Di Ilaria Zibetti

Le regine nell’opera non sono poche e hanno dei caratteri da vere primedonne. Da Donizetti a Verdi, da Mozart a Mayerbeer, le donne incoronate si impongono per il loro carisma, crudeltà, bellezza o… spregiudicatezza.

Gioacchino Rossini, di cui in un vecchio articolo avevo narrato la trama del suo famoso “Barbiere di Siviglia”, è stato un compositore soprattutto di drammi. Insomma, si ride e si scherza fino a  un certo punto.

Semiramide è una di queste, andata in scena per la prima volta nel 1823. Oltre che per la stupenda musica, caratterizzata dai tipici elementi rossiniani come i frenetici concertati o l’amabile dolcezza dei duetti,  è ricordata anche per essere l’ultima opera su cui il Maestro lavorò su suolo italiano.

L’azione ha luogo nell’antica Babilonia, e già qui si può ipotizzare che nella patria dei Giardini Pensili succederà di tutto. Il Gran Sacerdote del tempio di Belo, Oroe, ha avuto una soffiata da parte degli déi riguardo al regicidio avvenuto quindici anni prima. Il re Nino (nome dalla rima facile), è stato ucciso dalla moglie, Semiramide, con la complicità del principe Assur. Ma ormai l’ora della vendetta per quell’antico misfatto è giunta.

Semiramide però aveva anche un figlio, il principe Ninia, il quale era misteriosamente scomparso. Invece di fare ricerche o chiamare il Telefono Azzurro, si è fatto finta di niente e si è sparsa la fama che fosse morto anch’egli. Invece Oroe sa la verità perché lui ha aiutato a salvare il regal pargolo affidandolo a un nobile fedele. Dopo tanti anni di vedovanza, la regina deve trovare un consorte e un erede al trono per garantire una stabilità e una discendenza. Si fanno avanti Assur e Idreno, sovrano dell’Indo, ma ella ha già in mente il candidato perfetto. Si tratta del giovane comandate dell’esercito Arsace, di cui è innamorata. Il guerriero, da notare, ha giusto giusto quindici anni e segue le orme di Lady Oscar essendo a capo delle milizie di Babilonia. Arsace però, come da copione per un ogni buon dramma che si rispetti, è innamorato della principessa Azema, colei che sarà destinata sposa all’erede al trono. Tra l’altro è giovane e bella, per cui è decisamente più ambita rispetto a Semiramide che, affasciante senza dubbio, non è certo di primo pelo. La matassa è abbastanza ingarbugliata tra la sovrana che punta ad Arsace; quest’ultimo, Assur e Idreno che cercano di impalmare Azema.

Alla fine però Semiramide sarà costretta a rinunciare poiché si scoprirà che Arsace altro non è che Ninia, il figlio smarrito. Questi è  incaricato sia dal Gran Sacerdote e dal fantasma di Nino, suo padre, (comparso poco prima con un effetto Deus ex Machina lodevole) ad uccidere la donna. Ma da bravo figliolo non se la sente di compiere il matricidio e si concentra piuttosto sull’eliminare il perfido Assur.

Nel buio del mausoleo di Nino però, Arsace pugnala a casaccio colpendo involontariamente a morte la madre, sopraggiunta ad impedire che Assur faccia del male al ragazzo. Quando si dice: giocare a mosca cieca.

Nel finale, Arsace sposa l’adorata Azema, Assur viene condannato a morte per l’avvelenamento del sovrano e tutti festeggiano senza badare al cadavere ancora caldo di Semiramide, compianta solo dal figlio.

In quest’opera, tutto è sulle spalle della protagonista: una regina malvagia, assassina, adultera, incestuosa… chi ne ha più ne metta. Però il suo riscatto si compie grazie al risveglio di quel sentimento materno in lei assopito da oltre un decennio. La sua lussuria, che ne fece sua legge come dice Dante ne La Divina Commedia,  le sue ambizioni, vengono messe da parte e lei, forte nel suo ruolo di governo, si scopre debole davanti al figlio.

Suo alleato e nemico è Assur, l’antagonista per eccellenza: ex amante della regina, complice nell’avvelenamento del sovrano precedente e approfittatore. Egli non resta una semplice figura di villain sullo sfondo. Grazie al duetto con Semiramide nel secondo atto e soprattutto alla sua scena di breve follia, si dà corpo a un personaggio a tutto tondo, un uomo eternamente contemporaneo: senza scrupoli, audace, spietato.

Arsace, un ragazzo sconvolto dalla scoperta di un passato tinto di macchie incancellabili, non riesce ad odiare la genitrice. Un legame viscerale, un amore ancestrale, quasi forzato ma non in maniera negativa, bensì necessaria. Ingenuamente, il condottiero pensa di poter salvare la madre dalla vendetta decretata dal fantasma di Nino. Il destino però, come verrà meglio sviluppato in Verdi, ha una volontà propria e porta sempre a compimento i suoi propositi.

Insomma, con Rossini non si gioca sempre a travestimenti e a fare burle; ci si commuove e si riflette su dinamiche anche gravi: tra incesto, brama di potere, amoralità, lussuria, punizione e giustizia… e dite niente?

Credits
Giochino Rossini, Semiramide,1823 – Wikimedia