Uno dei fattori di spicco nel definire una nazione è l’inno con cui le si dà voce. Le storie degli inni, come quelle delle nazioni che rappresentano, sono spesso complesse e sempre molto interessanti. Ho deciso così di analizzare la storia e i testi di alcuni inni, partendo proprio dal nostro, quello italiano.

Il canto degli italiani, meglio conosciuto come Inno d’Italia o Inno di Mameli, è stato scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847. Il 1848, anche detto “anno dei miracoli” o “primavera dei popoli”, fu l’anno in cui giunsero all’apogeo le manifestazioni nazionali di massa, iniziate in varie parti d’Europa con i moti degli anni 1820-’21 e 1830-’31. In Italia si combatte quella che dagli storici patriottici è stata definita “prima guerra d’Indipendenza”.

Mameli partecipa attivamente ai moti in due momenti e contesti diversi. Innanzitutto, Mameli invia dei volontari a sostenere i milanesi nelle cosiddette “cinque giornate di Milano” (18-22 marzo 1848), che daranno il via alla guerra ufficiale tra il Regno di Sardegna e l’Austria. Si erge poi a difensore della Repubblica romana nel 1849, difesa a causa della quale troverà la morte il 6 luglio 1849. Questo il contesto in cui l’inno viene scritto e musicato: un nuovo slancio delle masse per il riconoscimento dell’autonomia e della liberazione dallo straniero, percepito come oppressore.

Il testo è diviso in cinque strofe, con una sesta strofa aggiuntiva quasi mai eseguita. Ogni strofa è seguita dal celebre ritornello in cui gli italiani sono incitati a combattere per la patria senza temere la morte. Nella prima strofa, c’è un riferimento alla storia romana come culla della cultura italiana. Gli italiani vengono legati gli uni agli altri in una catena temporale che parte dalla vicenda di Scipione l’Africano, che portò Roma alla vittoria sui cartaginesi. C’è poi l’allusione alla Vittoria, che deve diventare schiava del nuovo regno italiano così come fu “schiava di Roma” per il volere di Dio. È quindi rimarcata l’importanza della religione comune, dell’essere figli di uno stesso Dio e di conseguenza “fratelli”.

Ciò che porta all’invasione dello straniero è la divisione interna. È una debolezza imperdonabile contro la quale bisogna unirsi sotto una stessa bandiera e non cadere in inutili frazionamenti. La “speme” che si manifesta nella seconda strofa è quella di unirsi, di essere “popolo” lasciando da parte le differenze e rimanendo coesi nella lotta. L’elemento religioso viene ripreso esplicitamente nella terza strofa, riecheggia il pensiero mazziniano alla base della Giovine Italia, fondata proprio da Mazzini nel 1831. E’ Dio a guidare e unire il suo popolo, a liberare “il suolo natìo” da ogni invasore straniero.

Nella quarta strofa vengono citati eventi e personaggi sia noti, sia poco conosciuti, senza che venga stabilita tra essi una gerarchia. Questo significa che chiunque è degno di far parte del popolo italiano, nessuno si deve sentire escluso dal processo di unificazione e dalla lotta per la liberazione. Già dalle prime parole questo concetto traspare, “ogn’uom di Ferruccio/ha il core, ha la mano”. Francesco Ferrucci, o Ferruccio, era un combattente della Repubblica di Firenze sconfitto dall’imperatore asburgico Carlo V nel 1530. C’è un appello anche ai giovanissimi, ai “bimbi d’Italia”, che vengono accostati a Balilla, giovane genovese noto per aver scagliato una pietra contro gli occupanti asburgici nel 1746. L’ultimo episodio presente nell’elenco è quello dei Vespri siciliani, la rivolta palermitana del 1282 contro gli angioini.

Il patriottismo non rimane vincolato a un solo Paese, ma il grido si rivolge anche agli altri popoli oppressi. In particolare, nella quinta strofa c’è il riferimento alla Polonia, Stato che non viene restaurato dopo il 1815, ma viene spartito tra Russia (“il cosacco”), Impero austriaco e Regno di Prussia. L’Impero austriaco si sta indebolendo sempre di più (“già l’aquila d’Austria/le penne ha perdute”), questo è il momento in cui i popoli da esso oppressi devono farsi valere e sostenersi a vicenda. La sesta strofa preannuncia con un certo entusiasmo l’unità d’Italia (“Evviva l’Italia/dal sonno s’è desta”), ma compare solamente nelle edizioni successive al 1859.

Sebbene Il canto degli italiani fosse già cantato dai rivoluzionari durante i moti del 1848 e da Garibaldi durante la sua spedizione del 1860, l’inno scelto per il Regno d’Italia nel 1861 fu la Marcia reale, perché aveva contenuti più moderati. Durante il fascismo, Fratelli d’Italia viene messo da parte con la predilezione per inni fascisti. Il canto degli italiani viene scelto, non senza discussioni, come inno d’Italia solamente a partire dal 1947. La discussione in merito all’inno è ancora aperta: rimane un dato di fatto che le sue parole, se contestualizzate, sono ricche di significati non tralasciabili nell’ambito dell’unità d’Italia e della percezione degli italiani come popolo e nazione.

 


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