Come ogni anno, anche quest’estate è esplosa la polemica sull’opportunità o meno di tener aperte le scuole anche d’estate. Questa volta ad agitare le acque è stato direttamente il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, che secondo indiscrezioni del quotidiano La Stampa starebbe per annunciare novità sull’apertura estiva delle scuole dal prossimo anno scolastico.

In realtà è da anni che se ne parla, è un vero e proprio tormentone che ogni estate aizza crociate che si risolvono puntualmente nel nulla. Infatti proprio quest’anno ricorre il 20° anniversario della prima direttiva ministeriale: nel 1997 il MIUR prevedeva che le scuole restassero aperte anche d’estate, ma da allora siamo ancora qui a discuterne come se fosse una novità. Così alla notizia di questa possibile nuova proposta del ministro Fedeli si è subito attivato il solito circo mediatico-accademico-scolastico: esperti contro famiglie, famiglie contro professori, ma anche famiglie e professori uniti contro il ministero, guru mediatici e accademici a giorni alterni favorevoli o contrari alla proposta, opportunamente dubbiosi in attesa di capire se questa volta sarà davvero la volta buona e allora sarà opportuno essersi riposizionati per tempo.

Ma perché una proposta simile appare così scandalosa per il nostro sistema scolastico? I più maligni hanno sempre individuato la segreta e inconfessabile ragione per cui simili progetti attirano una reazione così visceralmente contraria da parte del corpo docente nel privilegio dei 3 mesi di vacanza che, se andassero in porto riforme del genere, andrebbero persi per sempre. Non a caso ogni volta che si affronta l’argomento i siti di riferimento del mondo scolastico subito si riempiono di lettere indignate di professori che bollano come bufala infamante e indecente l’affermazione che il corpo docente goda di 3 mesi di vacanze. La distribuzione delle vacanze nel nostro sistema scolastico in effetti è una parte rilevante del problema. Se si confronta la scansione temporale dell’anno scolastico italiano con i sistemi scolastici esteri si nota uno squilibrio evidente nelle vacanze: infatti, soprattutto nei Paesi anglosassoni, il ciclo annuale è suddiviso in trimestri intervallati da brevi settimane di riposo, in modo da evitare il buco nero dell’estate tipico dell’Italia. In questi anni di discussione non è però mancato l’esperto accademico o il giornalista profondo conoscitore tanto di pedagogia quanto di geografia, che ha fatto notare che questa specificità italiana è dovuta al clima mediterraneo: nei Paesi mediterranei come il nostro è molto più sensato concentrare le vacanze nel periodo estivo, per evitare di far soffrire gli studenti in aule accaldate e per incentivare il turismo, estremamente legato al clima estivo in Italia. In realtà le regioni di montagna da tempo immemore chiedono piuttosto che si possa valorizzare maggiormente il turismo invernale, penalizzato dalla mancanza di vacanze scolastiche. Quindi, a ben vedere, nemmeno la configurazione geografica del nostro Paese spiega la specificità delle vacanze esclusivamente estive.

La questione è in realtà eminentemente culturale. Per trovare le ragioni profonde dell’atavica e invincibile opposizione del corpo docente all’idea di tenere aperte le scuole anche d’estate bisogna infatti guardare con attenzione a come il mondo della scuola superiore, dove assoluta è la contrarietà all’apertura estiva, concepisce se stesso. In Italia i gradi superiori della scuola devono la loro attuale fisionomia alla riforma realizzata in epoca fascista da Giovanni Gentile, l’ultima vera e propria riorganizzazione dei cicli scolastici secondo una visione d’insieme della scuola. L’idealismo di Gentile portò a compimento un processo che prima il giurisdizionalismo e poi l’illuminismo e il positivismo avevano avviato, cioè la laicizzazione degli istituti di formazione superiore ideati dai Gesuiti come formidabile strumento di promozione della Riforma Cattolica. Se la Chiesa post-tridentina aveva trovato nei collegi e nei seminari lo strumento con cui riplasmare l’identità cattolica delle élite sacerdotali e politiche, la secolarizzazione di quel modello aveva trasformato la scuola nello strumento prediletto per formare un uomo nuovo, completamente devoto alla nuova religione, lo Stato-Nazione a cui tutti fin dalla più tenera età avrebbero dovuto essere iniziati e avviati grazie alla scuola dell’obbligo. Come è noto, tutt’altro percorso ebbe la scolarizzazione di massa in America, dove le scuole non sono mai diventate parte integrante dello Stato, sono sempre state prerogativa di realtà indipendenti, portatrici di vari interessi, non meramente culturali e politici: in questo modo la scuola americana si è caratterizzata più come comunità, a seconda dei casi, sportiva (nelle scuole USA sono centrali le squadre sportive), sociale (le scuole “etniche”), religiosa, con un ruolo molto più minimale dello Stato rispetto a quanto si è abituati in Europa. Tutt’altro invece è il panorama che l’idealismo, prima gentiliano-fascista, poi crociano-repubblicano, ha delineato per la scuola italiana: essa si è venuta a configurare come il tempio della cultura patria, il luogo sacro del sapere, lo strumento con cui lo spirito più alto e nobile della patria trova il modo per perpetuarsi e trasmettersi a ogni nuova generazione.

In un simile paradigma è chiaro che non ci può essere spazio per una proposta che vede nella scuola un servizio sociale da offrire a famiglie che non sanno a chi lasciare i propri figli: è inevitabile che tali proposte risultino degradanti e quasi insultanti agli occhi di chi si sente investito del compito di missionario del sapere patrio. Non bisognerebbe però dimenticare a quali mostri totalitari del Novecento questa ideologia scolastica è strettamente legata: forse è tempo di mandare in vacanza proprio queste concezioni educative, solo allora si potrà seriamente discutere di scuole aperte anche d’estate.

Fonti: lastampa.it, repubblica.it, londonita.com, berlinocacioepepemagazine.com, fulbright.it, scuolarepubblica.it, orizzontescuola.it, bergamonews.it

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