ’20 Mondadori si trova in difficoltà economica, ma viene salvato da finanziamenti di benefattori, tra cui anche Senatore Borletti il quale chiede che, in cambio, venga assunto nella Mondadori Luigi Rusca, come garante delle scelte della casa editrice. Rusca dal 1929 si occupa subito di una ristrutturazione del catalogo della casa editrice, che vede una differenziazione in collane, a seconda delle richieste di lettura dei lettori di narrativa, con la speranza che si potessero raggiungere nuovi lettori. Ecco che nasce la Collana dei Libri Gialli.

Il regime fascista non ferma la scalata della casa editrice. Nonostante l’obbligo di eliminare dal catalogo di libri stranieri, Mondadori compie scelte che comunque vanno a vantaggio della propria attività. Arnoldo vince una gara tra stampatori per la pubblicazione del Libro unico per le scuole di tutta Italia e questo mostra come i rapporti politici con il fascismo fossero di rottura ma anche di consonanza: l’unica cosa che conta è far trionfare l’azienda, poco importa se questo significa affiancare il regime attraverso pubblicazioni.

Uno dei nodi più problematici e dolorosi della vita di Arnoldo è il rapporto con il figlio Alberto, che, dopo aver abbandonato il ruolo nel consiglio di amministrazione Mondadori, nel 1958 fonda la casa editrice Il Saggiatore. Gli ultimi dieci anni di vita di Mondadori sono caratterizzati da preoccupazioni per il futuro dell’impresa ma soprattutto da nuovi progetti editoriali: nel ‘65 vengono proposte edizioni economiche fortemente innovative che vengono vendute direttamente in edicola, gli Oscar Mondadori. Il primo Oscar pubblicato è Addio alle armi di Ernest Hemingway e il successo è senza precedenti: oltre 200 mila copie vendute in una settimana. Gli Oscar nascono per andare incontro alle esigenze del pubblico di massa, che, non avendo particolari competenze, preferisce acquistare un libro senza senza sottoporsi allo sguardo severo del libraio. Dopo una vita di successi, Arnoldo Mondadori muore a Milano l’8 giugno 1971, lasciando agli italiani la più importante casa editrice del Paese.

La copertina del primo Oscar Mondadori: Addio alle armi di Ernest Hemingway

 

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