Nel corso della storia della musica, come in quella della letteratura e dell’arte, non pochi son gli esempi di una totale incomprensione della grandezza di quelli che diventeranno i grandi capolavori. Molti ricordano il commento rivolto a Mozart dall’imperatore Giuseppe II: “Troppe note, caro Mozart!”, pochi ne ricordano l’occasione.

Nella primavera del 1781 Wolfgang Amadeus Mozart rompe definitivamente i rapporti con l’arcivescovo Colloredo per stabilirsi a Vienna come libero professionista col desiderio artistico di dedicarsi all’opera, desiderio tanto più alimentato dalla recente decisione dell’imperatore Giuseppe II di istituire un teatro d’opera nazionale.

Libero dagli vincoli che lo opprimevano a Salisburgo, Mozart può dedicarsi al mondo operistico, che tanto lo renderà celebre nella trilogia sui libretti di Lorenzo da Ponte composta da Nozze di figaro, Don Giovanni e Così fan tutte. Il genio tuttavia si esprime sempre in un determinato contesto sociale e culturale e quello dello massima libertà creativa è poco più che un falso mito.

L’imperatore gli commissiona un’opera per il nascente teatro nazionale e ciò significa strutturarla secondo i canoni del singspiel, ossia l’alternanza di parti recitate a parti cantate e gli viene affidato un soggetto che era già stato un grande successo di Johann André quello stesso anno. Come molte altre opere contemporanee, per non allontanarsi da quella che era considerata la modo dell’epoca, Mozart si baserà su un’ambientazione esotica, arabeggiante, dipinta musicalmente dallo stile alla turchesca, improntato all’evocazione della musica della banda dei giannizzeri.

Mozart filtrerà tutti gli elementi di cui è intrisa la cultura musicale viennese dell’epoca per dar vita ad uno dei suoi più godibili, divertenti e famosi singspiel: Il ratto dal serraglio. La sensibilità del compositore nei confronti dell’opera seria italiana, conosciuta durante il viaggio in Italia col padre Leopold del 1773, si riverserà nel Ratto attraverso la compresenza di due coppie, una seria e l’altra comica, composta dai doppi popolari e servitori dei due amanti protagonisti. Attraverso le arie del soprano che interpreta Kostanze, la nobildonna contesa fra il giovane tenore Belmonte, Mozart ha modo di integrare all’opera tedesca lo stile serio italiano, caratterizzato da una grande ricchezza vocale e compositiva, elegante, virtuosistica nella condotta vocale, ma al tempo stesso dinamicamente intrecciata all’azione che procede integrando armoniosamente le parti recitate a quelle vocali.

L’ambientazione turchesca non fa da sfondo, ma anima vivacemente l’azione con la comparsa di Osmin, capo delle guardie del sultano, buffo e crudele, diametralmente opposto al pascià Selim, nel ruolo di un sovrano buono ed illuminato. Mozart non si limita ad arricchire l’orchestra con gli strumenti tipici della nota banda di Mehter, dalla mezzaluna ai tamburi militari, per evocare sonorità esotiche, ma rielabora queste sonorità in un modo raffinatissimo ed espressivo in una equilibrata orchestrazione. Il personaggio maggiormente curato risulta proprio esser l’orchestra in ogni suo strumento, dimostrando una sensibilità mai raggiunta nel genere del singspiel, una raffinatezza che per l’epoca sembrò eccessiva, portando l’imperatore Giuseppe II ad ironizzare sulla composizione col celeberrimo: “Troppe note, caro Mozart!”

 


Fonti:

Stefan Kunze, Il teatro di Mozart, traduzione italiana a cura di L. Cavari, Padova: Marsilio, 2006.

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