Il pagliaccio è un’immagine presente nell’immaginario collettivo di tutti noi, da sempre. C’è chi pensa al pagliaccio divertente e al suo costume eccessivamente buffo o chi si riferisce alla figura più romantica del clown con la cipria e la lacrima nera disegnata sul viso, ma da dove è che nasce questo personaggio?

Nel 1970 il letterato svizzero Jean Starobinski pubblicò ”Il Ritratto dell’Artista da Saltimbanco”, opera che ebbe molto successo nella critica letteraria contemporanea grazie all’interessante spostamento tra letteratura, teatro e pittura.

Il clown si presenta come evoluzione di quella tradizione popolare medievale, propria della farsa e successivamente della commedia dell’arte che aveva creato il ”buffone”, il personaggio comico identificato per lungo tempo nel servo (presente anche nella commedia latina) che il pubblico riconosce per la sua stupidità o furbizia. Questa trasformazione del personaggio avrà fortuna con Shakespeare, creatore della figura di Yorick (dall’Amleto) che diverrà l’esempio del buffone per tutto il teatro successivo: i pagliacci diventano coloro che si presentano come figure di secondo piano nell’economia della messa in scena ma a cui viene affidato il ruolo di banditore della verità.

Marc Chagall Scene de Cirque 1958

Sopravvivendo nelle strade delle città e nel circo, l’immagine del clown viene offerta alla nuova sensibilità poetica che sta cambiando: tra il XVIII ed il XIX secolo una nuova società si sta formando e la città è il suo emblema. Nel circo i pagliacci e gli acrobati (intesi sempre come clown da Starobinski) conquistano l’ammirazione di personaggi come Gautier e Flaubert che sognano di poter avere la leggerezza e la maschera del clown per distinguersi dalla folla. Farsa e commedia ormai, a partire dalla fine del 1700, non esistono più, il loro posto lo ha preso il volgare vaudeville e la purezza artistica viene a meno, ma non nel pagliaccio.

Il buffone, agli occhi del poeta, ha un legame radicale con la genuinità e la non corruzione dei tempi passati, per questo viene salvato dal suo ambiente popolaresco per entrare nelle pagine dei più grandi scrittori. Il clown è diverso, elevato rispetto alla società, senza avere un suo corrispondente nella realtà quotidiana, se non nello stesso autore che lo usa come strumento per criticare quella stessa realtà dove nemmeno lui riesce a ritrovarsi. Il buffone diventa l’immagine ideale di un uomo-vittima che attraverso la maschera porta gioia ma dietro piange, proprio come il poeta romantico.

La poetica privilegiata da Starobinski per sostenere questo cambiamento è Baudelaire che attraverso i versi delle sue poesie raccolte nei Fiori del Male (1857) si identifica in questo personaggio vittima del riso altrui, ma superiore la sua immediata relazione con l’arte e con la morte. Successivamente alla visione del Vecchio Saltimbanco, puzzolente e solo nel giorno vivace della festa, il poeta-Baudelaire dice a se stesso:

”ho appena visto l’immagine del vecchio uomo di lettere sopravvissuto alla generazione di cui fu il brillante animatore; del vecchio poeta senza amici, senza figli, degradato dalla povertà e dall’ingratitudine”.

Credits:

fonti: studio da parte dell’autrice

foto: www.pinterest.com 

pinterest